Categoria: Interviste

  • Gaia Moretto, in campo come un in cerchio. Perfetto

    Gaia Moretto, in campo come un in cerchio. Perfetto

    [di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] Di perfezione e completezza ma, anche di un movimento continuo. Il cerchio è simbolo di tutto questo in questa che è una storia di cerchi, da chiudere. Sempre. La storia di Gaia Moretto, centrale dell’Itas Trentino, ballerina con un futuro da violista non fosse stato per “l’allenatrice U14 collega di Chions, società del pordenonese, insegnante e collega di mio fratello che aveva adocchiato una ragazza alta, una con il fisco adatto al volley. E che si era presentata a casa con la proposta di un posto in squadra.” Di dare inizio a una carriera, diremmo oggi con il senno di poi.

    La pallavolo sull’uscio di casa e tante altre attività da lasciare fuori. Dalla parrocchia agli scout, di lì a poco ci saranno solo palloni schiacciati a terra e ginocchiere “perché ho l’esigenza di far bene ogni cosa e quando decido di dedicarmi ad un’attività, lo faccio con tutto l’impegno che riesco.” Nata sotto il segno della Vergine, il più pignolo e perfezionista dello zodiaco, manco a dirlo. E contrassegnato da una decisa dinamicità.

    Dal Friuli Venezia Giulia e i primi passi nella provincia di Pordenone al massimo campionato italiano con la Imoco Volley di Conegliano, con una Supercoppa alzata e uno scudetto cucito al petto. E un’altra proposta “quella della società di Filottrano di vestire la maglia per la stagione successiva. Il momento, il mio momento. Quello di fissare di un posto da titolare conquistato prima e difeso poi, partita dopo partita. Un anno, peraltro, senza una vera conclusione a causa del lockdown, terminato prima del tempo ma, comunque, fondamentale per la mia crescita.” Una conquista, un cerchio che può dirsi, comunque, chiuso.

    E ora Trento, il ritorno in una piazza dove aveva già giocato per una stagione in serie A2. “La (ri)proposta della società trentina è stata un’altra (ri)partenza. Avevo bisogno di ritrovare il posto in campo e la sensazione, avuta sin dalla chiamata, è che non potesse esserci ambiente migliore per questo. Con questa squadra, tutta Testa&Cuore, con cui stiamo provando a fare qualcosa di bello, a chiudere l’anno nel modo migliore. Con questa società, oggi più strutturata sebbene molte delle persone che la compongano siano le stesse di qualche anno fa.”

    Una Trentino Volley che da anni gestisce un top team nel volley maschile “e si contraddistingue per la disponibilità, dote rara, all’ascolto.” Per Gaia che ascoltatrice lo è diventata “ma di podcast! Dopo la conclusione degli studi e la laurea magistrale in Scienze Motorie ho ritrovato materie a cui non avevo dato molto spazio. Tra queste la storia contemporanea che, invece, ho riscoperto, anche grazie alle vicende narrate nei podcast, appunto.” Con una preferenza per le storie di mafia e legate ai temi della legalità. E un personaggio da cui trarre ispirazione, una donna che il suo posto in campo l’ha conquistato e difeso: Nilde Iotti.

    Mentre Gaia Moretto da grande si vede insegnante “anche se a scuola mi accontentavo di galleggiare.” Un’eccezione per lei che prende ogni cosa, sempre e solo, sul serio. Con metodo e onestà: “Il pregio in campo è quello di saper tener in equilibrio grinta e tranquillità. Di saperli dosare.” E il difetto? “I difetti, al plurale, perché sono tanti. Ma quello che dovrò impegnarmi a correggere è sicuramente la scarsa dose di pazienza. Con me stessa e con gli altri.” Il prossimo cerchio da chiudere? Non c’è dubbio alcuno per questa centrale tutta Perfezionismo&Dinamicità. Ma anche tanto Testa&Cuore.

  • Ilaria Vagni, fischietto sul tetto d’Europa

    Ilaria Vagni, fischietto sul tetto d’Europa

    [di Emanuela Macrì – foto Fipav] Dal puro caso ai seggioloni di mezza Europa. Da un corso di formazione per arbitri frequentato senza troppa (o alcuna?) convinzione alla finale del Campionato Europeo femminile di pallavolo edizione 2019. Ilaria Vagni, romana d’origine ma perugina d’adozione, prima donna italiana arbitro internazionale, riassume così i suoi trentatré anni a bordo campo. Compresi tra un inizio incerto e l’ennesima stagione ai massimi livelli.

    In una storia che prosegue – racconta – anche perché in questo mondo ho trovato delle amicizie sincere, insieme all’amore per questo sport e quello della vita.” Quel collega, Francesco Piersanti, conosciuto perché designati entrambi per arbitrare la medesima partita, e quell’incontro che andrà ben oltre il triplice fischio finale e li poterà a diventare una famiglia. Ma anche a condividere la professione arbitrale, la passione per i gatti (tanto da consegnare le chiavi di casa nelle zampe di Camillo e Poppy) e completare l’opera diventando genitori di Michele, pallavolista e arbitro. Manco a dirlo.

    Un coinvolgimento totale nel mondo volley. Anche se può accadere di percepire l’arbitro come una figura altra, quasi esterna alla partita. “Dietro, invece, c’è molto lavoro – prosegue Ilaria – un’attività che si prepara sotto diversi aspetti. Curando il lato della preparazione psicofisica, quello stato di benessere necessario per arrivare al giusto grado di concentrazione, per riuscire a focalizzarsi su quello che ti appresti a fare, impostando l’attenzione su quel “pensa ad adesso” che ripeto come un mantra mentre dietro di me si chiude la porta dello spogliatoio. Dall’altra, poi, c’è la preparazione tecnica, quello studio, come fanno i giocatori, delle squadre che si affronteranno, nell’intento di prevedere i contesti nel quale ci si deve muoversi.”

    Per evitare, il più possibile, di trovarsi nella peggiore condizione possibile per un direttore di gara, quella di “non avere il polso della situazione, di perdere l’approvazione e la condivisione di chi sta in campo, in panchina o sugli spalti, in quel momento. La circostanza che ci si augura di non dover mai affrontare perché difficile da gestire e molto di più da riparare: un errore, infatti, è quasi sempre rimediabile, soprattutto oggi con l’ausilio degli strumenti tecnologici. Recuperare una situazione fuori controllo, invece, ha un margine davvero minimo, quasi nullo, di riuscita.

    Contestazioni che, in carriera, non sono mancate ma “sempre legate alla non condivisione di alcune scelte operate. Mai ho percepito una diffidenza nei miei confronti, e in quello di altre colleghe, perché donne. E questo perché nel movimento la presenza femminile, notevole già da molto tempo, non soffre di ostilità.

    Credo che nei numeri, in Italia, siamo stati un po’ pionieri: quando ho iniziato l’attività, alla metà degli anni ’80, il tesseramento femminile nel mondo arbitrale era già una realtà consolidata. Ma non si tratta solo di quantità: nella pallavolo le designazioni riguardano tanto i campionati femminili che maschili. Non si fanno differenze di genere “. Cosa che in altri sport, invece, ancora oggi è appare quale traguardo da raggiungere.

