Tag: Noemi Mendola

  • Rabbia Furiosa – Er Canaro. Il Dogman secondo Stivaletti

    Rabbia Furiosa - Er Canaro, un film di Sergio Stivaletti[di Noemi Mendola – foto fonte web] Roma, 1988. Quartiere della Magliana. Pietro ha una vita un po’ burrascosa: di giorno toelettatore di cani, di notte spacciatore. Dopo otto mesi di carcere, i soldi scarseggiano e le prospettive per il futuro si affievoliscono. Come se non bastasse, c’è Giancarlo, un ex pugile: è proprio per colpa sua che è finito in galera. La loro amicizia non è scontata: un momento prima ridono e scherzano, un momento dopo si arriva alle minacce, e alle mani. È suo succube, Pietro se ne rende conto. È sempre stato lui il debole. Ma ad un certo punto non resiste più: deve vendicarsi di tutti i torti subiti, tutte quelle vessazioni infinite che proseguono da troppo tempo. Un giorno, il corpo di Giancarlo viene ritrovato alla discarica, irriconoscibile: il lato feroce del mansueto si è risvegliato.

    Certe cose, come questa, non si dimenticano. Fatti di cronaca simili si sentono tutti i giorni in TV, ma il delitto del Canaro lasciò un’impronta irremovibile nella memoria collettiva degli italiani. Oggi, nel 2018, è ancora un ricordo vivido, e dopo Dogman di Matteo Garrone, tutt’ora nelle sale in tutta Italia (e qui recensito), la vicenda è stata d’ispirazione anche a Sergio Stivaletti, il notissimo esperto di effetti speciali, creatore e ideatore dei più grandi incubi e mostri dei noir italiani e collaboratore di molti registi, tra cui, giusto per citare un nome, troviamo Dario Argento: nel suo Rabbia Furiosa – Er Canaro è impossibile non notare il prezioso lascito di una simile carriera.

    Ad ispirare Stivaletti, infatti, fu proprio il ricordo dell’omicidio, punto di partenza di una rielaborazione personale senza alcuna pretesa di verità o aderenza al fatto, come da lui stesso affermato in più interviste. Il suo obiettivo è, invece, quello di riportare il delitto come se l’era immaginato all’epoca, e quando Garrone propose il suo Dogman decise di metter mano alla sceneggiatura, pronta da tempo e dimenticata in un cassetto, e di realizzare il suo delitto del Canaro: suo in tutti i sensi, dato che Rabbia Furiosa è stato prodotto da egli stesso. Di fronte ad una tale libertà creativa (quasi) totale, e ad un trailer difficilmente fraintendibile, il film si preannunciava uno splatter in piena regola, con una preponderante attenzione agli aspetti più truculenti della vicenda.

    rabbia furiosa-vivovolley-vivocultNiente di più errato: fin dalle prime scene, infatti, la violenza messa in atto è soprattutto psicologica. La tensione è alta fin dai titoli di apertura, ma scena dopo scena aumenta a dismisura, diventando quasi assordante, capace di togliere il fiato agli spettatori. Le lotte dei cani, gestite del pugile (interpretato da Virgilio Olivari), apportano inoltre la giusta brutalità ad una situazione già in bilico sul filo del rasoio, a causa di vessazioni e minacce continue ai danni del Canaro. Soprusi, questi, che sfociano infine in una violenza carnale di forte impatto: uno stupro feroce, difficile anche da girare, come ricorda lo stesso Olivari. Il tutto diviene, pian piano, insostenibile psicologicamente.

    Intollerabile non solo per il Canaro, a cui Riccardo De Filippis da volto e anima, ma anche per lo spettatore stesso, che si sente impotente come il protagonista, si identifica nella sua disperazione. Un tormento, questo, ben visibile nella sua presunta trasformazione in licantropo, dovuta ad una ferita che si era accidentalmente inferto con gli strumenti da toelettatura: uno sfregio simbolo del morso di un cane. La metamorfosi era, come è ovvio, probabilmente solo immaginata, emblema del suo esaurimento mentale – non per questo, però, per lui era meno reale. Se a questa difficile situazione psicologica si aggiunge, poi, la droga che spacciava e che assumeva, non è difficile capire perché, improvvisamente, il Canaro esplode in una vendetta dai contorni disumani.

    Ed è proprio a questo punto che l’arte di Stivaletti si fa sentire (e vedere) maggiormente. Dopo averlo reso innocuo, il toelettatore sevizia per lunghe ore il pugile, amputandogli svariate parti del corpo, finché non lo evira e gli somministra un bel lavaggio al cervello, il tutto in un tripudio di fiumi e schizzi sanguinolenti, di splatter vecchio stile che è catartico per lo spettatore, finalmente in grado di ricambiare il pugile con la sua stessa moneta. Una vera e propria liberazione, un sollievo volutamente esagerato e proprio per questo gradevole fino alla risata, specialmente per gli amanti del genere. Poco importa che le torture, nel delitto reale, siano state probabilmente solo immaginate: Stivaletti, er Canaro, lo vede proprio così. E così sia.

