Anno: 2025

  • A2F, Costa Volpino vince a Trento la prima di ritorno

    A2F, Costa Volpino vince a Trento la prima di ritorno

    [di Redazione – foto Riccardo Giuliani] L’Itas Trentino conosce la sua prima sconfitta del girone di ritorno. Dopo quattro successi consecutivi la sfida al vertice del girone A premia la capolista C.B.L. Costa Volpino che vendica la sconfitta dell’andata espugnando in quattro parziali il Sanbàpolis, allungando in classifica sulle inseguitrici e rafforzando il proprio primato. Di fronte ad una splendida cornice di pubblico le gialloblù sono andate a sbattere sulla solidità delle bergamasche, attentissime a muro e in difesa e abili in attacco con gli spunti di Grosse Scharmann (22 punti) e Pistolesi (30 punti), con quest’ultima premiata come mvp della sfida.

    Foto gallery  completa del match by Riccardo Giuliani QUI

    Nel corso della gara Beltrami ha provato a giocarsi la carta Ristori Tomberli in posto 4, dando fiducia anche a Guerra e Andrich, senza però riuscire a trovare le contromisure per mutare l’inerzia della sfida. I 22 punti personali di Lazda non sono bastati a Trento, calata soprattutto a muro e in difesa dopo aver approcciato al meglio la gara, aggiudicandosi con merito il primo set.
    Per l’ultimo impegno del 2025 Beltrami si affida inizialmente al sestetto tradizionale, con Monza al palleggio, Lazda opposto, Pamio e Giuliani schiacciatrici, Cosi e Marconato al centro e Laporta libero. Luciano Cominetti, tecnico di Costa Volpino, risponde con Dell’Orto al palleggio, Grosse Scharmann opposto, Mangani e Pistolesi laterali, Brandi e l’ex Pizzolato al centro e Gamba libero.

    «Spiace non essere riusciti quanto meno ad allungare la sfida al quinto set, perché le possibilità per farlo le abbiamo avute ma non abbiamo saputo sfruttarle – spiega a fine gara Alessandro Beltrami, allenatore dell’Itas Trentino – . L’approccio alla gara è stato molto positivo, ma dopo un ottimo primo set siamo mancati in alcuni aspetti del nostro gioco che devono sempre caratterizzarci ed essere una parte importante della nostra identità. Complimenti a Costa Volpino, che ha dimostrato di essere ulteriormente cresciuta rispetto alla prima parte di stagione».
    polis

    TABELLINO: Itas Trentino – C.B.L. Costa Volpino 1-3 (29-27, 21-25, 21-25, 18-25)
    ITAS TRENTINO: Monza 1, Lazda 22, Pamio 6, Giuliani 11, Marconato 12, Cosi 4, Laporta (L); Ristori Tomberli 2, Guerra 0, Andrich 2, Colombo 0. N.e. Iob, Zeni (L). All. Alessandro Beltrami.
    C.B.L. COSTA VOLPINO: Dell’Orto 0, Grosse Scharmann 22, Mangani 8, Pistolesi 30, Brandi 10, Pizzolato 5, Gamba (L); Fumagalli 0, Dell’Amico 0, Favaretto 0. N.e. Martinez, Giani, Busetti (L). All. Luciano Cominetti.
    ARBITRI: Fabio Pasquali di Bologna e Luca Pescatore di Roma. MVP: Pistolesi

    Fonte Ufficio Stampa Trentino Volley

  • Avatar: fuoco e cenere

    Avatar: fuoco e cenere

    [di Alessia Giordano – foto fonte web] Il terzo film di Avatar è arrivato nelle sale cinematografiche il 17 dicembre 2025, segnando uno dei ritorni più attesi negli ultimi anni. Il nuovo capitolo, ideato e diretto da James Cameron prosegue un percorso iniziato nel 2009 e diventato un punto di riferimento del cinema contemporaneo. Dopo quasi vent’anni dal primo, Cameron ci riporta su Pandora con un nuovo capitolo di questa saga, ormai parte della nostra cultura visiva.

    Il film si colloca dopo gli eventi di Avatar: la via dell’acqua e segue la famiglia Sully in una fase delicata della loro esistenza: la perdita di Neteyam pesa ancora nel cuore di Neytiri e di Jake. Mentre i Metkayina continuano le loro cerimonie spirituali, emergono nuove tribù e nuove tensioni: arrivano i Commercianti del vento, nomadi con navi trainate da gigantesche meduse volanti e, soprattutto, il clan Mangkwan (o Popolo della Cenere), guidato dalla carismatica e violenta Varang, che ha un rapporto completamente diverso con Eywa, entitá spirituale che connette ogni forma di vita su Pandora. Jake, Neytiri, Kiri, Lo’ak, Spider e tanti altri personaggi devono confrontarsi con scelte morali, alleanze fragili e conflitti che trascendono la guerra classica tra umani e Na’vi.