    Infatti – ci tiene a sottolineare Ilaria – quando penso alla mia nomina internazionale e al fatto di essere stata la prima in Italia, non mi piace considerarla solo come una soddisfazione personale, perché sarebbe limitativo. Preferisco credere che essa sia stata, e continui ad essere, utile per tutto il movimento arbitrale, non solo femminile. Di aver lasciato un primo, importante, segno.”

    Con il gusto, pieno, di veder riconosciuta tutta quella dedizione. Tutto quell’amore per il volley, in una carriera che già le aveva regalato mille emozioni. “Come la prima partita importante in serie A. Quella semifinale scudetto tra Piacenza e Busto Arsizio che, quasi letteralmente, ricordo palla per palla. Una di quelle gare che ti coinvolgono a tal punto che speri non finiscano mai. E che quell’ultimo pallone, anziché cadere a terra e chiudere i giochi, venga miracolosamente recuperato.”

    Per poter allontanare il più possibile il momento di rientrare nello spogliatoio. Di chiudere la stagione o, se proprio, augurandosi di farlo nel migliore dei modi possibili. Come è accaduto nel recentissimo passato. “Con la designazione quale primo arbitro nella Final four di Eurolega maschile e, l’ultima in ordine di tempo, come secondo fischietto nella finale del Campionato europeo femminile giocata ad Ankara, dove ho condiviso la direzione con una collega che stimo e con la quale avevo già avuto il piacere di vivere l’esperienza di arbitrare in un Campionato europeo juniores. La ciliegina sulla (già ricca) torta stagionale.”

    Niente male, dunque, per una donna che dal puro caso di un corso di formazione per arbitri frequentato senza troppa (o alcuna?) convinzione ora, da quel seggiolone conquistato con dedizione e lavoro, non vorrebbe, vuole, più scendere.

  • Stefania Sansonna. Il coraggio della determinazione…

    Stefania Sansonna. Il coraggio della determinazione…

    [di Emanuela Macrì – foto Fabio Cucchetti per Get Sport Media] Il vento giusto e la ricerca dell’esatta direzione. Per capire come aggiustare le vele, impostare la rotta. Stefania Sansonna, quel vento lo conosce bene. Ma non stiamo parlando del vento di Scirocco che accarezza la sua terra, quella Puglia spesso lontana, anche se mai dal cuore.

    A Canosa di Puglia dove è nata e cresciuta, a cartoni animati a pallavolo, manco a dirlo. “Condizionata – sorride la numero 11 della Igor Gorgonzola Novara – da quella serie (tanto famosa che pare pure superfluo nominare) ma anche appassionata grazie ad essa. Anche se a portarmi sul campo di gioco è stata più la voglia di emulare mia sorella Carmela e di accorciare quei cinque anni di distanza fra noi, di trovare una scusa per giocare insieme a lei.”

    Per sognare di diventare una grande campionessa, mettendoci tutto quanto possibile perché non rimanesse soltanto un sogno. Fino a imporsi nell’universo del volley come una dei liberi più forti in assoluto. Nonostante quel ruolo, il suo ruolo di oggi, non esistesse quando ha iniziato a giocare a pallavolo. “Sono nata come schiacciatrice. E tale sono rimasta fino a 22 anni, fino a quando con la squadra di Isernia siamo sbarcate in serie A2. L’anno successivo, con il passaggio a Castellana Grotte è arrivata anche la decisione del cambio di ruolo.” Una novità, come un vento che cambia, accolta come una possibilità, un’opportunità da darsi.

    O, meglio, “la felice intuizione di un allenatore illuminato, Donato Radogna, che ha saputo analizzare la mia situazione e, da subito, comprendere che avrei avuto un futuro migliore in seconda linea. Perché, ricordando le sue parole, avevo davanti a me due strade e solo una scelta: rimanere una brava schiacciatrice come tante o diventare un eccellente libero come (quasi) nessuno. Ho capito subito la sua onestà intellettuale e la sua grande capacità d’analisi, di guardare dentro e oltre una questione. E ho accettato.”

    Un tecnico capace di guardare oltre. Ma anche di guidare, oltre. Con Radogna, infatti, arriverà la promozione nella massima serie del campionato italiana. Quella A1, e quel futuro immaginato, che Stefania Sansonna non lascerà più. Insieme alla voglia di vincere e di lottare. “Perchè ancora oggi, dopo Berlino e la Champions League conquistata, non sento di essere arrivata. Sarà che non mi soffermo mai troppo su quanto fatto e, anche se so di aver fatto molto, anche di più rispetto alle mie aspettative, preferisco guardare la strada che mi aspetta. Tutto quello che rimane ancora da fare.”

    Scegliendo come compagni di viaggio, tutte le esperienze fatte in campo. Insieme ai tanti insegnamenti ricevuti. “Ho avuto la fortuna di incontrare allenatori di alto livello, delle vere e proprie guide, persone capaci di raffinare un prodotto fino ad allora grezzo e di lavorare, ognuno, su un aspetto specifico del mio stare in campo. Dopo Radogna e il cambio di ruolo, arriveranno Giovanni Caprara, con cui ho migliorato la tecnica, Luciano Pedullà, che mi ha aiutato nel processo di crescita, e Massimo Barbolini che mi donato grande consapevolezza.” Ma non è tutto. “Perché devo molto alle campionesse con cui ho avuto il piacere di vivere e lavorare.” Poi precisa. “Quelle vere, che sono state e sono delle campionesse fuori dal campo, prima che dentro il campo.

    Perché arrivare in alto, significa, non perdere mai di vista il percorso fatto, tutti i passi e la fatica. “Come ha ricordato Papa Francesco in un recente discorso che ho apprezzato molto e fatto un po’ mio: bisogna ricordarsi da dove si viene. Non dimenticare il campetto, l’oratorio, la strada dove tutto è iniziato.” Quella Puglia che ora individua proprio lei, Stefania Sansonna, come un modello, una bandiera sportiva. Un esempio da seguire, anche guardando alla sua storia, quella di una giocatrice formatasi in un movimento pallavolistico territoriale che, sebbene vivesse un momento più felice rispetto a quello attuale e in cui le società in serie A erano molte in tutto il sud, era lontano da quel nord catalizzatore.

    In un sud in cui non era, comunque, più facile emergere rispetto a oggi. Alla base, domani come allora, conterà sempre più di tutto la passione che hai: deve essere immensa, ché se fosse solo grande non basterebbe. Solo una passione sconfinata, infatti, ti dà quell’energia per misurarti con la sofferenza, la necessità di crescere in fretta e di sopportare qualunque avversità. Per questo, non piacendomi il singolo ma preferendo il gioco di squadra, vorrei pensarmi più come un ponte che un modello, diventare il punto di raccordo tra i sogni di gioventù di qualche atleta del mio territorio e la loro realizzazione. Da rincorrere, ovunque essa possa avverarsi.