  • Quando le scene sono calcate da cani e gatti: tre film, una zampa

    Isola dei cani-Dogman-Kedi-vivovolley-vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] Niente attira l’attenzione come un bel micio in panciolle sul divano. O un cagnolone che gioca col proprio padrone. Lo sanno perfettamente gli utenti sui social: è sufficiente, infatti, postare una foto o un video a tema ferino per essere sommersi dalle visualizzazioni e dai like ottenuti. Ultimamente, però, anche il cinema ha voluto approfittare di questo meccanismo, capace di richiamare un gran numero di spettatori nelle sale, e l’ha fatto attraverso tre film, tre pellicole tra di loro anche fin troppo diverse, ma accomunate da un semplice ed efficace filo conduttore: la zampa di un animale domestico. Come non iniziare, quindi, dall’Isola dei Cani di Wes Anderson, il film di animazione sbarcato in Italia nei primi di maggio?

    Giappone, 2038: un’epidemia canina ha colpito la città di Megasaki, e per scongiurare il rischio di un coinvolgimento umano tutti i cani vengono esiliati nell’Isola della Spazzatura. Attraverso un uso sopraffino dello stop-motion, secondo cui i pupazzi vengono mossi a mano di fotogramma in fotogramma, il regista statunitense punta il dito contro le responsabilità umane: non solo non siamo in grado di aiutare colui che è stato il nostro migliore amico a quattro zampe per secoli, ma si scopre anche che l’epidemia non è casuale, ma determinata dall’uomo stesso. Ma non tutti, però, sono colpevoli: il piccolo eroe Atari vola sull’isola alla ricerca del suo Spots, e da inizio ad un viaggio ironico e smisurato, capace di equilibrare la pellicola.

    kedi-vivovolley-vivocultUna spedizione, però, non semplice in un paesaggio che non ha più niente di naturale: l’essere umano è, nuovamente, la mano che distrugge il pianeta, lo inquina, e a sua volta, quindi, distrugge l’habitat di molte altre specie viventi. Un po’ ciò che accade in Kedi La Città dei Gatti, pellicola turco-americana appena uscita nelle nostre sale. Istanbul è stata da sempre animata da milioni e milioni di gatti (“kedi” in turco), secolo dopo secolo. Oggi, il documentario diretto da Ceyda Torun sottolinea come la cementificazione della città stia togliendo spazio vitale a quelle meravigliose e sacre creature.

    È proprio attraverso i loro occhi che riscopriamo Istanbul: le telecamere, montate su droni, pedinano alcuni gatti tra le gambe dei passanti e sui tetti della città, rivelando le loro abitudini, raccontate anche dagli abitanti del posto. E, così, non esploriamo solo il loro mondo ma anche il nostro; fino a diventare noi stessi gli animali, come accade nell’Isola dei Cani: i latrati sono stati “tradotti” in lingua comprensibile, per noi italiano, mentre il linguaggio umano (in giapponese) ci rimane assolutamente oscuro. Ci troviamo esattamente nei loro panni: capiamo soltanto “seduto” o “biscotto”, esito dell’addestramento. Inoltre, ci facciamo curare esteticamente dalla mano umana.

    dogman-vivovolley-vivocultCome in Dogman, il film drammatico ispiratosi al famoso delitto del Canaro del 1988. Cambiati i nomi, il luogo e il tempo dell’omicidio, l’italiano Matteo Garrone ha confezionato un film dalla violenza suggerita e dalla profondità psicologica degna di conquistare due meritati premi al Festival di Cannes 2018: uno al Canaro, rinominato Marcello e interpretato magistralmente da Marcello Fonte, e uno all’intero cast canino, capace di arricchire la psiche del protagonista, toelettatore di cani del quartiere. Tra spaccio di droga e crescenti scontri brutali col bullo di turno, un ex pugile, Marcello cambia completamente personalità quando è in compagnia dei suoi animali.

    I suoi “amori”, come dice più volte. Forse è proprio questo amore incondizionato a legare Dogman ai due film sopra citati: l’Isola, in cui l’idea di vivere senza i propri cani diventa insostenibile, e Kedi, in cui i gatti, autonomi, non sono di nessuno ma vengono accuditi con affetto da tutti. Forse, però, vediamo i nostri compagni a quattro zampe in modo eccessivamente egoistico: emblema ne è Chief, uno dei cani dell’Isola, randagio prima dell’esilio e vessillo dell’autosufficienza, che nel corso del film si lascia addomesticare per servire e aiutare al meglio Atari nelle sue avventure presenti e future. Sì, forse adottiamo solamente il nostro punto di vista: ma in quale modo migliore potremmo esprimere il nostro amore, se è proprio attraverso i nostri occhi, il nostro cuore, che passa?

  • Bud Spencer & Terence Hill – Slaps and Beans, primato a forma di pixel

    slaps and beans-vivovolley-vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] Deserto, sole cocente. Nessuno all’orizzonte, ovviamente, altrimenti che deserto sarebbe? A muoversi, nell’inquadratura, c’è solo il classico rotolacampo, simbolo di solitudine e desolazione. Un luogo, questo, non semplice da attraversare e pericoloso da vivere, in cui ogni incontro può tramutarsi in uno scontro all’ultimo sangue, come succede anche nel film western più mediocre. A condire questa splendida ambientazione mancano solo le pistole nelle fondine e tanta, tanta violenza. Ma non tutti la pensavano così, specialmente agli inizi degli anni ‘70. “La leggerezza e l’ironia di cui Enzo Barboni era geneticamente dotato l’hanno indotto a rompere con tutti i cliché del western sanguinario anni ‘60 e ad immaginare personaggi come Trinità e Bambino: semplici, spontanei, irriverenti, insofferenti a tutte le convenzioni.”