    Uno degli aspetti più potenti di Fuoco e cenere risiede nella sua dimensione emotiva, racchiusa in una frase che accompagna l’intera saga: “io ti vedo”. Non si tratta di un semplice sguardo, ma di un riconoscimento profondo dell’altro, della sua identità e della sua essenza. Nel film, questo concetto assume un valore centrale, diventando simbolo del bisogno di sentirsi compresi, sostenuti e accettati, soprattutto nei momenti di difficoltà.

    A questo si intreccia il legame con Eywa: nei capitoli precedenti, la fede era una forza inclusiva e unificatrice, qualcosa che legava tutti i Na’vi e rifletteva l’idea di una connessione spirituale con la natura. In Fuoco e cenere, però, vediamo cosa succede quando la fede vacilla, quando una tribù come quella dei Mangkwan pensa che Eywa non abbia risposto alle sue suppliche e decide di abbandonare quella connessione sacra.

    Questa rottura spirituale non è solo un elemento fantastico, ma è una metafora potente di quello che può accadere anche nelle nostre vite quotidiane, quando non troviamo risposte alle nostre preghiere, quando il dolore sembra più forte della speranza. Riconoscere, accettare e affrontare questa frattura é un viaggio emotivo che Cameron racconta con grande sensibilità.

    Sotto la spettacolarità delle immagini e la grandiosità delle ambientazioni, emerge una riflessione profondamente umana. Nonostante il contesto fantascientifico del film, Pandora diventa lo specchio delle fragilità, delle paure e delle speranze che appartengono anche al mondo reale. James Cameron ha spesso dichiarato che la saga di Avatar nasce dal desiderio di raccontare storie universali attraverso mondi straordinari, e l’ultima pellicola incarna pienamente questa visione. Il film riesce a fondere tecnologia, emozione e spiritualità in un’opera che va oltre il semplice intrattenimento, affermandosi come un’esperienza cinematografica intensa e memorabile.

    Un capolavoro senza precedenti, con una pazzesca attenzione al dettaglio e con la capacità di lasciare un segno duraturo nello spettatore. Ogni scena, ogni personaggio, ci parla di emozioni universali, quelle che ci legano, che ci fanno riflettere su chi siamo e su cosa vogliamo diventare. Alla fine, é questa connessione umana che rende il cinema tanto potente: un linguaggio che trascende i confini e ci unisce, ricordandoci che, nonostante i cambiamenti tecnologici, la vera magia risiede nella capacità di raccontare storie che parlano al cuore di tutti.

     

  • A2F Trento in rimonta ma Melendugno fa suo il tie break

    A2F Trento in rimonta ma Melendugno fa suo il tie break

    [di Redazione – foto Riccardo Giuliani] Sotto due set ad uno e 21-24 nel quarto set, l’Itas Trentino trova le energie per allungare la sfida fino al tie break, inchinandosi dopo quasi due ore e mezza di gioco alla Narconon Melendugno. Rimane un pizzico di rammarico in casa trentina per non aver saputo portare a termine la rimonta: nonostante una situazione di emergenza per le assenze di Pamio e Laporta, le gialloblù hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, trovando le risorse finisce e tecniche per rientrare in partita e andare ad un soffio dalla vittoria in un tie break approcciato al meglio da Trento ma deciso dal lunghissimo turno al servizio della neo entrata Sturniolo.

    Gallery fotografica di Riccardo Giuliani QUI

    Da rimarcare in casa trentina i 30 punti firmati da Lazda e i 6 muri di Cosi, mentre tra le leccesi spiccano le prove dell’ex Bassi (22 punti con 5 muri e 4 ace) e di Babatunde, premiata come mvp grazie ai suoi 16 punti con ben 7 muri.
    Beltrami, orfano delle infortunate Pamio e Laporta, si affida nuovamente a Monza al palleggio, Lazda opposto, Giuliani e Andrich laterali, Marconato e Cosi al centro e Ristori Tomberli libero. Simone Giunta, tecnico di Melendugno, risponde con Avenia in regia, Bassi opposto, Joly e Bulaich Simian in posto 4, Batatunde e Riparbelli al centro e Morandini libero.

     

    Alessandro Beltrami, coach Itas Trentino, a fine gara: «Il break subito nel tie break ha rovinato tutti gli sforzi fatti in precedenza, bravi loro che hanno cambiato qualcosa trovando il ritmo e le soluzioni per metterci in difficoltà – spiega a fine gara Alessandro Beltrami, allenatore dell’Itas Trentino – . In questo momento siamo un po’ un cantiere aperto, soprattutto in ricezione, ma complessivamente lo considero un ottimo punto, che ci serviva davvero tanto per diversi motivi. Sprechiamo ancora tanto e in questo momento in cui abbiamo un equilibrio precario non appena concediamo troppo iniziamo a fare fatica».