    Anche fosse al nord, come è stato per lei. Quel nord che la ha cambiato la vita. Con il suo arrivo a Novara e l’inizio di una lunga storia d’amore “costruita piano piano, insieme a una città e una società a cui sono particolarmente legata, per molti motivi. Tra questi, il primo su tutti, il fatto di aver sempre trovato appoggio, anche nei momenti più difficili. Un aspetto che mi ha inorgoglisce, come atleta e come donna.

    Una grande dimostrazione di rispetto che passa per la comprensione, come sprone a risollevarsi e non certo come giustificazione. “Una risposta, credo. Perché a ritornare, in fondo, è quello che dai. E io non mi sono mai risparmiata, mettendoci tutto il cuore che potevo. Anche negli errori commessi, che in fondo sono stati i miei migliori insegnanti. Nei momenti di crisi, infatti, mi sono sempre fidata dei consigli che ricevevo e sfidata. Ho imparato a lavorare sugli sbagli, a partire da essi per crescere, aggiungere, imparare. La volontà che ho messo in ogni istante è tornata in forma di stima reciproca e grande affetto.”

    Un sentimento sincero, come non potrebbe non essere con il libero igorino. Una donna decisa “e coraggiosa. Credo sia questo il mio tratto distintivo. Non mi è mai mancata, infatti, la forza di dire quanto pensavo così come lo pensavo.” A mancarle, semmai, in tanti anni di nord è il mare della Puglia e il profumo del sugo della domenica, quello lasciato sul fuoco per ore prima di incontrare le orecchiette della mamma. “Quello che con il suo profumo tii sveglia la domenica mattina – conclude Stefania – quando ti permetti di dormire fino a tardi.”

    Riti che si mantengono e profumi antichi, che ti rimangono nel sangue, come lo Scirocco. Il vento che le ha insegnato che per navigare bisogna saper prendere le giuste decisioni. Anche quelle di cambiare rotta o la direzione delle vele, se necessario.

  • Attività e formazione. Le aspettative e la nuova stagione nelle parole di Luca Pavesi, Presidente del Comitato Territoriale FIPAV Cremona Lodi

    Attività e formazione. Le aspettative e la nuova stagione nelle parole di Luca Pavesi, Presidente del Comitato Territoriale FIPAV Cremona Lodi

    Luca Pavesi Fipav C.T.Cremona Lodi (2)Una stagione, quella 2017-18, terminata pochi mesi fa sui campi e conclusa dalla cerimonia ufficiale per le premiazioni organizzata dal Comitato Territoriale nella mattinata di domenica 7 ottobre. Ora a salutare e dare il via ai campionati della stagione 2018-19 (calendari e formule disponibili sul sito del Comitato http://www.cremonalodi.federvolley.it con aggiornamenti di risultati e classifiche sulla piattaforma online all’indirizzo https://fipavonline.it) le parole del Presidente del Comitato Territoriale FIPAV Cremona Lodi Luca Pavesi, che parte da un bilancio del cammino fatto fino ad ora per pensare alla strada da fare.

    Partiamo proprio dalle considerazioni sulla scorsa stagione, quindi dalla fine, ovvero?

    “Dalla conclusione che sia stata un’annata positiva. Muovendo, però, dalla necessaria osservazione che stiamo affrontando i primi anni della fusione di due ex Comitati Provinciali, di Cremona e di Lodi, con la nuova realtà, quella dell’attuale Comitato Territoriale che, di fatto, è competente per un territorio molto ampio. Con tutte le difficoltà del caso, che riguardano anche le società che oggi si trovano a dover lavorare per gestire attività più distribuite, in un periodo da considerare quale sorta di rodaggio, la prova che ci permetterà come Comitato, tra qualche tempo, di reputarci entrati nel pieno regime dei lavori. Quello appena concluso è stato, di fatto, il primo anno intero gestito dal nuovo Comitato e, al netto di alcune discrepanze peraltro preventivate, non possiamo che essere soddisfatti, tanto dal punto di vista dell’organizzazione dei campionati, quanto dei risultati ottenuti. Siamo fiduciosi di poter fare ancora meglio, supportati anche dal successo di alcune manifestazioni come l’evento finale del VolleyS3, che ha visto la partecipazione di ben 420 giovani atlete e atleti e il coinvolgimento di tutte le 28 società aderenti al progetto. Un progetto, è bene sottolineare, che ci permette di entrare anche nel mondo della scuola, per questo di grande interesse e orgoglio per il movimento pallavolistico tutto.”

    Una festa di fine stagione, di successo, quale auspicio per il nuovo anno del Comitato Territoriale FIPAV Cremona Lodi, che prende il via con quali aspettative e quali impegni da mettere in agenda?

    Lo scopo primo è, pur muovendoci dietro le quinte di riuscire, di riuscire a creare occasioni di attività, mantenendo quanto fatto in precedenza con l’obiettivo di incrementare; i risultati sono il frutto del lavoro svolto con criterio e serietà. Quindi, prima di occuparsi del risultato, ci vorremmo preoccupare delle modalità di lavoro e riuscire a stare vicini alle società in questo.”

    A questo si aggiungerà anche l’attività di formazione e aggiornamento. Quali nello specifico?

    Il Comitato, e nella fattispecie le Commissioni che lavorano all’interno di esso, anche nella prossima stagione si occuperanno dell’area formativa, con l’organizzazione di corsi per arbitri ed allenatori ma anche con occasioni organizzate per incontrare le società e i dirigenti, per dialogare e fornire strumenti anche alle persone che non fanno parte dello staff puramente tecnico ma svolgono ruoli fondamentali in questo sport in evoluzione. Prendiamo come esempio la novità del progetto VolleyS3 e la necessità di formare gli Smart Coach attraverso appositi corsi, spiegando anche ai dirigenti l’esigenza di avere nel proprio staff persone qualificate per un ruolo tanto specifico quanto importante: stiamo parlando di allenatori della prima fascia d’età, del primo approccio a questo sport. Già questo basta per comprenderne l’importanza di una figura che forma i ragazzi e le ragazze sia dal punto di vista sportivo che umano. Parlando di formazione, non è banale sottolinearne l’importanza primaria perché essa riguardi ogni settore di questo sport: pensiamo alla promozione nella massima serie dell’arbitro cremonese Paolo Scotti e al fatto che fossero passati 18 anni dall’ultima che riguardava il nostro territorio (proprio quella del Presidente Pavesi N.d.R.). Una notizia, accolta con grande entusiasmo, che rivela come la direzione intrapresa, se continuata e sostenuta dal lavoro, potrà dare frutti sempre migliori. La Serie A deve essere vista come il primo passo, a cui potrà seguire la crescita e altri traguardi da raggiungere.”

    Perché, per usare le parole del Presidente Luca Pavesi, quale auspicio per il cammino che aspetta “I risultati migliori dello scorso anno dovranno essere i peggiori che otterremo l’anno prossimo”.