    Nacque così, nel 1970, il film che mutò completamente lo scenario degli spaghetti western allora in voga, Lo chiamavano Trinità, con un Bud Spencer (all’anagrafe Carlo Pedersoli) e un Terence Hill (Mario Girotti) divenuti in pochissimo tempo celebri grazie a questi ruoli di eroi buoni, in grado di risolvere ogni contesa con un’esilarante scazzottata. Una coppia appena creata ma dal lungo e florido futuro nel mondo cinematografico italiano, e non solo nel western, anzi: di lì a poco le loro pellicole, di vario genere, divennero dei veri e propri successi, capisaldi del nostro cinema.

    E sono proprio questi cult i protagonisti del primo videogioco prodotto su di loro, di recente uscita, Bud Spencer & Terence Hill Slaps and Beans, che si apre proprio con la sigla di apertura di Lo chiamavano Trinità, con i nostri due eroi nel Far West. Un picchiaduro a scorrimento il cui perno centrale sono (come da titolo) da un lato i fagioli, utili per ricaricare la vita, e dall’altro gli immancabili schiaffi, marchio di fabbrica della coppia. Gli stessi effetti sonori usati nei film, nelle lunghe e comiche scene di corpo a corpo, corredano, infatti, ogni colpo assestato nel videogame, la cui trama è però completamente indipendente rispetto ai molti film citati.

    slaps and beans-gameplay-vivovolley-vivocultDi citazioni, infatti, ce ne sono moltissime: dagli atteggiamenti alle battute, dalle musiche originali di I due superpiedi quasi piatti fino alla Dune Buggy di …altrimenti ci arrabbiamo!, tra mini-giochi di vario genere e una grafica composta di pixel in stile anni ‘80, il gioco targato Trinity Team amalgama abilmente pellicole e clima da sala giochi, per un risultato di impatto sia per i fan della coppia sia per i nostalgici dei cabinati a gettoni. Oltre alla modalità standard, in solitaria, è possibile, inoltre, giocare in cooperazione con un partner: come è comprensibile, poter giocare in compagnia aumenta esponenzialmente la soddisfazione prodotta dal gaming.

    Un appagamento meglio comprensibile, però, nell’ottica del retrogaming, la passione, oggi sempre più in auge e sicuramente non avviata col videogame in questione, per i giochi del passato. Un fenomeno per molti marginale ma invece dirompente nel settore videoludico, tra gamer destinati a crescere e maturare e la loro nostalgia per ciò con cui si divertivano da piccoli: vecchi videogame, spesso ritenuti migliori dei nuovi sulla base dei propri, dolci, ricordi d’infanzia. Non è altro che la forza della nostalgia, un po’ ciò che caratterizza il duo Spencer e Hill secondo Marco Tullio Barboni, autore anche della citazione di apertura: “a distanza di anni il duo non smette di divertire generazioni sempre nuove e di alimentare il bambino entusiasta, spontaneo, sorridente, indisciplinato e libero che è dentro ciascun adulto”, dentro ciascuno di noi. Quale migliore videogioco, allora, se non questo?

  • Youtopia. Quando il web è più reale della realtà stessa

    Youtopia-poster[di Noemi Mendola – foto fonte web] Una vita sola non basta. I motivi sono molteplici, diversi per ognuno di noi, ma spesso la realtà che ci circonda diviene troppo stretta, fino quasi a soffocare. Si cerca un modo per evadere, come un tempo lo si faceva andando al cinema, o guardando la TV. Ora, invece, ci si rifugia sul web, luogo dalle mille meraviglie e dalle possibilità a dir poco infinite, specialmente se si prendono in considerazione i mondi virtuali come Second Life, l’universo digitale lanciato nel lontano 2003 dalla Linden Lab: ci si sceglie un avatar e si è liberi di vivere una seconda vita online, un’esistenza si spera migliore, lontana dalle reali sofferenze quotidiane. Realtà parallele come queste non possono più essere ignorate, neanche nel mondo del cinema.

    Lo capì già nel 2009 Berardo Carboni, girando un lungometraggio sperimentale, VolaVola, interamente nella comunità di Second Life. Oggi, invece, il regista italiano vuole riflettere sul mondo virtuale mediante Youtopia, la sua ultima fatica passata purtroppo quasi inosservata nelle sale italiane. Un film, questo, non più girato interamente con avatar in un mondo composto di pixel, ma strutturato lungo la visibile (ma solo apparente) contraddizione tra realtà fisica, colma di innumerevoli difficoltà, e quella digitale, la quale promette una soluzione efficace ad ogni problema che può insorgere.

    Di problemi in questa pellicola ce ne sono anche troppi: c’è Matilde (abilmente interpretata da Matilda De Angelis), diciottenne disoccupata come la madre Laura, depressa e alcolizzata, e una casa che non possono più permettersi di pagare, da cui stanno per essere sfrattate. C’è, poi, Ernesto, farmacista che di difficoltà economiche non ne ha affatto, ma conduce una doppia vita tra prostituzione e siti pornografici, ossessionato dal sesso. Sono proprio questi ultimi siti a fornire una speranza a Matilde, che racimola ciò che può spogliandosi davanti alla webcam: diventa, infatti, una camgirl.

