Tag: Emanuela Macrì

  • Camilla Ghiotto e Tempesta, un padre scoperto tra le pagine

    Camilla Ghiotto e Tempesta, un padre scoperto tra le pagine

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] Le domande non poste, i dialoghi che non avvenuti, un vuoto colmato dagli scritti che l’autrice, diciassettenne, trova alla morte del padre. Un uomo anziano, che lei conosce nella ultima parte della sua vita. Tra loro ci sono 75 anni di differenza e due vite che difficilmente possono trovare il filo del discorso. Lui, un uomo che sulla scorta dell’esperienza degli anni, ha sempre la risposta giusta a tutto. Lei che poco più che adolescente ha solo domande difficili tra le mani.

    Muove da qui Tempesta (Sellerio editore) di Camilla Ghiotto, presentato nella giornata del 25 aprile al 74. Trento Film Festival, in dialogo con Elena Tonezzer. In una data scelta non a caso. Perché Tempesta è il nome del padre di Camilla, il nome scelto da partigiano. Una parte di vita che quegli scritti ritrovati renderanno, racconteranno. “In quei fogli ho visto mio padre nascere, quale nuova figura davanti a me. Lontana da quella che conoscevo, quella di un uomo che leggeva in poltrona, con le parole giuste e misurate, rallentato dall’età.”

     

    Insieme a un rapporto alla pari, tra 17enni o poco più. In marcia. Lui sulle montagne, lei nella vita. In un ideale passaggio di testimone di quel coraggio, quell’immaginazione che ci porta “alle storie di giovani che pensavano e pensano che tutto fosse possibile e che oggi possiamo anche noi immaginare.” In un gioco di specchi tra gli sguardi di ieri e di oggi, che ci permette di entrare nella Storia grazie a un manoscritto, alla testimonianza resa sui fogli senza sapere che sarebbe stata tale.

     

    Una storia che si compone, anche, attraverso un lessico familiare che diviene lessico collettivo. Due dimensioni che si allineano nell’ultimo tempo e dopo la morte del padre e si arricchiscono di persone che sono anche personaggi. Come Luigi Meneghello che Camilla porta, perché non potrebbe non farlo, tra le pagine. Nel gruppo in montagna, infatti, c’era anche lui, che si legherà a Renzo per la vita. Un ricordo personale, i colui che per lei era Gigi e le raccontava storie in dialetto, e solo poi diverrà anche per lei il Meneghello di Libera nos a malo.

     

    Un’amicizia profonda quella tra  Renzo e Luigi, legati per aver provato la stessa paura, lo stesso dolore, mossi dalla stessa motivazione. Che oggi non si può ripetere. Legati per sempre dalla stessa speranza, la cosa più preziosa. In luoghi narrati dal tempo verbale al presente. Perchè i sogni sono tutti al presente, come la Costituzione scritta all’indicativo, perché era un sogno, il frutto di un’immaginazione poi divenuta realtà. Sogni che ancora oggi possiamo, dobbiamo.

  • La Coppa Italia Fracciarossa rimane a Conegliano

    La Coppa Italia Fracciarossa rimane a Conegliano

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] Comunque vada si farà la storia. Quella di Conegliano, per la decima volta consecutiva in finale. E quella di Scandicci, per la prima volta. Qui. Sul campo della Inalpi Arena di Torino davanti a 12.853 spettatori, le telecamere della Rai, a contendersi la Coppa Italia Frecciarossa di A1 volley femminile. Per la storia, comunque andrà. Ed è andata come si poteva immaginare, ma non proprio del tutto. Perché se le pantere di Conegliano hanno alzato la loro ottava Coppa Italia, vero è anche che le ragazze di Scandicci han dato loro filo da torcere, e non poco. In tre set terminati tutti ai vantaggi, con più di un passaggio in cui l’esito sembrava, e poteva, esser diverso. Vediamo come.

    Prosecco Doc A. Carraro Imoco ConeglianoSavino del Bene Scandicci (31-29; 26-24; 27-25)

     

    Gallery fotografica di Riccardo Giuliani  della partita QUI e della festa QUI

    Videointerviste di Emanuela Macrì a Daniele Santarelli QUI e Marco Gaspari QUI

    PRIMO SET –  Infinità e spettacolo

    Primo pallone a terra un servizio out di Maja Ognjenovic per Scandicci che apre il break 4-0 per Conegliano che, subito, fa scattare l’allarme in casa Scandicci e chiamare time out a Marco Gaspari. Con il primo muro del giorno (4-2) di Ekaterina Antropova che, però, non arresta Conegliano. Le venete si portano sull’ 8-4 ma Scandicci torna sotto e, grazie all’attacco in di Antropova, sorpassa 10-11. Scandicci tiene botta davanti e Conegliano rincorre: in finale di set apre l’ errore in parallela out di Gaby 19-20 e sul 19-21 Santarelli da fondo alla scorta di time out. Il resto è un confronto a muro tra le due compagini, Conegliano che soprassa 23-22 con un mini break e Gaspari che chiede il tempo; Caterina Bosetti che rimette in equilibrio, per un parziale set chiuso ai vantaggi da Conegliano con un muro di Gaby. Ma la best score è Avery Skinner con 8 punti.