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  • Da Lodi all’argento europeo UNDER21, passando per quello olimpico. Intervista a Luana Martone, schiacciatrice azzurra.

    Da Lodi all’argento europeo UNDER21, passando per quello olimpico. Intervista a Luana Martone, schiacciatrice azzurra.

    Luana Martone FSSI (1)[di Redazione – foto FSSI] Un argento europeo tinto d’azzurro appena conquistato, a 18 anni, a farsi posto tra i sogni. Anche se Luana Martone, schiacciatrice lodigiana in forza alla GSS Alba, non fantastica, ma seguendo il suo motto “Fa quello che può, con ciò che ha, dove è”. Niente amuleti o gesti scaramantici, la sua unica ancora, il suo unico appiglio, è lei stessa. Non c’è spazio per la superstizione fra gli obiettivi che la schiacciatrice della Nazionale Italiana Volley Femminile Sorde ha fissato già da tempo. Ora servono fiato e  determinazione per percorrere il tragitto: “Ho lottato e continuerò a lottare. Sono troppo ambiziosa per pensare di cedere anche solo di qualche millimetro”.

    Ce l’ha messa tutta, davvero, Luana per arrivare lì. Da quando giovanissima aveva scelto la pallavolo a scapito del nuoto, una disciplina che le piaceva ma che, insieme ad altre, ha avuto la peggio sull’ambizione, quella trasmessa da papà Maurizio: “Volevo arrivare in alto. Ma per riuscirci – racconta la ex centrale oggi schiacciatrice – sapevo di dover convogliare le energie. Così costume e cuffia sono finiti in un cassetto, mentre la racchetta da tennis e le scarpe da atletica non le ho mai comprate: era uno sport di squadra quello che volevo come compagno. E il volley sarebbe stata la decisione senza ripensamenti né rimpianti.”

    Da dove è iniziato il tuo cammino? “A Secugnago, nella società del paese dove sono nata, in provincia di Lodi. Anche se il volo l’ho spiccato in città proprio a Lodi durante un torneo, dove il dirigente di una società mi ha offerto l’opportunità di giocare in una nuova squadra e, quindi, di iniziare una nuova avventura. Da quel giorno, infatti, sono entrata a far parte del mondo reale della pallavolo: il passatempo, ormai era chiaro, stava diventando una cosa seria. Ma il ruolo di talent scout va a Francesca Devetag, centrale del Saugella Team Monza.

    Un nome noto a tutti gli appassionati di pallavolo e che ci porta ad oggi, perché “non solo mi ha scoperta e introdotta nell’universo FSSI (Federazione Sport Sordi Italia) ma è anche la mia allenatrice alla GSS Alba, squadra che milita nel campionato FSSI valevole, anche, per l’accesso alla Champions League DVCL (Deaf Volleyball Champions League). Un biglietto per l’Europa che ad Alba, di recente, abbiamo conquistato, insieme al tricolore: a novembre, poi, si volerà in Turchia per sfidare le altre squadre europee qualificate.

    Sogni europei, dunque, da realizzare e appiccicare lì, nell’album dei ricordi, come quelle medaglie. “Quelle conquistate con una maglia importante, quella della Nazionale. Con la convocazione arrivata al termine di una partita giocata con la squadra di club ad Ancona. Sulle gradinate, tra gli spettatori, c’era anche Alessandra Campedelli, allenatrice della Nazionale che mi ha notata, avvicinata a fine gara e poi convocata per alcuni raduni. Da lì, tanto lavoro per arrivare all’argento olimpico conquistato, sudato, desiderato e ottenuto ai Giochi Olimpici di Samsun del 2017. Quella medaglia appesa al collo e le sensazioni che ci ha regalato è uno dei ricordi a cui dedicare una pagina speciale.”

    Ma non è l’unico, vero? “No, infatti. Solo qualche settimana fa tornavamo da Palermo, dal Campionato europeo Under21, con un’altra medaglia d’argento e con la notizia importantissima, della nostra presenza come Nazionale Italiana Volley Femminile Sorde alla cerimonia di apertura, al Foro Italico di Roma, del Campionato Mondiale di Pallavolo maschile che nel mese di settembre si svolgerà in Italia. Saremo lì, anche, per tradurre in LIS l’inno di Mameli.” Emozioni in arrivo.

    Un’occasione in più per far luce e per parlare di sport, di quello a 360 gradi. Perché se molte barriere sono cadute, molto ancora c’è da fare. “A tutti i livelli. Ma, credo, che il passaggio più importante, sia il primo, quello da affrontare in famiglia: i genitori dovrebbero sempre incoraggiare i figli a praticare lo sport, senza pensare che esistano limiti, scogli insuperabili. Gli ostacoli NON ESISTONO (tutto maiuscolo!). E le esperienze, come quelle sportive, lo insegnano con decisione. Basta guardare ad atlete come Bebe Vio, o noi pallavoliste sorde: credo si debba prendere esempio e insegnare a dare il massimo. A dire che più di così non potevo, ma ho lottato e dato tutto.”

    Luana Martone FSSI (2)A proposito di maestri, chi ricordi come tale, come persona influente in questo tuo percorso, in questo cammino? “Tra tutti vorrei spendere due parole per una persona importante, ieri come oggi: il mio allenatore, Osvaldo Gatto, che oggi siede sulla panchina della squadra giovanile. Una persona esigente, un coach serio e severo dicevano. La persona che cercavo, di cui avevo bisogno, dico io. Un allenatore di carattere che ha fatto di me l’atleta che sono.

    Quella che non pensa più agli errori commessi ma si concentra sulla prossima palla, quella con lo spirito giusto da portare in campo, che ha messo da parte la timidezza e le chiusure per far posto alla grinta. Alla voglia di arrivare più in alto, di mettercela tutta sempre e comunque. Con la forza di mettersi in discussione, cambiare e superare qualche barriera mentale e caratteriale perché in uno sport di squadra, prima di tutto, viene il gruppo.”

    Un insieme fatto, però, di individualità. E allora parliamo di Luana: chi è, la pallavolista, fuori dal campo? “Una ragazza semplice. Ambiziosa e diligente, che ama la compagnia della gente, i viaggi e la musica. Studentessa di ragioneria, sognatrice, estroversa, iperattiva e chiacchierona. Pattinatrice provetta (anche sul ghiaccio, quando possibile) ma amante di tutti gli sport. Una diciottenne come tante”.

    Una ragazza comune, come lei stessa si definisce. Mentre noi aspettiamo di vederla con le compagne a inaugurare il Mondiale maschile di settembre, con due biglietti stretti nella mano: il primo per il raduno della Nazionale seniores in Sardegna fissato per ottobre e l’altro con destinazione Turchia e sogni di Champions League.