    TABELLINO: Itas Trentino – Narconon Volley Melendugno 2-3
    (23-25, 25-20, 18-25, 30-28, 11-15)
    ITAS TRENTINO: Monza 3, Lazda 30, Andric 8, Giuliani 15, Marconato 12, Cosi 10, Ristori Tomberli (L) 1; Colombo 5, Guerra 0, Zeni 0. N.e. Iob, Pamio, Laporta (L). All. Alessandro Beltrami.
    NARCONON VOLLEY MELENDUGNO: Avenia 3, Bassi 22, Joly 17, Bulaich Simian 17, Riparbelli 5, Babatunde 16, Morandini (L); Perfetto 0, Colombino 3, Sturniolo 2, Maruotti 0. N.e. Gianfico, Roserba (L). All. Simone Giunta.
    ARBITRI: Russo di Savona e Testa di Padova.

    Fonte Ufficio Stampa Trentino Volley Srl

  • A2F Trento non tiene, Messina fa il pieno di punti

    A2F Trento non tiene, Messina fa il pieno di punti

    [di Redazione – foto Riccardo Giuliani] L’Itas Trentino cede in quattro set al cospetto del Gruppo Formula 3 Messina incassando la prima sconfitta stagionale dopo cinque vittorie consecutive. Dopo un ottimo primo parziale, le gialloblù hanno subito il ritorno delle siciliane che con l’ingresso in regia di Rizzieri hanno migliorato la propria efficacia giocando a lungo alla pari con Trento. Decisivi ai fini del risultato finale le volate dei tre set successivi, tutte quante approcciate meglio dalla squadra ospite, abile anche ad approfittare di alcune ingenuità commesse dall’Itas Trentino proprio nei momenti cruciali delle singole frazioni. Le assenze delle infortunate Pamio e Laporta hanno chiaramente pesato nell’economia del match ma nonostante un assetto inedito l’Itas Trentino si è costruita le occasioni per poter agguantare la vittoria, mancando però di lucidità e brillantezza nelle fasi conclusive dei set.

    Foto gallery completa firmata da Riccardo Giuliani QUI

    I 20 punti di Lazda con il 43% a rete, i 16 palloni a terra di Giuliani e i 3 muri di Marconato sono i numeri migliori in casa gialloblù, insufficienti però per avere la meglio delle ospiti, spinte al successo dall’ottima verve in attacco del trio di palla alta formato da Viscioni, mvp grazie ai suoi 19 punti (e 4 muri), Zojzi e Carcaces.
    Beltrami, costretto a rinunciare alle infortunate Pamio e Laporta, sceglie di confermare Ristori Tomberli nel ruolo di libero, schierando in posto 4 Andrich in diagonale a Giuliani. Confermato il resto del sestetto gialloblù, con Monza al palleggio, Lazda opposto, Marconato e Cosi al centro. Matteo Freschi, nuovo tecnico di Messina, risponde con Tisma in regia, Viscioni opposto, Carcaces e l’ex Aneta Zojzi in posto 4, Landucci e Campagnolo al centro e Ferrara libero.

    Alessandro Beltrami, coach di casa, a fine gara: «Messina con il cambio di alzatrice ha trovato un ritmo migliore dopo un primo set nel quale non ha spinto come è solita fare – spiega a fine gara Alessandro Beltrami, allenatore dell’Itas Trentino – . E’ una sconfitta che fa male, certamente: sappiamo di essere in una situazione di difficoltà ma se in un momento di emergenza riusciamo comunque a giocarcela alla pari contro una squadra forte e con ottime attaccanti come Messina spiace molto non aver conquistato punti. Siamo stati davvero ingenui e se vogliamo continuare sulla strada che abbiamo intrapreso non possiamo permettercelo, avremo dovuto essere più aggressivi e più cinici. Si può non vincere ma si deve sempre provare a vincere: in certi frangenti invece non l’abbiamo fatto e alcune ingenuità banali, che in questo momento non possiamo assolutamente permetterci, ci sono costate a caro prezzo».

    TABELLINO Itas Trentino – Gruppo Formula 3 Messina 1-3 (25-18, 24-26, 22-25, 23-25)
    ITAS TRENTINO: Monza 4, Lazda 20, Andrich 7, Giuliani 16, Marconato 8, Cosi 6, Ristori Tomberli (L); Colombo 2. N.e. Guerra, Laporta, Iob, Zeni. All. Alessandro Beltrami.
    GRUPPO FORMULA 3 MESSINA: Tisma 1, Zojzi 15, Landucci 7, Viscioni 19, Campagnolo 10, Carcaces 14, Ferrara (L); Rizzieri 2, Colombo 0, Rastelli 0, Oggioni 0. N.e. Felappi. All. Matteo Freschi.