    Ma i soldi non bastano ancora, così la ragazza prende una decisione estrema: vendere la propria verginità online, tramite il deep web. Ed Ernesto è disposto a pagare qualsiasi cifra per averla, mentre Laura fa di tutto per risolvere la situazione senza dover ricorrere a tanto, ma invano. Man mano che la tensione cresce e le pedine vengono mosse da ambo i lati, lo spettatore vive il dramma attraverso la figura della madre, sempre più sconvolta: a scandire il ritmo sono i primi piani del suo volto, gli occhi vitrei, la pelle sciupata e sudata, il dolore nascosto nei lineamenti sfioriti.

    Invece, il volto di Matilde è sereno. Non accetta il suo destino ma è sempre attraverso la rete che trascorre il suo tempo libero, in un mondo virtuale simile a Second Life, in compagnia di Himo, un programmatore di cui conosce solo nome e avatar. Ma poco importa, perché anche se è digitale il legame tra loro è reale, vivo, palpabile come il peso dell’asta online sulla sua verginità. Grazie a Himo l’incubo si trasforma in un sogno dai colori sgargianti e dai contorni squadrati, un sogno forse utopico ma in grado di sostenerla nella quotidianità fatta perlopiù, ormai, di interazioni online. Come la routine di noi tutti: è, infatti, proprio questa nuova realtà ciò che Carboni, nella sua folgorante pellicola, vuole indagare. Non vi resta che scoprirla.

  • Santa Clarita Diet: la macabra ed esilarante commedia zombie di Netflix

    santa clarita diet 2 stagione-vivovolley-vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] Di inevitabile, al mondo, c’è solo la morte. È il punto di non ritorno per eccellenza, e vale per tutti noi. Anche se, a volte, non è proprio così. Era il 1968 quando un certo George Romero cambiò completamente il mondo del cinema, girando uno dei film più conosciuti della storia, Notte dei morti viventi. L’idea era semplice quanto geniale: morti che si risvegliano, che ritornano in vita. Che vagano per le strade come in trance, assetati di carne umana. Morti che non sono più morti, ma neanche più vivi: gli zombie. Gli zombie, quelle creature che da allora prolificarono tra libri, film, serie TV e simili fino a diventare un classico dell’immaginario collettivo occidentale, a volte un cliché, sicuramente immancabili in qualsiasi opera che ambisce all’horror.

    Indubbiamente gli zombie non sono mancati nella serialità televisiva, tant’è che pare superfluo citare The Walking Dead, una delle serie più famose al riguardo. Eppure ultimamente a essere sotto i riflettori è Santa Clarita Diet, la commedia dell’orrore ideata da Victor Fresco e distribuita da Netflix di cui è uscita da poco la seconda, elettrizzante, stagione. Una serie TV in grado di ribaltare completamente il modo di vedere quei terrificanti mostri, sempre in cerca di un cervello su cui affondare i denti, e abile nel dipingere un quadro originale e per questo ancora più interessante.

    Attraverso le pagine di una sceneggiatura frizzante, sia sulla semplice battuta che sulla trama in crescendo continuo, capace di tenere incollato allo schermo lo spettatore (complice la durata davvero breve di ogni puntata, ricca però, quest’ultima, di eventi), Santa Clarita Diet racconta le particolari vicende della famiglia Hammond, una tipica famiglia americana inizialmente simile a molte altre, ma colpita improvvisamente da una sciagura. Sheila, interpretata da Drew Barrymore, un giorno infatti muore, ma non del tutto: diventa una non-morta, continuamente affamata di carne umana.

    Procurarsi succulenti corpi umani per sfamarsi non è molto semplice sotto il sole caldo e limpido della California. Per fortuna, però, Sheila può contare sul prezioso aiuto del marito Joel, magistralmente interpretato da Timothy Olyphant: insieme i due riescono a far fronte alla novità, facendo slalom tra polizia e altri non-morti, decidendo di uccidere solo chi lo merita. Ma la vita di assassini mal s’addice a quella di due agenti immobiliari, ed è attraverso i loro occhi, gli occhi dello zombie, che viviamo tutte le peripezie a cui vanno incontro.

    finger food-santa clarita diet-vivovolley-vivocultSanta Clarita Diet, infatti, ironizza squisitamente sul macabro, come il cannibalismo: tutte le puntate sono impregnate di umorismo politicamente scorretto e molto splatter, eccessivo e proprio per questo perfetto nel contesto. Lo spettatore è invitato a godere dei toni disonesti e dei discorsi completamente ribaltati sul piano etico, e in un certo senso è quasi una liberazione potersi godere lo spettacolo in una zona “moralmente grigia”, per citare il titolo di una puntata. Vessillo di tutto ciò sono state le locandine, affisse in luoghi pubblici di molti paesi con l’obiettivo di promuovere la prima stagione della serie, come quella nominata “Finger Food”.