    A cura dell’Ufficio Stampa del Comitato Territoriale FIPAV Cremona Lodi

     

  • “Il Trofeo delle Province quale occasione di confronto e crescita”. La preparazione all’evento raccontata da Massimo Piazzi, selezionatore della rappresentativa maschile 2018 CT FIPAV Cremona Lodi

    “Il Trofeo delle Province quale occasione di confronto e crescita”. La preparazione all’evento raccontata da Massimo Piazzi, selezionatore della rappresentativa maschile 2018 CT FIPAV Cremona Lodi

    Masimo Piazzi - Selezione Maschile 2018 CTCreLoManca meno di un mese all’appuntamento con l’edizione 2018 del Trofeo delle Province che si svolgerà nel secondo fine settimana di giugno, sabato 9 e domenica 10 in Val Camonica, ma Massimo Piazzi, allenatore e selezionatore della squadra maschile che rappresenterà il Comitato Territoriale FIPAV Cremona Lodi, ha già le idee chiare. Tanto sugli obiettivi da raggiungere – racconta il coach – quanto sui protagonisti di questa avventura. Il proposito, infatti, è quello di ottenere il miglior risultato possibile e di riuscire a migliorare rispetto al quinto posto ottenuto lo scorso anno, pur sapendo che ad ogni edizione ci si presenta con una la squadra diversa e che le variabili sono tante. Per questo ho preferito concludere il processo delle selezioni con la convocazione dei tredici atleti che venerdì 8 giugno partiranno alla volta di Boario. Si tratta di giocatori, tutti di classe 2003, che avevo già avuto modo di conoscere durante il campionato provinciale di UNDER16 a cui ho partecipato in veste di allenatore e con i quali ora inizieremo il percorso che ci condurrà al Trofeo.”

    Un processo di selezione che ha avuto una modalità differente rispetto a quanto fatto lo scorso anno “perché ho preferito visionare, anche insieme al vice Emanuele Borghesi, gli atleti durante gli allenamenti serali della stagione. Per cogliere altri aspetti, andare oltre le prestazioni della gara, raccogliere quelle idee e sensazioni della situazione generale che, sommate alle valutazioni fatte in sede dei raduni ufficiali di Lodi, Mulazzano e di Cingia dé Botti, hanno portato alla scelta e definizione del gruppo. Una scelta fatta in anticipo sui tempi, forse, ma dettata da due motivi. Il primo è quello di non voler illudere, e successivamente deludere, nessuno: arrivare a giugno per dover comunicare la scelta e, quindi, l’esclusione di una parte del gruppo non rientra nel mio sentire. Il secondo è iniziare da subito il lavoro con un gruppo definito e definitivo.”

    Un lavoro, dunque, che inizia proprio ora. “Con un allenamento infrasettimanale e uno previsto per ogni fine settimana che ci separa dall’evento. Conoscendo tutte le difficoltà che questo può comportare: penso alle distanze chilometriche e ai viaggi che alcuni atleti dovranno affrontare per raggiungere la palestra. Per questo un ringraziamento speciale va ai genitori, sempre disponibili a dare una mano e mettersi in auto per accompagnare i figli. So cosa significa, avendo sperimentato la situazione in prima persona.

    Un sacrificio anche per gli atleti ai quali, però, spetta una ricca ricompensa “quella di confrontarsi, in un torneo di alto livello, con realtà e modi di vivere e intendere il volley diversi da quelli del club da dove provengono, con atleti che militano nella medesima categoria ma che provengono da realtà più grandi rispetto alle nostre e per questo hanno la possibilità di allenarsi o di giocare anche in campionati di categorie superiori. Questo tipo di confronto sul campo e fuori è, quindi, una grande occasione di crescita, personale e sportiva. Il contatto con realtà diverse è il grande valore aggiunto di questa manifestazione.”

    Sedute di allenamento settimanale, dunque, per le settimane che ci separano dal Trofeo delle Province e un appuntamento a metà del cammino: domenica 27 maggio, infatti, è prevista una sfida amichevole, su campo avversario, con la rappresentativa del Comitato FIPAV di Pavia. “Un’occasione per comprendere lo stato della preparazione e studiare eventuali modifiche da apportare – conclude Massimo Piazzi – ma anche un primo assaggio della manifestazione che già nel primo girone prevede uno scontro con i ragazzi di Pavia. Il primo passo dell’avventura che ci attende.”

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  • Il nuoto sincronizzato e i minuti, infiniti, delle emozioni

    Il nuoto sincronizzato e i minuti, infiniti, delle emozioni

    italia3[di Giorgia Fattorelli – Foto fonte web] Emozioni. La parola giusta, credo, sia proprio questa. Tutto inizia quando da bambini si guardano le partite di calcio, di basket, di pallavolo, o le spettacolari coreografie di ballerini e ginnaste. La fantasia gioca un ruolo fondamentale: ci si immagina correre dietro ad un pallone dalla parte opposta del campo e, magari, segnare il goal della vittoria. Si immagina il pubblico esultare e gridare il tuo nome. Credo che tutti, almeno una volta, abbiano sognato di provare quell’emozione.

    Perché lo sport è proprio l’emozione che ti fa scegliere, non la logica. Questo, almeno, è quello che è stato per me quando, già in tenera età, rimanevo per ore e ore a guardare lo schermo della televisione, quando dalle Olimpiadi trasmettevano quello che sarebbe diventato il mio sport: il nuoto sincronizzato. Uno sport che probabilmente molti di voi conoscono poco o solo perché, per sbaglio, durante le giornate olimpiche la televisione ha offerto proprio e solo quello sport dove le tutte le atlete devono fare la stessa cosa insieme, tutte sorridenti, come se per loro fosse fin troppo poco faticoso fare quello che fanno.

    Ebbene sì, proprio loro, quelle ragazze truccate un po’ alla Moira Orfei, hanno ispirato la mia fantasia fin dalla tenera età. Ma qui non annoierò con dettagli tecnici, perché trovo più importante raccontare le sensazioni, l’adrenalina, l’ansia, la paura di sbagliare, il coraggio e la gioia ineguagliabile della vittoria: raccontare di tutte quelle emozioni che si nascondono dietro quello sguardo concentrato.

    Poche persone, probabilmente, saranno conoscenza della quantità di ore necessarie per addobbarsi come un albero di Natale prima di salire sulla pedana: e vi assicuro che farlo prima di una gara importante, quando il battito cardiaco aumenta a dismisura e mettere l’eye-liner sulla palpebra dell’occhio, senza sembrare un panda in estinzione, può diventare un’impresa davvero difficile. O di quanto indossare quei costumi stupendi e “impaiettati” sia in realtà una tortura. Va da sé che chi non lo ha vissuto non possa sapere della preparazione e dell’allenamento necessario prima di salire sulla pedana. Io ho avuto il privilegio di viverlo e, ora, di poterlo raccontare.

    Quando ci si prepara per una competizione nazionale mantenere la concentrazione è importante: nonostante il battito cardiaco sia accelerato e le mani inizino a sudare, è necessario avere la situazione sotto controllo, anche se non è per nulla scontato e nemmeno facile. Il tempo in cui si rimaneva sulle tribune a prepararsi, provare e riprovare, aspettare che arrivasse il momento di iniziare, rimane qualcosa indelebile nella mente di un’atleta.

