[di Emanuela Macrì] Raggiungere la vetta dell’Everest è, già di per sé, un’impresa difficile. Farlo in preda ai sintomi di una gastroenterite, pare quasi irrealizzabile. Ma compiere la medesima impresa due volte in meno di una settimana, è qualcosa che sfiora l’impossibile. Non per Kilian Jornet, però, il talento catalano, amante della montagna, come si definisce nella sua biografia.

Una vita di corsa, in tutti i sensi, ripercorsa da Josep Serra in Kilian Jornet: camino al Everest, in 80 minuti di pellicola che smontano e rivedono un’avventura che parte da lontano, quando Kilian bambino cammina in autonomia già a 10 mesi e a 3 anni raggiunge le sue prime vette. Un rapporto naturale, il suo con la montagna. Un rapporto, però, anche conflittuale: a 15 anni, costretto a trascorrere intere giornate sul divano a causa di un infortunio, inizia a stilare una lista di competizioni che, immagina, affronterà nell’arco del suo prossimo trentennio.

Una volta rimessosi in piedi, Kilian inizia da subito a macinare chilometri e dislivelli. Tanto che ha solo vent’anni quando quella famosa lista ha tutte le voci depennate. Una grande soddisfazione che spalanca, però e all’improvviso, la finestra sul futuro, imponendo all’orizzonte il grande interrogativo. E la ricerca di nuovi orizzonti apre un varco a una malinconia capace di mangiare l’anima, di condurre alla ricerca dell’autodistruzione.

Ero una testimone immobile – racconta la mamma – e inerme di un processo difficile. Non è facile per un ragazzo così giovane aver realizzato tutti i sogni e dover cercare una nuova strada.” Soprattutto se la sorte ci mette lo zampino. “Quando durante una spedizione in quota perderà il suo compagno di avventura, le cose peggioreranno.” Perché Kilian sentirà la responsabilità di essere sopravvissuto al posto di un padre di famiglia. Sebbene non avesse alcuna colpa nell’accaduto, l’evento riaprirà la porta al processo di autodistruzione. Che non lo allontanerà dalla montagna, ma lo farà camminare sul filo sottile della depressione. Il suo destino, però, è quello di raggiungere le vette, anche risalendo dagli abissi.

Ed è lì che si trova, quando incontra Emelie Forsberg, campionessa mondiale di Skyrunning, e ora compagna di vita. Lì, in risalita, pronto a uscire da una situazione difficile. Per ritrovare luce e motivazione, per dare corpo a nuovi progetti.

Uno tra questi, Summit of my life, lo porterà a sfidare gli 8.845 metri dell’Everest. A ripetere l’impresa per ben due volte in meno di una settimana e in modo davvero particolare (tralasciando i problemi gastrici che no, non erano nel progetto originale NdR): la sfida stava nell’affrontare ascesa e discesa, con partenza dal Campo base, in una no-stop. Missione compiuta, nonostante nell’ambiente ci sia qualcuno che mette in dubbio l’impresa per via dell’assenza di immagini: l’arrivo in vetta, in entrambi i casi, è avvenuto nelle ore notturne e le immagini non chiariscono i dubbi.

Ma a Kilian non sembra importare poi molto delle critiche, che nel suo caso non sono mai mancate. Come nel caso di Reinhold Messner che dice di non interessarsi alle sue imprese perché riguardano il fattore tempo, perché appese al dato del cronometro. E se non sappiamo la risposta del catalano a tale affermazione, conosciamo la sua filosofia, il suo modo di guardare oltre, condensato in quella frase, che pronunciata con il sorriso, vale forse più di mille altre affermazioni: “Tutto è da fare. Nulla è impossibile”.