    Fonte Ufficio Stampa Trentino Volley Srl

  • A2F Anche sul Club Italia è ancora vittoria di Trento

    A2F Anche sul Club Italia è ancora vittoria di Trento

    [di Redazione – foto Riccardo Giuliani] L’Itas Trentino non rallenta il proprio passo. Dopo il convincente 3-0 su Casalmaggiore, le gialloblù di coach Beltrami si ripetono a sei giorni di distanza, superando con il medesimo punteggio una formazione insidiosa come il Club Italia. Nonostante il punteggio netto in favore di Trento, per due si è assistito ad una gara equilibrata, nella quale il coraggio e la spregiudicatezza al servizio e in attacco delle azzurrine hanno costretto agli straordinari le gialloblù, bravissime nelle fasi conclusive del primo e del secondo set a non commettere sbavature nei momenti chiave respingendo gli assalti delle ragazze di Cichello. Premio di mvp della sfida per Alice Pamio, autrice di 11 punti ma soprattutto protagonista di una gara completa in ogni fondamentale, dalla ricezione (72%) fino al servizio, decisivo per scavare i solchi con la squadra avversaria.

    Foto gallery del match, completa, di Riccardo Giuliani QUI 

    In luce anche Lazda, molto performante in attacco, come testimonia il 48% di positività con il quale ha chiuso la sfida del Sanbàpolis. Tra le fila ospiti da rimarcare i 13 punti di Susio, la più continua nella metà campo del Club Italia.Beltrami conferma il medesimo assetto visto all’opera all’esordio, con Monza al palleggio, Lazda opposto, Giuliani e Pamio laterali, Marconato e Cosi al centro e Laporta libero. Juan Manuel Cichello, tecnico del Club Italia, risponde con Spaziano (preferita inizialmente a Magnabosco) in regia, Sovolei opposto, Tosini e Susio in posto 4, Bovolenta e Quero al centro e Regoni libero.

    Beltrami, nel post gara: Non è stata affatto una gara semplice, ci tengo a fare i complimenti al Club Italia, squadra giovane ma molto organizzata, fisica e piena di energia e talento, come aveva già dimostrato contro Messina. Siamo ovviamente un cantiere in costruzione, seppur con delle buone fondamenta: sapevamo che non sarebbe stata una gara facile e così è stato, mi è piaciuto molto come abbiamo saputo gestire i finali del primo e secondo set, quando il Club Italia ha provato a rientrare ma abbiamo saputo trovare le soluzioni giuste per vincere le frazioni. Dobbiamo continuare a lavorare, questi successi ci danno convinzione: abbiamo una buona identità, oggi un po’ più timida rispetto alla prima campionato ma per il momento va bene così».

    TABELLINO: Itas Trentino-Club Italia 3-0 (25-21, 26-24, 25-19)
    ITAS TRENTINO: Monza 3, Lazda 15, Pamio 11, Giuliani 11, Marconato 6, Cosi 5, Laporta (L); Andrich 0, Guerra 0. N.e. Colombo, Iob, Zeni (L), Ristori Tomberli. All. Alessandro Beltrami.
    CLUB ITALIA: Spaziano 7, Solovei 9, Susio 13, Quero 4, Tosini 6, Bovolenta 5, Regoni (L); Caruso 1, Magnabosco 0, Moss 1. N.e. Cakovic, Peroni (L), Spada, Zanella. All. Juan Manuel Cichello.
    ARBITRI: Luigi Peccia e Giulio Cervellati MVP: Pamio

    Fonte Ufficio Stampa Trentino Volley Srl

  • Velasco, chiusura in grande stile per il Festival dello Sport di Trento

    Velasco, chiusura in grande stile per il Festival dello Sport di Trento

    [di Redazione – foto Riccardo Giuliani] Un tempo, prima di dedicarsi al volley, voleva fare il professore di filosofia. Così non è andata, per la gioia dei tifosi azzurri e per il bene del volley italiano. Ma Julio Velasco, allenatore della Nazionale italiana femminile Campione del Mondo, la filosofia l’ha comunque portata in campo, negli spogliatoi, nelle relazioni con le giocatrici e i giocatori, nell’affrontare le paure, la pressione, le vittorie e le sconfitte. All’Auditorium Santa Chiara, sul palco del Festival dello Sport di Trento, l’“Imperatore Julio” (come ha già titolato la Gazzetta) ha trasmesso al pubblico la sua ricetta per allenare.

    Per la foto gallery di Riccardo Giuliani del Festival dello Sport di Trento clicca QUI

    Un mix che funziona, guardando al lunghissimo palmarès, che dopo i successi con Modena e con la Nazionale maschile si è ampliato con le vittorie alla guida della Nazionale femminile: due Nations League, uno storico oro olimpico a Parigi (il primo della storia della pallavolo italiana) e, naturalmente, il Mondiale in Thailandia. Velasco è l’allenatore più vincente della storia della pallavolo italiana.

    Ciononostante, il titolo dell’evento, “Le invincibili”, non gli è proprio piaciuto, spingendolo a gesti scaramantici. “Quando l’ho visto ho toccato di tutto”, ha detto a Gianni Valenti, vicedirettore vicario della Gazzetta dello Sport e a Rachele Sangiuliano, che hanno dialogato con Velasco nel gran finale del Festival.