    Campagna pubblicitaria ispirata al #foodporn tanto in voga sui social, specialmente Instagram, gli affissi ritraevano diversi piatti culinari composti, però, da parti del corpo umane: dita, cuore, occhi. In poco tempo, ovviamente, la maggior parte di quei cartelloni fu rimossa perché nauseava i passanti. In realtà, il perno centrale attorno a cui ruota Santa Clarita Diet è proprio l’idea che tra zombie ed esseri umani non ci sia molta differenza: Sheila ha gli stessi problemi di tutti noi, grandi o piccoli, ma non diventa una spietata macchina della morte. Nonostante i cambiamenti la sua vita continua, si lascia ad intendere anche in meglio. Cambia solamente la dieta: carne umana e budella. In effetti proprio come nel cult di Romero, allora molto criticato per il lato macabro messo in scena. Alla fine, perciò, nonostante le differenze, ciò di cui si parla sono sempre loro: gli zombie. E zombie sia.

  • L’orrore senza fine: Slender Man. Riuscirai a leggerlo?

    slender man-vivovolley-vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] Bosco, notte. Buio, così tanto buio da non vedersi neanche i piedi. In mano una torcia: come ci è arrivata qui? Meglio accenderla. Come ci siamo arrivati, noi, qui? La memoria, purtroppo, non aiuta. Tutt’attorno alberi altissimi, di cui non si riescono a vedere le vette. Camminare, mettere un piede davanti all’altro, diviene l’unica cosa sensata da fare: forse, si scoprirà qualcosa di utile, curiosando in giro. Ma la curiosità, peculiarità dell’uomo, può trasformarsi, spesso, nella sua rovina. Specialmente se non siamo soli, in quel bosco. Iniziano così, solitamente, molti film horror, e neanche tra i più originali: un cliché banale ma sempre valido, dalla presa sicura sul pubblico. Ma, nello specifico, a cominciare così è Slender: The Eight Pages, un videogioco horror psicologico creato dalla Parsec Productions nel 2012 e ancor oggi famosissimo nel mondo videoludico, e non solo.

    La figura di Slender, il cattivo del gioco in questione, non è certo nata nel 2012. La data esatta non c’è ma si fa risalire la sua genesi al 2009, anno in cui un certo (ed allora sconosciuto) Eric Knudsen partecipò ad un concorso fotografico sul sito Something Awful. L’obiettivo era quello di ritoccare una fotografia per renderla macabra e sgradevole: Eric modificò alcune foto di gruppi di bambini, inserendo un figura alta e snella, in smoking e senza volto alle loro spalle. Un mostro dalle lunghe braccia, con dei tentacoli fuoriusciti dalla schiena, che torreggiava su bambini ignari di tutto.

    Inutile aggiungerlo, Eric vinse. L’insolito personaggio, però, non finì la sua funzione in quelle fotografie, ma anzi iniziò a dilagare sul web, dove schiere di utenti inventarono molteplici storie riguardo allo Slender Man, storie ben più inquetanti del mero aspetto fisico. Si diceva, infatti, che l’uomo senza volto rapiva i bambini e perseguitava incessantemente gli adulti, portandoli a gesti estremi come il suicidio pur di liberarsi della sua infernale presenza.

    Grazie al web era stata creata una leggenda, non riconducibile, ovviamente, a specifici autori, ma esito di creepypasta, un genere letterario di Internet in cui gli utenti copiano e incollano racconti da un sito all’altro (il nome deriva, infatti, da “copy-and-paste”, in cui il termine “copy” è sostituito da “creepy” per sottolineare il genere horror scelto). A questo punto, le avventure di Slender erano appena cominciate: dai racconti sul web alle serie TV a tema (celebre è Marble Hornets, sviluppatosi su Youtube), il mito crebbe e divenne uno degli argomenti di conversazione preferiti nei ritrovi horror al lume di candela.

    Slender- eight pages-vivovolley-vivocultFinché non se ne intuì il potenziale in un altro campo, quello dei videogames. Ovviamente videogiochi al riguardo erano già stati realizzati in modo amatoriale da numerosi fan, ma il primo a riscuotere un successo degno di nota fu il già citato Slender: The Eight Pages. Il gioco consisteva nel dover cercare e collezionare 8 fogli in un bosco mentre si era inseguiti da Slender, senza ovviamente farsi catturare. Il mostro senza occhi si teletrasportava a ritmi sempre più serrati vicino (alle spalle soprattutto) del giocatore e, nel momento in cui lo si guardava, game over.

    Il gameplay essenziale e gli jumpscares erano tremendamente ovvi, ma anche efficaci, e ne decretarono il successo, tant’è che nel 2013 fu realizzato un sequel, Slender: The Arrival, dalla trama più ricca e coinvolgente. Eppure, nel 2014 fu un fatto di cronaca nera a portare sotto i riflettori il fenomeno: nel Winsconsin due ragazze ne accoltellarono una terza in un bosco, lasciandola morente come sacrificio a Slender Man. È proprio questa vicenda ad ispirare il film horror dall’omonimo titolo, di prossima uscita, di cui per ora si è visto solamente il trailer. Chissà in quale nuova veste verrà presentato, ora, uno dei mostri più terrificanti partoriti da Internet, protagonista di una leggenda dai risvolti a volte anche fin troppo oscuri. E chissà se riusciremo a vederlo. Non ci resta che aspettare: nel frattempo, attenti alle foreste.