    Così come la sensazione che si prova durante l’attesa, un misto tra piacere e paura che ti accompagna per tutto momento che precede la competizione. Le emozioni, poi, iniziano a farsi più intense quando si avvicina il momento di entrare in acqua e tutto improvvisamente sembra fermarsi, il mondo che sta fuori diventa più lento, le voci degli altri sembrano un’eco in lontananza appena percettibile.

    Aumenta la percezione del battito cardiaco, il formicolio sulle mani e sui piedi, e improvvisamente il respiro si fa corto: è arrivata l’ora. E così ci si prepara tutte infila, una dietro l’altra sulla pedana prima dell’inizio. E quel momento diviene il momento: è lì che si sprigionano le sensazioni che attendevi, dove la paura diventa adrenalina e l’ansia diventa coraggio. È lì che senti, veramente, di appartenere a una squadra.

    Quando l’arbitro fischia, ti tuffi ed è fatta: l’ansia sparisce e senza accorgertene ti trovi in acqua ad eseguire la coreografia che hai preparato tutto l’anno, che hai provato centinaia di volte fino a che ogni movimento diventa talmente automatico da non dover nemmeno pensare a quello che stai facendo. Anche perché non ce ne sarebbe il tempo. Cinque minuti e tutto è finito. Ore e ore di prove, di sacrifici, di rinunce, spesso di pianti per la fatica e tutto questo per qualche minuto, intenso e infinito, di emozioni.

  • “Gioco, flessibilità e figure professionali competenti”.  Il consigliere Del CT Cremona-Lodi, Walter Raimondi, presenta il VolleyS3 provinciale

    “Gioco, flessibilità e figure professionali competenti”. Il consigliere Del CT Cremona-Lodi, Walter Raimondi, presenta il VolleyS3 provinciale

    Walter Raimondi VolleyS3 CT Cremona LodiÈ il progetto che il Settore Scuola della FIPAV – Federazione Italiana Pallavolo ha introdotto a partire dal corrente anno scolastico e che, da qualche tempo, ha trovato anche l’approvazione del MIUR quale progetto di carattere nazionale: è il suo nome è VolleyS3. A raccontarci delle novità apportate da questo importante progetto e dalla sua natura è Walter Raimondi, da molti anni impegnato a vario titolo nel mondo della pallavolo, da genitore prima a dirigente poi fino a coprire la carica di direttore sportivo, ed oggi consigliere del Comitato Territoriale Cremona Lodi, ma anche coordinatore della Commissione VolleyS3, della Sezione Scuola e della Sezione Eventi del medesimo comitato.

    “Il VolleyS3 nasce come evoluzione di quello che fino a qualche tempo fa si chiama minivolley. Si tratta, però di un rinnovamento – chiarisce Raimondi –  che non si esaurisce nel cambio del nome, ma va decisamente oltre. Alla base di tutto, quale fondamento, c’è il concetto del gioco e del divertimento che accompagnano la pratica del VolleyS3. È la motivazione, infatti, uno dei cardini fondamentali su cui si struttura tutta l’attività dei primi anni trascorsi in questo sport, per fare in modo che i bambini e le bambine trovino gli stimoli giusti per continuare a giocare a pallavolo.”

    I nomi, si sa, sono importanti anche per comprendere. Cominciamo, dunque, dal nome scelto: cosa significa S3? E quali sono stati i cambiamenti, le innovazioni apportate?

    “La prima esigenza, una volta evidenziatasi la necessità di un cambiamento, è stata quella di trovare il giusto sostituto a un nome che rischiava di suonare come riduttivo rispetto all’importanza della missione. Ecco quindi l’arrivo delle tre S di Sport, Squadra e Salute ad accompagnare il volley in questo suo, nuovo, cammino, dove a sostituire la rigidità delle regole hanno trovato posto i concetti di facilitazione e di flessibilità uniti alla componente del gioco. Per fare in modo che l’accesso a questo sport avvenga attraverso l’attività ludica si è pensato di formulare alcune proposte, rimandando di qualche anno l’appuntamento con gli aspetti puramente tecnici e tattici. Tra queste, ad esempio, la proposta dello SpikeBall, “il gioco della schiacciata”, che grazie ad alcune regole formulate sulla base della facilitazione, quali la possibilità di fermare il gioco o far rimbalzare il pallone a terra, permette agli atleti una continuità di gioco senza rinunciare alla competizione. L’obiettivo principale è quello di vedere giovani atleti felici di praticare questo sport, far nascere e crescere in loro il piacere di giocare a pallavolo.”

    A quale fascia di età si rivolge il VolleyS3 e come si struttura la sua attività?

    “Il VolleyS3 accoglie atleti e atlete dai 5 ai 9-10 anni che partecipano al gioco suddividi in gruppi formati sulla base del livello dell’abilità raggiunta e non secondo il principio dell’età, in squadre miste e composte da un numero variabile di giocatori. Questo, sempre e ancora, in osservanza dei principi cardine di flessibilità e di facilitazione, per fare in modo che ogni atleta possa trovare la propria, adeguata, situazione secondo le capacità del momento e progredire secondo i propri tempi, senza forzature. I livelli individuati, accomunati dal principio del “giocare subito”, senza bisogno dell’esercizio preparatorio, sono tre: a iniziare dal WHITE, dove ci si confronta con i primi rudimenti, passando per il livello GREEN e le dinamiche del gioco S3, fino al RED, il livello più vicino alla pallavolo delle categorie più alte.”

    Gioco e divertimento, ma anche impegno. Quali sono gli appuntamenti del Volley S3?

    “Impegni – sorride Walter Raimondi – molto piacevoli. A cominciare da quelle che, con il Comitato, abbiamo deciso di chiamare feste. Si tratta di giornate di gara, generalmente fissate alla domenica e organizzate a turno dalle quarantuno società del Comitato Territoriale di Cremona e Lodi che effettuano attività di VolleyS3. Festa perché alla base c’è la voglia di stare insieme, di trascorrere alcune ore in compagnia di amici nuovi o futuri, con la pallavolo quale mezzo di unione. Senza dimenticare l’aspetto della socialità, favorita anche dalla presenza di ricchi buffet e da un calendario che, al termine della stagione 2017/18 riunirà tutte le società in un evento finale, in programma per domenica 3 giugno 2018, in una località in via di definizione.  Giornate di festa, dunque a riassumere un’attività che, però, individua la propria base negli allenamenti, con almeno due appuntamenti settimanali della durata di un’ora e mezzo ciascuno. Momenti in cui si imposta il lavoro mettendo al centro, sempre e comunque, la componente del gioco.”

    A questo proposito possiamo parlare di un’altra importante innovazione operata con il VolleyS3. Quale?