    “L’obbligo di vincere – ha raccontato – è la cosa più difficile per una squadra o per un’atleta. Noi cercheremo di restare ad alto livello, ma dobbiamo ricordare che a ogni Campionato tutti partiamo da zero punti.” “Le giocatrici – ha aggiunto – devono essere autonome e autorevoli; non mi piace quando l’allenatore si mette vicino alla riga.

    Preferisco vedere la squadra in grado di cavarsela da sola.” “Quando si vince – ha aggiunto Velasco – l’ultima palla della partita è un momento di emozione pura, non ci sono ragionamenti, è gioia. Dopo la doccia, però, c’è un momento di depressione. Il giorno dopo si comincia a essere più consapevoli.”
    Ma non si può sempre essere al top. “A tutte le squadre dico che bisogna saper anche giocare male, tenendo duro ed evitando che gli avversari prendano il controllo della partita.”
    È il gruppo che fa la squadra unita o viceversa? “Non basta essere un gruppo unito per vincere. Il gruppo aiuta a rendere tutto più facile, ma ciò che consente di superare gli interessi individuali è il grande obiettivo che la squadra ha, superando anche eventuali antipatie interne. Non bisogna per forza fare sempre gruppo, i caratteri sono diversi e bisogna dare il giusto spazio a ogni cosa.” “Una Nazionale – ha aggiunto Velasco – non sono i migliori giocatori; sono i migliori per svolgere un determinato ruolo. A volte conviene avere una giocatrice meno brava ma che è contentissima di stare in panchina.”

    Al centro, comunque, c’è sempre la relazione. “Mi piace trasmettere qualcosa insegnando a giocare, a prepararsi. Se un allenatore sa molte cose ma non le sa trasmettere, non può fare l’allenatore.” E il riscontro, positivo, c’è stato proprio al Festival, nei video saluti delle azzurre. Hanno raccontato un Velasco che sa dare fiducia, che spiega l’importanza di non auto-punirsi per uno sbaglio, che spinge a vincere la paura. “Ma la paura più grande l’hanno i tifosi – ha spiegato Velasco – perché non possono fare niente, possono solo sperare che le cose vadano bene. Noi invece come allenatori dobbiamo controllarci molto, perché la squadra capisce cosa proviamo.”
    Ma cos’è lo sport? “È emozione”, ha detto Velasco, “non è ragionamento o calcolo. Ci sono due grandi spettacoli nel mondo moderno: lo sport e la musica. Niente raduna così tanta gente come queste due cose.”

    Fonte Ufficio Stampa Provincia Autonoma di Trento

  • Gas e follia sul palco de iFdS di Trento con Kevin Schwantz

    Gas e follia sul palco de iFdS di Trento con Kevin Schwantz

    [di Redazione – foto Riccardo Giuliani] “Se il tema dell’edizione 2025 de il Festival dello Sport di Trento è l’adrenalina, quella pura. Se l’adrenalina è la compagnia di viaggio di tutti i campioni presenti e non. Se qualcuno ha vissuto di adrenalina, entrando nell’immaginario e riuscendo a rimanere ancora molto presente, non solo perché ha vinto ma perché lo ha fatto, a modo suo, questo è proprio Kevin Schwantz.” Lo presenta così Furio Zara, chiamandolo sul palco del Teatro Sociale. Il Campione del Mondo e di funambolismo. Gas e follia. Sangue Suzuki a stelle e strisce. Senza conoscere la paura. Fino a quando, proprio la paura gli dirà di smettere. “Dopo l’incidente del mio rivale di sempre Wayne Rainey non aveva senso continuare.” Si scrive kamikaze ma si legge, e traduce, Kevin Schwantz. Tanto pilota quanto acrobata. Tanto irruento quanto spettacolare. Campione del Mondo 500cc del 1993, la classe regina nell’era che precede la MotoGP, a cui accede direttamente, senza passare a farsi le ossa nelle classi cadette. Lui che di ossa rotte, però, ne ha una lunga serie: la sua avventura nella velocità inizia proprio da lì. Da un infortunio tanto grave da imporgli l’abbandono del motocross, la disciplina che più sua non poteva essere. Tanto che si dice che se la sia portata anche sull’asfalto.