  • Fratelli di Crozza: la satira che non c’è (sembra)

    fratelli di crozza-vivovolley-vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] La politica è senz’altro uno dei migliori argomenti di conversazione: al bar con gli amici, davanti ad un bel caffè, è quasi automatico iniziare a discuterne. Ne nascono, spesso, pacifici confronti tra vari punti di vista, anche se, ancora più spesso, dal confronto si passa allo scontro diretto all’ultimo sangue. Anzi no, all’ultima opinione, quella vincente su tutte le altre. Niente ci infervora come i fatti di attualità, anche oggi in cui i giornali sono un vago ricordo ai margini del nostro quotidiano, sostituiti progressivamente dal web. A volte, però, è necessario guardare il nostro Paese (e non solo) sotto una luce diversa, più incisiva, attraverso la lente della comicità. Un po’, insomma, ciò che fa sul Canale Nove ogni venerdì Maurizio Crozza, maestro indiscusso di satira politica e culturale in Italia, famosissimo per le sue abilità imitative e per i suoi monologhi taglienti e dissacranti.

    Una satira, questa, che accompagna gli italiani dagli inizi degli anni 2000, programma televisivo dopo programma. Dopo il battesimo teatrale e un paio di film, la gloria Crozza l’ha conquistata su La7, dopo molteplici trasmissioni in cui il format viene creato e consolidato, e diviene, a ragione, il suo cavallo di battaglia: come afferma Aldo Grasso, giornalista e critico televisivo, Crozza è in grado di “rovesciare il punto di vista, applicare un filtro surreale ai paradossi (tanti) e alle magagne (tantissime) che viziano il nostro Paese e i suoi sistemi culturali di riferimento. […] Noi ridiamo, anche se ci sarebbe solo da piangere.” Il tutto condito con una miriade quasi infinita di irriverenti imitazioni di personaggi pubblici.

    Questi ultimi, poi, spesso se ne vantano, imitando l’imitazione stessa del comico: un fenomeno, questo, soprannominato Crozzismo, come è accaduto con l’Onorevole Antonio Razzi, parodiato in modo celebre. Il conduttore televisivo, però, non è stato, nel tempo, solamente lodato per il suo lavoro, spesso definito “geniale”, ma è stato anche criticato in più occasioni. A volte da parte dei malcapitati su cui ironizzava, altre volte per incidenti accaduti sul palco, come al Festival di Sanremo del 2013. Il comico era, infatti, entrato in scena travestito dall’ex Premier Silvio Berlusconi, ma il pubblico lo contestò e gli impedì di procedere con lo sketch, che si concluse in anticipo data la sua scarsa abilità nell’improvvisazione.

    Le critiche, però, non si fermano qui. Più volte il conduttore si è trovato, nella sua carriera, a doversi difendere per la sua lingua tagliente e lo stile scorretto, che non risparmia nessuno. Ma ciò che, ora, gli viene criticato è il recente passaggio dalla rete televisiva La7 al Nove, avvenuto nel 2017. Secondo molti critici e giornalisti, il prezzo di una maggiore (probabile ma non certa) libertà creativa è stata la perdita di visibilità. Ed è lo stesso Crozza ad ironizzarci sopra, nelle prime puntate di Fratelli di Crozza, la trasmissione ora in onda sul Nove: “molti fan mi chiedono: dove sei? Non ti vediamo più in TV!”

    Ed effettivamente è così: ormai pare proprio sparito dalle scene televisive, una situazione lampante se si considerano gli ascolti del programma, in calo rispetto agli antichi fasti. Non c’è, ovviamente, un spiegazione univoca a questo fenomeno: volendo dar credito al critico d’arte Luca Beatrice, il programma rischia di annoiare perché percorre “binari collaudati” e anche perché “si ride proprio poco.” Insomma, una mancanza di novità che renderebbe, soprattutto, eccessiva la media di 70 minuti di durata di ogni puntata. Se il comico genovese abbia, ormai, imboccato il viale del tramonto non lo sappiamo: di certo, citando le parole del giornalista Francesco Specchia, “il genio di Crozza rimane.” Ed è ben visibile, sul Nove, ogni venerdì sera.

  • Tonya: la folle e irriverente storia di una pattinatrice

    I-Tonya-vivovolley-vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] Il modo migliore per sbaragliare la concorrenza è eliminarla: non è leale, ma è sicuramente la soluzione più efficace. Almeno finché non si viene scoperti. Era il 6 gennaio del 1994 quando la pattinatrice statunitense Nancy Kerrigan venne aggredita dopo una sessione di allenamento: un uomo le colpì con una spranga il ginocchio destro. Era ad un passo dal partecipare alle Olimpiadi di Lillerhammer, e i sospetti ricaddero fin da subito su una delle sue rivali, la statunitense Tonya Harding. Sebbene quest’ultima abbia sempre negato il suo coinvolgimento, fu proprio il suo ex marito, suo complice, a commissionare l’aggressione. Entrambe le atlete, in seguito, riuscirono a partecipare alle Olimpiadi, ma la vicenda costò molto caro alla Harding: fu, infatti, bandita a vita dal pattinaggio.

    Parla proprio di questo il pluripremiato film, ora nelle sale italiane, Tonya, diretto da Craig Gillespie. La verità dell’evento, per quanto palese, non è però scontata: la pellicola indaga e prende in considerazione ogni punto di vista. Ognuno ha, infatti, la sua versione dei fatti da raccontare. Specialmente Tonya Harding, pattinatrice artistica dalla carriera tanto fulgida quanto breve, ricordata da tutti per il suo fair play eufemisticamente spicciolo ma anche, soprattutto, per essere stata la seconda atleta in grado di eseguire, in una competizione, uno dei salti più difficili di questa disciplina.

