[Di Emanuela Macrì – Foto Riccardo Giuliani ] È nata a Belgrado, Jovana Stevanovic, nel cuore della penisola balcanica e della Serbia. Al centro dei Balcani così come in campo per via del suo ruolo, la centrale, con la Pomì Casalmaggiore oggi, ma anche con la squadra della sua città per molti anni, prima. E con la Nazionale, prima, durante e ancora. Nasce qui e così questa atleta che da bambina, mentre muove i primi passi di un percorso che la porterà lontana e in alto, guarda con incanto alle imprese dei fratelli del volley Vladimir e Nikola Grbic, anche se non sa, ancora non sa.
Non sa che il suo palmarès personale, di lì a pochi anni, inizierà a farsi pesante, a suon di scudetti (ben quattro) e Coppe di Serbia (ancora quattro), tutti trofei conquistati con la Stella Rossa di Belgrado, la squadra che la vede crescere e diventare una campionessa. Ancora non sa che grazie alla pallavolo imparerà il significato, quello vero, di generosità: “A giocare più per la squadra e per i tifosi – come lei stessa racconta – che per me stessa”. Una qualità che non dimentica mai negli spogliatoi o fuori dai palazzetti, e che insieme alle sue indiscutibili doti tecniche la porterà in alto, a vestire la maglia più ambita, quella della Serbia e con questa ancora più sù verso quel sogno che ha per nome Olimpiade e per cognome Rio2016, grazie a quel biglietto senza scali ottenuto insieme alla conquista della medaglia d’argento alla Coppa del Mondo 2015. Ottenuto nonostante il fiato sospeso fino all’ultimo parziale dell’ultima gara per quel tie break strappato dalle avversarie, le argentine di Guillermo Orduna, che recuperando lo svantaggio di due set facevano temere il peggio.
Un finale thriller per un film da concorso internazionale, quella della Serbia di Zoran Terzic, con quelle dieci vittorie e una sola sconfitta, e con quel quinto set vinto 15 – 4 a raccontare di una squadra compatta, con tanta voglia di non perdere le occasioni che contano e di partecipare per condividerle. “Tengo molto alla Nazionale – racconta Jovana – e spero di esserci a Rio2016, per tentare di giocare un buon torneo con quella maglia, così importante. Credo che la squadra possa ambire ad una medaglia perchè forte di tanti talenti, in tutti ruoli. Tra lo staff tecnico e noi giocatrici, poi, c’è un rapporto di amicizia e solidarietà dentro e fuori il campo, e tutti guardiamo con particolare determinazione a questo obiettivo”. Perchè per certi appuntamenti ti prepari una vita, curando ogni particolare e contando i minuti che mancano allo scoccare dell’ora x. Preparando il vestito e l’umore migliore, per affrontarlo.
“Sono molto legata al mio paese d’origine – continua la centrale – e decidere di lasciarlo per l’Italia non è stato facile, ma la voglia di allargare gli orizzonti e guardare oltre il confine hanno avuto la meglio. Durante il primo anno lontana da casa la lontananza dalla famiglia e la nostalgia di Belgrado mi han fatto visita spesso”. Ora, invece, le distanze sembrano essersi accorciate, anche grazie a quel clima familiare trovato a Casalmaggiore, con quelle amicizie nate in palestra e cresciute fuori dagli orari dell’allenamento, che ha già dato i suoi risultati, facendo piovere soddisfazioni: dal primo storico scudetto della e con la società lombarda, al titolo personale di miglior muro del campionato, quella prima gioia italiana che fa da eco al premio di miglior giovane del campionato serbo con cui Jovana aveva inaugurato la sua carriera, solo pochi anni prima.
Riconoscimenti che parlano di lavoro e dedizione “E degli studi un po’ trascurati – conclude Jovana – per arrivare a tutto questo”. Rallentati ma mai persi di vista, come rivela la sua iscrizione al corso universitario, in Serbia, per allenatori. “Perché quando sarà ora di dire addio alla pallavolo giocata mi piacerebbe andare a prender posto in panchina”. Proprio come il suo idolo, Nikola Grbic, ieri campione in Serbia, in Italia e oggi allenatore della Nazionale serba che fin o a pochi anni fa lo vedeva palleggiare.
Un pallone e due professioni che ad un certo punto si incontrano e uniscono, come fanno i fiumi Sava e Danubio nel centro di quella Belgrado in cui Jovana Stevanovic è nata.