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    Tanto che sul palco gli recapitano un Allegro Chirurgo (gioco da tavola famosissimo anche negli USA) modificato: sul viso una foto di Kevin. Sul corpo tutte le parti che sono state vittime del suo lavoro. “Non c’è una parte che possa toccare senza che suoni! E molte mi fanno ancora male, oggi…” Come quel polso. A cui affiderà il motivo del ritiro dal circo a due ruote. Per lui cresciuto a pane e moto, nella concessionaria del padre e in una famiglia di piloti, professionisti, il padre e il fratello. Fino all’allora 500cc e il successo più grande, nel 1993 quando arriva il titolo mondiale. Ma anche il titolo di kamikaze. Perché, cosa aveva di speciale, di unico? “Non ne ho idea – racconta – Credo che i miei fan siano tali perché ho sempre dato il 100% e a volte andavo oltre. Cercavo di vincere fino all’ultimo giro, Non mi sono mai risparmiato. E anche i piazzamenti mi sono serviti, in una carriera non lunghissima. Iniziato nel 1984 e ritirato nel 1995.” Tra alti e bassi. Cadute e ritorni in sella. E le staccate, quelle che sono diventate negli anni il suo marchio.

    26 maggio 1991 Hockenheim: la staccata e il sorpasso su Wayne Rainey. Una sequenza leggendaria che scorre sul grande schermo del teatro e mette ancora i brividi.  Un gioco di prestigio, una magia, un colpo di genio. Come nasce questo momento? “Dalla volontà e dalla determinazione di vincere. Sapevo che Wayne poteva avere la meglio ed è per quello che ho mantenuto la traiettoria destra. Se mi avesse sorpassato avrebbe vinto lui. Quando mi ha affiancato era disorientato, non pensava di trovarmi lì. Ha frenato un secondo o quasi prima di me; ho dovuto spostarmi per non centrarlo e così riprendere il controllo della moto. Anche dopo anni di gare è sempre difficile sapere cosa fare in certi momenti.”  Vista oggi si può dire fosse la cosa più giusta da fare tra le più sbagliate.

    Wayne Rainey il rivale “all’inizio ci odiavamo! Era una battaglia in pista e non ci parlavamo fuori. Ma poi, scontrandoci sull’asfalto, senza mai toccarci, abbiamo iniziato a rispettarci. È nata un’amicizia. Il suo incidente è stato difficile da accettare. Oggi posso dire che abbia abbreviato la mia carriera. Non trovarlo più tra i cordoli, non potermi confrontare con lui che dava misura della mia preparazione… senza lui e le nostre sfide molto non aveva più senso.” Un incidente in cui Rainey perse l’uso degli arti inferiori, nel 1993, che rese un po’ amaro quel titolo e difficile la stagione successiva. Con un polso lussato e la motivazione ormai persa. La paura? “Prima non avevo paura di niente! Adoravo le corse sotto la pioggia e nulla mi poteva fermare. Quando l’ho sentita arrivare, ho smesso.” Ma c’è stato un momento preciso? “Sì. In gara. Dopo un sorpasso di Loris Capirossi che si è voltato per scusarsi e poi una caduta. Mi ero distratto? No, la verità è che non ero più concentrato. Al rientro, sul mio volo c’era Wayne. Mi ha chiesto cosa stesse succedendo alla mia guida. E quel suo ‘fermati’ mi ha fatto pensare. Prendere tempo per capire. Ed ho pensato. Deciso. Agito. Lasciato nel momento in cui non potevo fare altro.”

    Per trovare quel sorriso che tutti, da sempre, conoscono. “Ogni volta che infilavo il casco mi scappava sempre un sorriso” è la sua frase preferita. E la più vera. Perché ancora oggi ci sono padri che raccontano ai figli di quel pilota kamikaze, con una grandissima voglia di divertirsi sull’asfalto. Gas e follia. E molti sorrisi.

  • Marco Belinelli, al basket ho dato (e ricevuto) tutto

    Marco Belinelli, al basket ho dato (e ricevuto) tutto

    [di Redazione – foto Riccardo Giuliani] Con il compagno di squadra in Nazionale Matteo Soragna, seduto accanto a lui sul palco del Festival dello Sport di Trento ed intervistato da Davide Chinellato, corrispondente NBA della Gazzetta dello Sport, Marco Belinelli ha riavvolto il nastro della sua straordinaria carriera, da quel lontano 2006, il Mondiale che ha segnato la svolta della sua vita sul parquet e quella partita indimenticabile, tra Italia e Stati Uniti dove è entrato nel radar del mondo NBA. “L’inizio della mia carriera in Nazionale è stato un momento emozionante, che mi ha fatto conoscere in tutto il mondo – spiega Marco Belinelli -. Devo dire che in Nazionale ho sempre cercato di entrarci in punta di piedi, prendendo ispirazione dai miei compagni che avevano già vinto tanto, come Teo (Matteo Soragna) e Baso (Gianluca Basile). Ho cercato di portare freschezza e il mio talento, ma la vera fortuna è stata la presenza di un allenatore come Charly (Carlo) Recalcati, che mi ha dato la possibilità di giocare e di sbagliare”.

