[di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani] Ti dicono che il motociclismo è uno sport individuale e che il box, la domenica di gara, diventa un luogo di scintille e nervi pronti a saltare alla prima, minima, vibrazione. Poi vedi salire sul palco due come Andrea Dovizioso e Danilo Petrucci e li ascolti dialogare con Claudio Domenicali, AD di casa Ducati e allora capisci quanto ogni realtà vada, sempre, osservata da più punti di vista.

Perché sì, ci si può credere a quella temperatura in salita vertiginosa all’interno del box, così come non è difficile pensare che una volta abbassata la visiera, al netto delle strategie del team, sulla griglia di partenza ci sia solo la voglia di dare più gas possibile per arrivare a mettere la gomma anteriore davanti a tutti. Che siano amici, fratelli o avversari. E si finisce per pensare che il motociclismo sia tutto lì. Asfalto e classifiche.

Qui la gallery fotografica di Riccardo Giuliani

Ma, poi. Dal palco del Festival dello Sport di Trento, edizione 2019, le due guide della rossa italiana della MotoGP ti raccontano di un pilota come Dovizioso, non proprio uno fra tanti (dobbiamo citare vittorie e curriculum?) che ha creduto nelle capacità di un giovane avversario e che, non solo, ha avanzato l’ipotesi di averlo nella propria squadra ma si è fatto promotore dell’idea di diventare, con lui, una vera squadra proponendo a Petrucci di traferirsi in terra romagnola, per poter lavorare insieme. Includendo nel lavoro anche l’allenamento.

“Perché non sono mai stato uno che si nasconde – dice il numero 04 forlivese – e considera la fase della preparazione quale segreto inviolabile. Anzi. Credo nelle capacità di Danilo e nel vantaggio che entrambi possiamo trarre dal fatto di allenarci insieme. Di fare, davvero, squadra.” Poi, tra gli applausi, aggiunge “Nella MotoGP il livello tra i piloti è talmente elevato che non vi sono differenze di talento. Si lavora su piccoli dettagli, quelli su cui si studia, solo, insieme”.

Un’occasione di importanza tale che Petrux (e ce lo immaginiamo con tuta e casco, non ancora indossati, nella mano destra) non se l’è fatta ripetere due volte (e ancora lì a immaginarlo con la valigia già pronta nella sinistra) “perché lì ho compreso quale persona sia Andrea. E sapevo che accanto a uno così avrei imparato moltissimo. Come poi è stato ed è. Ad oggi posso dire di aver capito, grazie a questa convivenza professionale, cosa significhi gestirsi, da pilota.”

Una persona che non è cambiata. Anche se dietro quel Marc Maquez che fa impazzire tutti (e perdere i capelli a Danilo, secondo quanto dice con l’immancabile sorriso) da qualche anno c’è proprio lui. Anche se davanti a quel Marquez, che sembra irraggiungibile, lui ci è stato, eccome (l’ultima curva prima della bandiera a scacchi in Austria allo Spielberg, vi rimarrà negli occhi a lungo, sappiatelo!). Ma il Dovi è sempre lui, “non un supereroe ma ancora quello che una volta tornato a casa non vede l’ora di mettersi sella per un po’ di sano motocross.” E che non dimentica da dove viene, di “quella vita da zingaro, in giro per i circuiti e pochi soldi in tasca. Giusto per permetterci di arrivare fino in pista e non curarci di non avere quelli per tornare a casa.”

Un campione che rimane sé stesso per uno che impara a gestire sé stesso e le emozioni. Anche se poi, alla fine, comandano sempre loro. “Come sul podio del Mugello – chiude Danilo – e dei pochi flash che ho conservato. Troppa felicità a sfogare tutta la sofferenza che sta dietro una vittoria così.”

Emozioni ad avere la meglio su tutto, anche sulle considerazioni che spesso lasciano il tempo che trovano. “Come – chiude Domenicali – quelle analisi, davvero poco lucide, che vorrebbero un secondo posto nel mondiale quale risultato di un’annata disastrosa. Per poi non spendere nemmeno una parola su un team italiano e sulle vittorie dei due piloti nel GP di casa, nel 2019 e prima ancora nel 2017, quando non accadeva da 35 anni.”

Con il rischio che poi davvero si finisca per pensare che il motociclismo è una questione solo individuale, tutta asfalto e classifiche. A meno che non facciate parte di quelli che erano in platea giovedì a Trento. Perché se è così allora no, averte capito che non è proprio così. Per nulla.