    Una novità fondamentale – spiega, in chiusura il coordinatore – come l’introduzione della figura dello Smart Coach, una persona appositamente formata per prendersi cura dei nostri giovani atleti, preparata non solo nella tecnica ma anche, e soprattutto, per quanto riguardo lo spirito con cui dovrà affrontare il lavoro in palestra. La regola numero uno, in questo caso, è proprio il sorriso. Lo Smart Coach, dunque, è una figura di grande sensibilità e attenzione per gli aspetti dell’emozionalità. In Lombardia, e lo dico con grande orgoglio, i corsi sono tenuti da persone di elevata preparazione come la Prof.ssa Irene Ranalletti, docente FIPAV e coordinatrice per il Comitato Regionale Fipav della Lombardia per il settore VolleyS3. E, con soddisfazione, tengo a sottolineare il fatto come nella nostra regione si tenga in grande considerazione il progetto del VolleyS3 tanto che è stato deciso di strutturare corsi di 16 anziché 12 ore come previsto a livello nazionale. Questo sottolinea la grande attenzione per questa nuova, importante, figura.”

    Corsi che presto riguarderanno anche il territorio di Cremona Lodi: tra qualche giorno, infatti, sarà reso pubblico il bando per il primo corso per SmartCoach organizzato dal Comitato Territoriale Cremona Lodi, con tutte le informazioni disponibili sul sito, alla sezione dedicata. I prossimi appuntamenti con il VolleyS3, invece, sono fissati per domenica 25 febbraio a Cremona, Ostiano, Agnadello, Dovera (CR) e Somaglia (LO) e per domenica 4 marzo Credera Rubbiano (CR). Per il calendario a seguire, gli aggiornamenti saranno disponibili sulla pagina fb del Comitato  (https://www.facebook.com/fipavcremona).

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  • Federico Moiraghi e la passione per il tiro a segno.

    Federico[di Noemi Mendola] Il tiro a segno non è solamente uno sport: può, infatti, significare molto di più, a seconda di come lo si vive. Inevitabilmente,allenamento dopo allenamento, tiro dopo tiro, il gesto di per sé semplice e ripetitivo si tinge di una passione che ha poco da spartire con la mera prestazione sportiva. “È come se, impugnando la carabina, tutto il resto del mondo sparisse. Non esiste nient’altro: solo io, lei e il bersaglio”. Parole, queste, di uno dei tiratori di punta del poligono di Treviglio, Federico Moiraghi, che, dopo un 2017 pieno di soddisfazioni e vittorie, ha iniziato la nuova stagione agonistica con un meritato terzo posto alla prima Gara Federale, tenutasi a metà gennaio al poligono di Varese, per quanto riguarda la Lombardia.

    Una medaglia di bronzo molto significativa perché quest’anno gli avversari sono ben più temibili: il 2018 ha portato, infatti, con sé il salto di categoria, dalla C alla B. E, forse proprio per questo, è una vittoria che non sfigura accanto ai due ori e ai due argenti conquistati in precedenza, né alla sua partecipazione alle Finali Italiane. Anche se, per lui, poco importa di che competizione stiamo parlando: “Per me non sono gare, sono piuttosto dei saggi, dove bisogna dimostrare le proprie capacità”. Questo vale, quindi, sia per le finali nazionali che per le piccole gare organizzate a scopi ludici all’interno di svariate sezioni di tiro sparse qua e là in Italia.

    Ciò che sembra essere assente in Federico, quando tira, è l’ansia, quell’ansia da prestazione difficile da controllare quando il direttore di gara da il segnale di avvio: un affanno che può trasformare la prestazione in vero e proprio incubo, e che, ovviamente, rovina la concentrazione, essenziale in questo sport. “Non sento alcuna ansia, alla fine è come se stessi tirando in allenamento. Non è, però, sempre stato così: per esempio durante la mia prima gara, al poligono di Ponte San Pietro, ero stato posizionato in una linea sotto un orologio a muro. Avevo i tappi nelle orecchie, ma l’unica cosa che sentivo era il ticchettio della lancetta dei secondi! Inutile a dirsi, ho fatto un punteggio bassissimo, ed è stata un’esperienza orrenda. Poi, però, dalla seconda gara in poi, l’ansia non l’ho più avvertita”.

    In realtà, la prestazione agonistica è una lotta che si gioca all’interno di sé, non contro gli avversari che si hanno accanto sulla linea di tiro. Un conflitto interiore contro l’ansia, ma non solo, come ci ricorda lui stesso quando definiamo il tiro a segno uno sport poco spettacolare: “Il tiro a segno è spettacolare quanto una partita a scacchi, in cui ciò che succede è nella mente dello scacchista. Per noi tiratori, tutta la gara è dentro noi stessi”. E, a volte, ciò che capita può essere sorprendente. “Al controllo equipaggiamento della mia prima gara federale avevo chiesto un controllo approfondito, per scrupolo. Il responsabile era d’accordo, «sia mai – diceva – che poi tu vada agli Italiani, devi essere impeccabile». E io pensavo che non ci sarei mai arrivato, il primo anno poi, e invece aveva ragione”.

    Infatti, agli Italiani c’è arrivato. Tutto merito di un allenamento costante e di giuste guide. “Senza Giampietro [Pasinetti, uno degli istruttori], che mi ha seguito fin da subito, non avrei potuto fare niente. Neanche senza Paolo [Mezzadra, direttore del poligono di Treviglio], che ha sempre fatto i salti mortali. E, ovviamente, il mio allenatore, Claudio Zuffada”. E, forse, anche il buon auspicio portatogli da Matisse, “che quando viene a salutarmi prima di una gara, mi fa vincere”: no, ovviamente non stiamo parlando del pittore, ma del gatto dei suoi vicini. Infatti, accanto alla passione per il tiro a segno c’è quella, altrettanto forte, dei felini, che lo accompagna da sempre.

    L’interesse per il tiro a segno, invece, è sbocciato un sabato “in cui volevo provare qualcosa di diverso. In realtà, avrei sempre voluto provare: nella mia Torino, una volta ero andato a vedere una gara di granatieri sardi, e  mi aveva molto colpito”. Ma solo dopo il suo trasferimento in Lombardia, nello specifico a Treviglio, una scelta fatta per poter proseguire gli studi dopo il liceo, ha deciso di cimentarsi nel tiro a segno. Accanto ad innumerevoli agonisti, di vecchia data o nuovi come lui, Federico ha reso il poligono di Treviglio, forse poco noto, uno scrigno degno di essere aperto, e raccontato.

  • Marco Mencarelli, la pallavolo e l’importanza del fattore Tempo

    Marco Mencarello vivovolley Emanuela Macrì (4)[di Emanuela Macrì – foto Michele Baruffi, Fabio Cucchetti e Riccardo Giuliani] Sul comodino una copia di Resisto dunque sono di Pietro Trabucchi, la sua lettura da prima, personale, posizione del 2017. Nelle mani molti altri libri, tra quelli che ha scritto, letto e leggerà. Perché Marco Mencarelli è un lettore per passione e necessità in un mestiere che abbisogna di aggiornamenti continui e a largo raggio per lui che non è solo un allenatore ma, anche, docente e preparatore fisico. Una professione, anche se il plurale sarebbe più adatto, che aveva immaginato fin dai primi anni del liceo, quando praticava più di una disciplina sportiva e già aveva deciso di proseguire gli studi sulla strada delle Scienze Motorie. “Un pallavolista dalla carriera non troppo brillante, che ha dovuto fare i conti con i limiti fisici e tecnici – racconta di sé Mencarelli – sommato a uno studente motivato, che da bambino sognava i Giochi Olimpici. Un’addizione che porterà, come risultato, un futuro da tecnico.” E un’Olimpiade, quella di Atene 2004, non da atleta ma da vice allenatore e preparatore della Nazionale italiana femminile.

