[di Emanuela Macrì] Politica, lacrime, fermacravatte in alta quota e musica grunge. Tutte nel medesimo film, tutte nella medesima storia. Quella di Bob, che “sognava cose che non erano mai state” e del suo amico Jim che per professione sfidava la montagna e rimarrà nella storia quale primo statunitense a conquistare la cima dell’Everest. Una storia, proposta in anteprima al Trento Film Festival 2019 con Return to Mount Kennedy di Eric Becker, che si apre e si chiude (quasi) alla stessa altitudine, 4.200 mt sul livello del mare, e con il medesimo rito. Ma di Bob, in questa storia, ne incontreremo ben due, così diversi ma, alla fine, così vicini.
Il primo è Robert Kennedy. Quel Bob che piangerà il suo Presidente e fratello, in un pomeriggio di novembre del 1963 e si batterà, prima da senatore poi da candidato alla Casa Bianca, per l’affermazione dei diritti civili nel suo paese e nel mondo, con un messaggio capace di resistere nel tempo e oltrepassare i confini. Il secondo è un ragazzino ribelle con poca voglia di studiare e meno di lavorare, che nella Seattle di fine anni ’80 incrocia la propria strada con quella della nascente generazione grunge. Sarà il destino, poi, a fare in modo che da sfaticato roadie dei Mudhoney diventi, e rimanga per 12 anni, il tour manager degli R.E.M.
Solo che Bob, questo Bob, è anche figlio di Jim, di cognome fa Whittaker, e porta nel nome una storia di amicizia eterna: quella che nemmeno un pezzettino di piombo, sparato in una serata del 1968, sarà in grado di far morire. Accanto a Kennedy, e alla moglie Ethel, a stringere le loro mani in quel tragico passaggio, c’è anche Jim, l’amico eterno.
Un legame, il loro, nato qualche anno prima quando il primo ministro canadese chiede ai due, allora sconosciuti, di compiere una missione capace di entrare nella storia: conquistare la cima inviolata di una montagna dello Yukon, da titolare ala memoria di JKF. Per Jim pane quotidiano, per Bob prima e unica esperienza ad alta quota. E se il primo lascerà il passo al secondo qualche metro prima della vetta, il secondo proprio su quella cima lascerà il suo fermacravatta.
Un attimo primo di sciogliere tensione, emozione e stanchezza in un lungo abbraccio. Lo stesso che unirà 50 anni più tardi ma qualche metro più a valle e dopo la deposizione dei fermacravatta, Bob Whittaker, ormai ex rock manager, il fratello Leif, alpinista, e Chris Kennedy, ottavo degli undici figli di Robert. Impegnato come il padre nella sua prima e unica spedizione, in quota anche lui per rendere onore a un affetto speciale.
Emozioni che in Return to Mount Kennedy di Eric Beckers i sovrappongono e si sciolgono in un montaggio di sequenze di repertorio, immagini inedite e scene girate per l’occasione. Come lacrime asciugate ma, comunque, eterne. Come le due spedizioni sul monte Kennedy, sulla carta improbabili visti i partecipanti, ma destinate a rimanere indelebili. Perché, rifacendoci a una citazione che Bob Kennedy amava in modo particolare “Vedi cose che esistono e ti chiedi “perché?” Ma io sogno cose non ancora esistite e chiedo “perché no?“. Perché la montagna sa compiere miracoli che altri luoghi non sanno immaginare.