    La pellicola è “tratta da interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia” condotte alla Harding stessa (che tra l’altro ha molto gradito il lavoro svolto da Margot Robbie, che la impersona) e all’ex marito: il risultato è un biopic ipnotico e irriverente quanto la protagonista stessa, un film che punta a ricostruire non solo la vicenda ma a mostrare, nel modo più realistico possibile, la sua vita. A partire dall’infanzia difficile, con l’abbandono da parte del padre e il comportamento a dir poco mostruoso della madre nei suoi confronti, all’interno di una famiglia di umili origini.

    Per proseguire, poi, raccontando del matrimonio burrascoso e violento con Jeff Gillooly, che la picchiava regolarmente e non desisteva neanche di fronte a molteplici ordinanze restrittive. Tra la violenza fisica e psicologica subita, non sorprende che la Harding avesse un temperamento leggermente fuori dalle righe, sia fuori pista, nel privato, sia durante le competizioni. Mai furono messe in dubbio la sua abilità e forza nel pattinare, ma la penalizzarono molto la sua scarsa eleganza e un’immagine troppo distante da quella aggraziata e serena tipica delle atlete dell’epoca.

    Il pregio del film risiede, però, nel tentativo di porla sotto una luce diversa da quella, stereotipata, viva nell’immaginario americano e fomentata dai media dell’epoca, soprattutto dopo l’aggressione. Si vuole celebrarla come una delle poche al mondo in grado di eseguire un triplo axel, con sequenze di pattinaggio talmente d’impatto da inchiodare gli spettatori alle poltrone. Certo, il salto in questione è stato realizzato al computer per il film, poiché non fu trovata alcuna controfigura capace di farlo, ma accanto ai titoli di coda troviamo la ripresa originale della competizione del ‘91 in cui la Harding lo eseguì la prima volta. Il suo sorriso appena atterra, le sue braccia al cielo, sono la degna conclusione, il giusto contrappeso, della pellicola.

  • Boom sonici. Quando facebook diventa fondamentale

    7th Fleet AOR[di Noemi Mendola – foto fonte web] Pagina bianca, cursore lampeggiante e neanche l’ombra di un’idea geniale, mentre il tempo scorre via: può essere descritto così il temuto blocco creativo, incubo di qualsiasi scrittore. Uscirne non è impresa semplice ma può accadere che l’aiuto tanto anelato arrivi improvvisamente, inaspettato: a volte cade, letteralmente, dal cielo. Un po’ ciò che è successo il 22 marzo 2018, quando i cieli della Lombardia sono stati squarciati da due boati talmente forti da far tremare porte e finestre e da far temere a molte persone che il Giudizio Universale fosse, finalmente, arrivato. E, così, a riafferrare le penne non sono stati solo gli scrittori, ma anche la stragrande maggioranza dei lombardi.

    Non era successo, però, niente di mistico o sovrannaturale. Come tutti ben sanno, si è trattato di due Eurofighter dell’Aeronautica Militare fatti levare in volo a tempo record per intercettare un aereo di linea francese, le cui manovre sospette e la mancanza di un contatto radio avevano allarmato non poco (anche se, come si è scoperto in seguito, il tutto era stato causato da un malfunzionamento). I due boati, chiamati altresì più correttamente boom sonici, erano stati, infatti, causati dall’attraversamento del muro del suono da parte dei due caccia militari.

    Ma non sono stati i due boati a causare l’esplosione più grande: è stata la reazione delle persone, spaventate a morte da quell’evento inaspettato e poco comune, a produrre un’eco enorme e degna di nota, di cui vale le pena parlare anche a distanza di qualche settimana. Infatti via social, attraverso facebook soprattutto, si è scatenata una psicosi generale ben più interessante dei boom stessi: un fenomeno simbolo di una collettività che, oggi, si affida sempre più spesso al web, e alla piattaforme cosiddette “social”, per trovare le risposte ai problemi di ogni giorno.

    facebook - vivovolley - vivocultIn poco tempo, infatti, sono stati tantissimi coloro che si sono riversati sulle pagine social dei principali giornali per capire cosa fosse successo. Molti siti internet si sono bloccati per l’eccessiva affluenza e l’unico sollievo è stato confrontarsi l’un l’altro su facebook, mentre gli stessi giornalisti incaricati di spiegare l’accaduto ne sapevano tanto quanto il resto dei cittadini. Nel giro di qualche minuto già erano state formulate una miriade di tesi complottistiche, alcune davvero fantasiose, mentre altri ironizzavano sulle improbabili “fagiolate” degli amici e la maggioranza rimaneva allibita e dubbiosa, lasciata a se stessa e ai propri timori più o meno fondati.

    Si è generato, insomma, un caos capace di riunire un’intera regione nel panico. Se, poi, la spiegazione dell’Aeronautica, arrivata nel giro di una mezz’oretta, ha placato le preoccupazioni della maggioranza di noi, pronta in seguito ad ironizzarci sopra sempre via social, non sono pochi coloro che continuano, insoddisfatti, a sostenere ipotesi di complotto tra le più svariate. Al di là dei complottisti, però, questo è un chiaro esempio del ruolo centrale del web nelle nostre vite, come è facilmente sperimentabile da chiunque.