    La pallavolo, ancora, come elemento capace, letteralmente, di far piazza pulita della concorrenza per mettersi al centro del suo universo. “Per un certo periodo mi ero avvicinato alla musica, dilettandomi a suonare la chitarra classica. Una via che ho dovuto ben presto abbandonare, però, a causa di un infortunio alle dita della mano rimediato giocando a volley. Uno sport che, evidentemente, sa imporsi senza mezzi termini.” Senza ripensamenti. “Non posso individuare un evento in particolare in cui ho capito che la pallavolo era stata la scelta giusta ma, semmai, il contrario: ho avuto, cioè, modo di confrontarmi con i risultati di scelte oculate e strategie, sommate a botte di fortuna importanti. Se mi guardo indietro, quindi, posso dire di aver colto l’attimo in qualsiasi situazione creatasi. Magari buttandomi con quel pizzico di avventatezza che per me rappresenta l’eccezione poiché sono riflessivo e non istintivo, imboccando la giusta via in determinate e determinanti scelte.”

    E se di scelte vogliamo parlare allora eccone una che davvero contraddistingue la storia di Marco Mencarelli da quella della maggior parte dei suoi colleghi. Quella, cioè, di passare dalla panchina della Nazionale a quella di una squadra di club, in un percorso inverso rispetto alla norma. “Una decisione presa perché era l’esperienza che mi mancava e sognavo di fare. Trovavo anomalo per un allenatore come me, cresciuto nelle realtà giovanili, il fatto di essere arrivato alla guida di una Nazionale seniores senza alcuna esperienza in un club. Ammetto di aver avuto qualche timore nel momento in cui mi sono trovato faccia a faccia con l’offerta della società, perché volevo ci fossero delle sicurezze nei miei confronti, che si capisse come le mie idee andassero verso una certa direzione, e se non proprio controcorrente, fossero comunque orientate a tracciare un solco.”

    27849220_10215887874938055_1630484507_nUn’opportunità, poi, dal tempismo perfetto “in un momento particolare – continua l’allenatore oggi sulla panchina di Busto Arsizio – in cui non mi riconoscevo nelle strategie di gestione della Federazione rispetto a quel progetto. Non eravamo più allineati e, quindi, la situazione era matura e favorevole per un cambio.” Sarà, così, il momento di passare dalla panchina del Club Italia, per una stagione, e così a quella della Nazionale U18, per un’avventura che tuttora continua.

    Arriviamo, così, a quel presente che si chiama Unet E-Work Busto Arsizio Busto, al terzo anno di un progetto che, oggi, comincia a mostrare i propri frutti. Un disegno che ha avuto la necessità di svilupparsi nel tempo, per diventare la squadra rivelazione del girone d’andata del campionato. Segno che nel volley, come nella vita la pazienza gioca un ruolo di primo piano. “Inevitabilmente. Il fattore tempo per noi allenatori è imprescindibile, anche se questa necessità confligge con molte delle logiche dominanti. Il risultato è quel fenomeno, peraltro non tipicamente italiano ma che nel nostro paese assume proporzioni non accettabili, che prende il nome di esonero e dipende dalla logica del risultato a ogni costo.

    Guidare una squadra significa essere alle prese con uno sviluppo di prestazioni e ci sono componenti che possono dare il risultato a brevissimo termine, ma che nello stesso momento non sono garanzia di continuità di quello stesso risultato. Nel medesimo tempo, ma di segno inverso, vi sono componenti a cui si correla una maggior linearità, ma richiedono tempo. Sono convinto che andrebbe fatta una politica a priori, un’operazione di mercato più oculato, più attento. Perché dietro ad un esonero può nascondersi la scarsa considerazione, a livello dirigenziale, del rapporto corrente tra lo stile professionale dell’allenatore e la squadra che è stata formata. Qui a Busto Arsizio, con la UYBA abbiamo intrapreso un percorso che va in questa direzione: ho adattato il mio stile alle esigenze della serie A1 senza stravolgerlo ma trovando il giusto senso.”

    Un compromesso capace anche di accompagnare le situazioni, per arrivare alla fine della stagione “con la certezza di aver saputo cogliere le opportunità. La conquista dell’accesso alla fase finale della Coppa Italia – sottolinea Marco Mencarelli – che si terrà a Bologna ne è un esempio chiaro non solo nella sostanza dell’aver raggiunto un obiettivo ma, soprattutto, nel modo in cui ci siamo arrivati, con una gara di ritorno su cui pesava una sconfitta subita a Modena e un risultato sfavorevole a cui dover porre rimedio, a cui dover dare una risposta di carattere. Lo spirito visto in campo in quell’occasione è quello giusto, consono al tipo di lavoro che stiamo facendo e molto vicino alla mia idea di pallavolo. È dunque questo che mi auguro di poter dire tra qualche mese, di aver visto una squadra pronta a vivere le opportunità in maniera sfacciata e decisa, senza freni inibitori. Perché considero questa la porta per le possibilità e soddisfazioni importanti.”

    Marco Mencarello vivovolley Emanuela Macrì (3)Soddisfazioni che nella vita non sono mancate al Menca, come lo chiamano le ragazze che hanno lavorato con lui e e le stesse che lo descrivono come un grande insegnante, un punto di riferimento per la propria crescita sportiva. E se alla pallavolo ha dato molto, molto può dire di aver ricevuto. “In tutti questi anni di lavoro ho cercato di fare in modo che l’onestà e la schiettezza nei rapporti non venissero mai meno, anche quando questo ha significato prendere decisioni difficili e doverle comunicare direttamente alle persone interessate. Ho diretto nove diversi staff dal 2006 ad oggi ed è in questi gruppi che individuo i rapporti tra i più sinceri e profondi che ho. Questo significa che siamo andati molto oltre l’obiettivo, entrando nel rapporto personale. Questo significa che la pallavolo, più dei titoli e delle medaglie, mi ha fatto un grande dono, quelle amicizie che continueranno comunque, oltre la pallavolo stessa.”

    Amicizie che resistono, come recita il titolo del libro che Marco Mencarelli ha appena terminato di leggere ma non ha voglia di archiviare. Perché racconta storie di sport e situazioni di disagio mentre spiega come la vita si fondi sulla capacità, tutta umana, di affrontare e superare le difficoltà. E chissà cosa ne penserebbe Seneca, filosofo che già nel I° sec d.C. scriveva: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, ma è perché non osiamo che sono difficili.”