[A cura di Emanuela Macrì – Foto Riccardo Giuliani] Ottomila anime e un’abitudine senza tempo: quella di essere protagonista della storia. San Martino in Rio, infatti, è un paese piccolo ma abituato da secoli a vedersi passare sotto gli occhi avvenimenti e personaggi illustri: da Carlo Magno al Barbarossa, da Matilde di Canossa alla famiglia Este fino ai tempi più recenti, con Luciano Ligabue che rende immortale uno dei locali del paese, quel Bar Mario che diverrà famosissimo, perché finito tra le note di una canzone omonima e poi a dare il nome al suo fans club nazionale. L’Emilia Romagna che conta e canta. E che gioca a volley, perché non dobbiamo dimenticare che qui, in questo angolo d’Italia, la pallavolo, è una tradizione irrinunciabile, lo sport nazionale. Anche se si tratta di sole ottomila anime nella provincia di Reggio Emilia.
Non può che iniziare qui e da qui questa storia: da quando Alessia Gennari, nove anni appena, lasciando la natia Parma si trasferisce a San Martino in Rio con la famiglia e un piccolo desiderio che cresce con lei: giocare a pallavolo come la zia Daniela, che ritrova ogni domenica al palazzetto e ammira dalla tribuna. Sogna bagher e schiacciate la piccola Alessia, che poi tanto piccola non è, mentre la mamma preferirebbe il nuoto per quella figlia già così alta per la sua età. Una fantasia a cui si vanno a sommare i pomeriggi sul divano ipnotizzata dalla televisione che manda in onda, manco a dirlo, quel cartone animato che ha fatto innamorare una generazione intera: Mila e Shiro. E dato che la matematica non è un opinione, l’addizione dei fattori in campo, in ogni senso, darà quale somma molti sogni da elevarsi a potenza.
Nasce così la schiacciatrice che conosciamo, con quei suoi sorrisi, le sue buone maniere e la tanta determinazione. Una banda che all’occorrenza sa diventare opposta e, con grande sforzo ma anche grande soddisfazione, non si tira indietro se dalla panchina arriva la maglia del libero da indossare. Perché quel ruolo lo conosce da quando sedicenne, dopo un infortunio al ginocchio, il rientro graduale passa anche dal lavoro in seconda linea.
Ecco perché, quando il ct. della Nazionale Marco Mencarelli nel 2013 la chiama a sostituire un’infortunata Monica De Gennaro, Alessia non esita a posizionarsi nei sei metri: “Anche se non è stato per nulla semplice – e ne ride, ricordando – ma è stata sicuramente un’esperienza formativa”. Una fiducia, quella dell’allenatore, riposta nelle capacità di un’atleta che non deluderà le sue aspettative. E una posta, in gioco, altissima perché c’è da affrontare una Final Six del World Gran Prix 2013 e un posto alle finali del Giappone da conquistare. Come, poi, sarà.
Alessia alle prese con un ruolo non suo. Alessia che di questo ruolo se ne intende (anche) perché con i liberi, si intende: in questa sua prima stagione a Bergamo, infatti, la novità non è solo l’arrivo in una nuova società ma, anche e soprattutto, il nuovo impegno della ricezione a due che condivide con Paola Cardullo. “Un cambiamento stimolante e, insieme, molto impegnativo. Ma sento che questa formula voluta dall’allenatore Stefano Lavarini sia la giusta soluzione in questo momento. Il supporto di Paola, poi, che riceve a due già da anni, mi dà fiducia e tanta sicurezza. C’è grande intesa fra noi e gli sguardi durante le fasi di gioco, nonché la sua grande esperienza, sono per me una grande fonte d’energia. Anche se a spingere sull’acceleratore della mia autostima sono le sue parole, fuori dal campo”. Perché alzi la mano che si è sentito dire “ce la possiamo fare e farlo bene. Io ci credo” da una giocatrice del calibro Cardullo! Non è da tutti, né da tutti i giorni…
Mettiamoci poi che giochi in un palazzetto come il PalaNorda. “Per scendere in quel campo – continua Alessia marcando le sillabe con un simpaticissimo accento emiliano – ci vuole fegato, ragazzi! Perché le tribune, la curva, la Nobiltà Rossoblu hanno visto il meglio del volley transitare su quel rettangolo ed io non voglio deludere. Voglio sentirmi alla giusta altezza, dare prova di quanto posso fare lavorando su me stessa e con la squadra per arrivare a quelle mete cui possiamo ambire. Certo, l’avvio della stagione e il mio rendimento non sono stati pienamente e personalmente soddisfacenti, soprattutto se consideriamo che in questa serie A1 ogni singolo punto, conquistato o lasciato sul cammino, ha un peso considerevole. Alla fine del girone d’andata, tirando le prime somme stagionali, avremmo preferito un miglior piazzamento in classifica. Ma il campionato è, ancora, una storia da scrivere: parole e inchiostro, forza e motivazione, in casa Foppa, non mancano mai. Come l’appoggio, incondizionato e sempre presente, di un pubblico che fa sentire il proprio affetto in ogni situazione. A loro dobbiamo moltissimo”.