    Tutto, infatti, ruota ormai attorno alle piattaforme social: oltre ai contatti sociali possibili grazie ad esse, ci informiamo e nel momento in cui non sono in grado di fornirci le risposte che cerchiamo, è il caos. Senza di esse, dunque, la nostra quotidianità sarebbe completamente diversa. Come leggere tutto ciò, allora, alla luce della recente crisi di facebook, dovuta allo scandalo di Cambridge Analytica riguardo alla privacy degli utenti, violata per fini politici? Quanto conterà il tracollo finanziario delle varie piattaforme social, quando gli utenti ne sono così tanto affezionati o, forse, anche leggermente dipendenti? Solo il tempo ce lo potrà dire.

  • Tomb Raider. Lara Croft: l’icona in mutamento tra videogames e film

    Tomb-Raider-2018-vivovolley-vivocult[di Noemi Mendola – foto fonte web] “Guardai lo schermo della TV e rimasi immobile a fissarla, eccitata: non avevo mai visto una donna diventare protagonista di un videogioco.” Erano i lontani anni ‘90, nei ricordi di Alicia Vikander, e la donna in questione è nientemeno che l’archeologa più famosa del mondo videoludico, l’eroina ben presto divenuta un’icona non solo per i videogiocatori ma anche per l’intero universo dello spettacolo: Lara Croft, la protagonista indiscussa di una delle serie videoludiche più longeve di sempre, Tomb Raider. Stavolta, però, Lara non è sotto i riflettori per un nuovo – ennesimo – videogame, ma per il recentissimo film, uscito nelle sale a metà marzo 2018, che vede proprio lei, Alicia Vikander, impersonare l’avventuriera tanto ammirata durante l’infanzia.

    Allora, probabilmente, non avrebbe mai pensato che in futuro avrebbe ricevuto un tale incarico. Tuttavia, non era solo la Vikander a dover crescere e maturare rispetto agli anni ‘90. Anche Lara lo ha fatto: avventura dopo avventura, la saga si è allungata a dismisura e i titoli prodotti si sono a dir poco moltiplicati, nel tentativo di dar seguito al primo, fortunatissimo, videogame del 1996. Il risultato consiste in una decina di capitoli in cui Lara viene dipinta come un’archeologa sexy e intelligente, assetata di avventure e impaziente di svelare al mondo i misteri viscerali nascosti in ogni dove, specialmente nelle tombe che riusciva a razziare.

    Nonostante i cambiamenti tra un Tomb Raider e l’altro, dovuti all’avanzamento delle tecnologie e ad un pubblico maggiormente esigente, e quindi alla necessità di sopravvivere tra mille altri videogiochi dai più freschi natali, sostanzialmente la figura di Lara Croft non è cambiata nel tempo. Le avventure dinamiche si sono sempre più arricchite, complice una grafica in costante miglioramento, ma lei è rimasta sempre la stessa: amante di pistole, pronta a tutto pur di raggiungere il proprio obiettivo, non falliva mai, non ne usciva mai con un graffio. Il tutto condito con una buona dose di erotismo, difficile da non notare nel corpo formoso e voluttuoso dell’eroina.

    Evoluzione-Lara-vivovolley-vivocultQuesto aspetto, secondario alla trama, rendeva però più coinvolgente l’esperienza di gioco, sia per gli uomini, per ovvi motivi, che per le donne (come il commento della Vikander ben dimostra), in quanto queste ultime si identificavano nell’archeologa, volendo essere come lei: belle, forti, invincibili. Il ritratto dell’archeologa non fu percepito, però, molto discriminatorio dai fan, almeno finché il titolo non cambiò bruscamente rotta: era il 2013 e la Lara proposta era un’adolescente insicura di sé, alle prese con la sua prima avventura. Non era invincibile poichè reduce da un naufragio e non  ancora diventata l’eroina che tutti conosciamo.

    In poche parole, si diede alla luce il tanto discusso prequel, il videogioco (primo anch’esso di una serie) da cui il film, ora nelle sale, è tratto. Lara deve ancora imparare a sopravvivere e non sa come muoversi sull’isola sperduta nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, il supposto regno di Yamatai, guidato dalla Regina del Sole Himiko. Le differenze tra il gioco e la pellicola sono troppe per essere elencate, ma in sostanza il compito del nuovo capitolo è di darle maggiore spessore psicologico, concentrando l’attenzione sulle difficoltà che incontra, sul dolore provato in più occasioni. Sul suo disorientamento, capace di trasformarsi in una forza più profonda di quella troppo superficialmente dipinta in precedenza.

    Se questo punto è ben colto nel videogame, altrettanto non si può dire, forse, del film, a tratti fin troppo incentrato sul suo percorso di crescita da oscurarne le potenzialità. Un cambio di rotta che ha disorientato anche i fan, probabilmente troppo affezionati al personaggio classico, a sua volta protagonista, nel 2001, di un fallimentare film con Angelina Jolie. È, infatti, proprio ridare lustro alla trasposizione cinematografica del videogame l’obiettivo della pellicola ora in sala. Chissà se ci riuscirà: come diceva Manzoni, “ai posteri l’ardua sentenza”.