    Per la foto gallery di Riccardo Giuliani del Festival dello Sport di Trento clicca QUI

    Una carriera, quella del grande cestista, costruita “mattone su mattone”, alzando sempre di più l’asticella, perché l’obiettivo è sempre stato solamente quello di migliorare. Questi i “mattoni” più importanti. Considerato tra i migliori giocatori italiani di sempre, è stato selezionato con la 18ª scelta assoluta al Draft NBA 2007 dai Golden State Warriors, ed è il primo e unico italiano ad aver vinto il titolo NBA (nella stagione 2013-2014 con i San Antonio Spurs), oltre ad aver vinto a New Orleans l’All-Star Game 3-point Contest, la gara dei tiri da 3 punti tra i migliori “Cannonieri” della NBA dove ha giocato per 13 stagioni. Matteo Soragna: “Il Mago (Andrea Bargnani) e il Gallo (Danilo Gallinari), per i ruoli che hanno ricoperto oltreoceano, hanno avuto un percorso più “facile”, mentre per Marco, con il suo ruolo di guardia, la strada è stata sicuramente più in salita. Se in Europa, Belinelli era una atleta “sopra la media”, in America era” nella media”; perciò possiamo affermare con assoluta certezza che quello che ha fatto è stato un valore aggiunto alla sua carriera”. Sempre Soragna: “L’NBA è stata una chance meravigliosa per i nostri tre campioni italiani, che si sono rivelati dei protagonisti veri in terra d’oltreoceano. Hanno giocato per anni, facendo grandi cose. Se si pensa che durante l’anno dell’anello, Belinelli fu il giocatore che giocò più minuti della stagione regolare”.

    In NBA, non è stato sempre tutto facile per Marco, la paura di non essere all’altezza, soprattutto all’inizio e poi quegli anni poco “produttivi”: “Nonostante tutto, anche se andavo poco in campo, quando giocavo vedevo i miei miglioramenti e mi sono sempre allenato tantissimo, perché non avevo alcuna intenzione di mollare”. L’anno di svolta per Belinelli arriva con l’ingresso negli New Orleans: “Mi sono sentito desiderato, con l’interesse a farmi giocare. Lì mi sono sentito per la prima volta un giocatore NBA. Ho avuto, fin da subito, la possibilità di giocare e di sbagliare. E questa è stata la mia fortuna”. “Dare fiducia ai giovani, dare una chance, perché è sbagliando che si cresce”: è questo il messaggio lanciato dal palco ai giovani in sala.

    “Ci ho messo il cuore. Ogni briciolo di me stesso. Ogni singolo giorno. La pallacanestro mi ha dato tutto… e io ho dato tutto a lei. Non è facile dire addio. Ma è il momento. Porto con me ogni emozione – aggiunge – ogni sacrificio, ogni applauso. Grazie a chi c’è sempre stato. Ai più giovani, lascio un sogno. Fate in modo che valga la pena”.

    Fonte Ufficio Stampa Provincia autonoma di Trento

  • Pecco Bagnaia, “Marquez e la Formula 1” iFdS di Trento e la MotoGP

    [di Redazione – Foto Riccardo Giuliani] Francesco “Pecco” Bagnaia è ha partecipato al Festival dello Sport di Trento in un 2025 complicato: cadute, tensioni nel box Ducati e una moto che a tratti sembra non rispondergli più. Dopo il disastro di Misano e la caduta in Indonesia, ha ritrovato un lampo di orgoglio vincendo a Motegi, ma il Mondiale resta in salita, con Marc Márquez davanti. Al Teatro Sociale Pecco ha portato la sua calma da veterano e la voglia di spiegare — anche a sé stesso — come si rialza un campione.

    Sul palco, oltre a Federica Masolin, ha trovato ad attenderlo anche un albero di Natale con sotto una serie di pacchi infiocchettati. All’interno degli oggetti preparati per aiutarlo a raccontarsi: “Da bambino aprivo sempre il pacco più piccolo. Anche oggi: c’è un cronometro. Il tempo per me è molto diverso in gara e nella vita quotidiana.  A casa, quel poco che ci sto, cerco di vivere in modo rilassato. Mi chiedete di Marquez, nel passato lui ha sempre fatto di tutto per mettere i bastoni tra le ruote agli avversari, ma nel team da quando è arrivato con lui ho invece un bellissimo rapporto. Non posso che parlarne bene, da lui c’è solo da imparare”. Altro pacco dono, con dentro un telecomando: “Guardo molto la tv, sono un grande fan della Formula 1, di Hamilton e della Ferrari. Mi piace il tifo, quello che ti carica, non allo stesso modo quello che divide. Passatemi il termine, calcistico”.

    La foto gallery del Festival dello Sport di Trento di Riccardo Giuliani QUI

    Bagnaia ha continuato a scartare e a raccontare, emozionandosi nel vedere la foto del proprio matrimonio: “Ho sempre voluto lei, ci ho messo molto per convincerla, per conquistarla, ma mia moglie Domizia per me è una persona fantastica, che mi da un grande equilibrio”. Pecco da piccino girava per i circuiti in camper con i genitori ed i nonni: “Ed ascoltavamo grande musica rock, i Dire Straits, Bruce Springsteen, Led Zeppelin, i Metallica. Sono cresciuto bene”.  Bagnaia ha confessato anche una grande passione per il basket, riconoscendo le annate dei match dei big, Jordan in primis,persino dal colore delle sneakers che indossavano” .