Parole ed esami da sostenere, storie da scrivere ma anche da studiare: questi i compagni di vita attendono Alessia Gennari fuori dai palazzetti, insieme alla facoltà di Beni Culturali di Parma alla quale si è iscritta dopo il diploma al liceo classico. “Sebbene stia procedendo – ammette con, quasi troppa, onestà la banda rossoblu – con una colpevole lentezza perché allo studio sto anteponendo la carriera sportiva. Ma non ho alcuna intenzione di interrompere il mio percorso: quello con la letteratura e l’arte è un legame indissolubile e laurearmi rimane il porto cui voglio approdare”.
Una crociera ad andatura ridotta, quindi, per lasciare un po’ di vento a gonfiare le vele a cinque cerchi mentre la barra del timone è posizionata verso est, verso quel Giappone che a maggio ospiterà l’ultimo torneo di qualificazione per Rio2016: “Per strappare un biglietto per il Brasile. Non un biglietto qualsiasi ma un pass per il Sogno, quello maiuscolo! Il passaggio da Ankara, nonostante si sia posizionato nel mezzo del campionato, è stato un toccasana per il morale e un buon banco di prova per il gruppo della Nazionale. Ora dobbiamo tenere alto l’umore e il livello della motivazione, senza cedere di un millimetro”.
Senza lasciare spazio allo scoramento, ma sfoderando tutto il coraggio e una buona dose di fiducia, come l’esperienza ha insegnato ad Alessia. Al termine del primo anno alla Pomì Casalmaggiore, la stagione 2013/2014, infatti, un intervento chirurgico per rimediare ad un grave problema ad un braccio, costringeva la schiacciatrice sanmartinese a stare lontana dai campi. “Ti ritrovi, nel giro di pochi ore, catapultata dal campo in un ambulatorio, a vedere medici preoccupati e pensare che il domani si è trasformato – racconta la numero 6 di Bergamo – in un grande punto di domanda, senza che nessun evento traumatico si sia presentato alla tua porta. Per un’atleta non è facile da affrontare: anche la psicologia vuole i suoi spazi”.
E ci vuole tempo, oltre che spazio. Per capire, accertare e accettare. Ma anche forza d’animo e speranza. Uno zaino pieno di emozioni non facili da portare addosso. “A pesare non è solo l’incertezza. Ci sono anche la pazienza da torvare e il timore di dover ridisegnare sogni e futuro”. Ma se il destino mette sulla tua rotta un bravo chirurgo, con tanto tatto e umanità, anche un periodo nero può virare ad altre tonalità, più tenui.
E non passano più di quattro mesi che il tono predominante torna ad essere il rosa, quel rosa Pomì. “Indossare di nuovo quella maglia e, a fine agosto, iniziare la preparazione in vista del campionato, sembrava troppo bello per essere vero”. Ma il bello, in realtà, deve ancora venire.
“L’obiettivo stagionale, dichiarato, era di confezionare la stagione migliore possibile: beh, mai come in questo caso si può dire… missione compiuta!” Sì perché al temine del campionato arriverà uno scudetto tanto inaspettato quanto meritato, sudato e desiderato. “La squadra ha lavorato giorno per giorno, senza troppe aspettative ma con grande voglia di crescere e giocare, di far bene, senza l’ansia di dover arrivare ad una meta prestabilita. A conti fatti – conclude Alessia – credo che a influire sia stata anche il desiderio di riscatto individuale: ognuna di noi aveva un piccolo e personale motorino, una motivazione che ci ha portate a dare il 120% ogni istante”. E di nuovo ed anche qui, dato che la matematica non è un opinione, l’addizione dei fattori in campo, in ogni senso, darà quale somma quei sogni da elevarsi a potenza.
Ottomila anime a San Martino in Rio e più di ottomila chilometri a separare questo paese da un sogno, da un altro Rio. E chissà se anche in quel Rio, Rio de Janeiro, in qualcuno dei suoi ottomila vicoli e anfratti, non si nasconda un Bar Mario.