    Masolin ha fatto a Pecco anche la fatidica domanda: “Se sono felice? Sì, se ho fatto degli errori diciamo che mi sono serviti. Io ho da sempre Ducati in testa. Ci sono le moto e poi c’è la Ducati. Mi ha sempre appassionato. Quando vinci un Mondiale poi qualsiasi altro risultato diverso ti sta stretto. Valentino Rossi mi ha insegnato invece che qualunque risultato va festeggiato””.
    Il campione ha parlato anche delle Olimpiadi di Milano-Cortina: “Un onore essere  tedoforo dei giochi dell’anno prossimo. Sono emozionato all’idea di portare la fiaccola olimpica”.
    Qualche fischio per la sua fede juventina. Lui ha riso: “Quando si vince tanto si sta sulle scatole”. E per Pecco l’applauso è arrivato da tutto il Sociale.

    Fonte Ufficio Stampa della Provincia Autonoma di Trento

  • Bortoleto e Binotto per una nuova storia in Formula 1

    [di Redazione – Foto Riccardo Giuliani] Una nuova storia, quella narrata sul palco del Festival dello Sport di Trento nell’appuntamento che accompagna il pomeriggio del giovedì verso la sera. Un progetto partito da un foglio bianco, per Mattia Binotto oggi Direttore Tecnico del Team Stake F1 Sauber arrivato nella scuderia dopo 28 anni in Ferrari. Una monoposto e il debutto in Formula1, invece, per Gabriel Bortoleto pilota alla sua prima stagione nella classe regina. E una mentalità vincente. Ma come si costruisce? “Con la cultura, vincente – risponde Binotto – lavorando sulla mentalità della squadra, sulle persone e sull’atteggiamento. Sulla paura da non avere, mai. Nemmeno quella di sbagliare. Perché l’approccio giusto non è quello ti porta a considerare solo la vittoria, come risultato. Ma quello che saper accogliere, affrontare, la sconfitta.” Anche “se – ribatte il pilota – vorrei vincere presto. In Brasile? Sì, sarebbe speciale. Ma se possibile non vorrei attende così tanto.”

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    La scintilla di innesco della passione per i motori? Trasmessa dal fratello, per il pilota, che a 6 anni salirà sul primo kart e a 12 sarà in Europa per iniziare la carriera da professionista. Dal nonno tifoso Ferrari per Binotto. E poi gli studi, non senza un piccolo inciampo, in ingegneria e uno stage. Nel posto giusto. Quello dove trasformare l’amore per i motori visti in tv in professione.

    Determinato e per nulla impaurito nemmeno dalla raffica di domande di Binotto durante il loro primo colloquio. “Per metterlo sotto pressione. Per testarlo” sorride il DT che ricorda “come abbia subito dichiarato il suo obiettivo: il titolo di campione del mondo.” Non immediato, certo. Perché quello di Sauber, dal 2026 Audi, è un progetto a lungo termine. “Una sfida grande – continua Binotto – per tutti. Una grande scommessa della casa sta investendo, non solo in termini di denaro. Dietro c’è il lavoro da impostare, persone che entrano in squadra, un budget di cui tener conto. E poi sì, ci sono le macchine che devono essere veloci. Ma è la velocità di sviluppo della vettura che poi farà la differenza.” In un mondo tecnico molto complesso e competitivo. Perché “la F1 è un animale altro, diverso da tutte gli altri (a motore) e diverso da quello che Audi ha conosciuto finora.”

    “Ci stiamo lavorando tutti – segue Bortoleto – e sappiamo cosa vogliamo diventare. Non vinceremo subito, non è realistico. L’obiettivo dichiarato è arrivarci nel 2030 ma partecipare a una storia che sta nascendo, per me che sono appena arrivato, è motivante. Per entrare nella storia. Un po’ alla volta, ogni giorno.”

    E come sta andando? “Impariamo da ogni gara, ci confrontiamo alla fine di ogni gara. La analizziamo insieme. Il talento si vede in telemetria – sottolinea Binotto – la capacità di guidare una macchina sovrasterzante: è lì si vede la bravura. Nel capire l’assetto, leggere la gara. E siamo contenti dei risultati.  Anche quelli al simulatore.” Già. Il simulatore. “Mattia – dice sorridendo Gabriel – mi rimprovera le ore trascorse con i videogames: ma sono il mio simulatore. Quello di casa!” A casa. Il pensiero va a Interlagos, la gara di casa. “Che so, sarà speciale. Per le persone che saranno lì e per me.” Su una monoposto, a fare la storia. O, almeno, altro pezzo di quella nuova che in Sauber stanno scrivendo.

    Fonte Ufficio Stampa della Provincia Autonoma di Trento