    SECONDO SET – Scandicci coriacea ma…

    Non si perdono d’animo le toscane e in pochi scambi si trovano a +4 (2-6) con Daniele Santarelli a chiedere il tempo per Imoco. Le sue si rifanno sotto e un attacco out di Skinner è il 6 pari mentre un attacco di Isabelle Haak è il sorpasso 7-6 delle venete. E la richiesta di tempo per Gaspari. Si prosegue poi punto a punto – o quasi: Scandicci viaggia con un vantaggio massimo di +2 quando sul 18-17 c’è il muro del sorpasso veneto firmato da Haak a cui Marco Gaspari risponde con la chiamata a raduno. Nel finale Antropova mette in equilibrio poi fa un passo avanti, con un ace, 19-20. Il 21mo punto toscano è un errore veneto, un malinteso fra Monica De Gennaro e Isabelle Haak e Santarelli ferma tutto. Tempo di dire un paio di cose alle sue e Conegliano torna 23-23, per poi far segnare sul tabellone il 26-24 e portarsi a casa il secondo set.

    TERZO SET – equilibrio, vantaggi e vittoria veneta

    Scandicci parte ancora avanti, la storia si ripete. Ma Conegliano con un muro di Haak passa avanti 8-7. Per una fase, ancora, di punto a punto, e parità (16-16) poi il finale che apre 20-18. E se sembra tutto scritto, no, nulla è detto: Scandicci rimette in equilibrio (21-21) con Lindsey Ruddins e il punto a punto tiene tutti con il fiato. Fino al 27-25, il pallone a terra messo da Chirichella e la festa di Conegliano che inizia.  Con l’alzata di Coppa e il premio MVP per Gaby: 22 punti a referto e tanto spettacolo per tutti.

  • Scandicci va in finale… ma che lotta con Chieri!

    Scandicci va in finale… ma che lotta con Chieri!

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] Porta il nome di Scandicci, la Savino Del Bene Scandicci, il secondo biglietto per la finalissima di Coppa Italia Frecciarossa prevista per domani, domenica 25 gennaio 2026, sul campo della Inalpi Arena di Torino. Un pass ottenuto dopo una lotta durata 5 set, quello conquistato dalle ragazze di coach Marco Gaspari che hanno trovato nelle avversarie della Reale Mutua Fenera Chieri’76 un ostacolo duro da superare. Anche se la testa vola già al match che consegnerà la coppa e le vedrà confrontarsi con la detentrice (nove titoli consecutivi nove!), Prosecco Doc A. Carraro Imoco Conegliano. Ma facciamo un passo alla volta e godiamoci questa sfida tra

    La foto gallery completa del match di Riccardo Giuliani QUI

    Le video interviste di Emanuela Macrì post gara Marco Gaspari QUI e Nicola Negro QUI

    Savino Del Bene ScandicciReale Mutua Fenera Chieri’76: 3-2 (25-22; 22-25; 25-20; 22-25; 15-8)

    PRIMO SET – Scandicci dosa il gas

    Il muro di Emma Graziani per Scandicci è l’avvio di match e di un primo in cui domina una fase studio tra le due formazioni. Con le toscane un passo o più avanti e Chieri lì (8-6) e poca distanza per poi accelerare (9-9) grazie a due punti consecutivi di Anett Nemeth (best score del primo set con 8 punti a referto). Scandicci ci prova, ad andarsene, e Chieri la marca stretta o quasi.  Nel finale che si apre 20-17, è il massimo vantaggio di Scandicci che poi allarga a un +5 (19-24), prevede anche un passaggio radente di Chieri 21-24 e un time out chiesto da Marco Gaspari. Ma le toscane non si lasciano intimorire ed Ekaterina Antropova mette a terra il pallone dell’1 set a 0.

    SECONDO SET – tutto da (ri)fare

    Scandicci avanti e Chieri a ruota. A pochi centimetri. Prima portandosi davanti sul 5-7 e poi con il muro di Nemeth 10-7 a cui Gaspari risponde con un time out. Le ragazze di Nicola Negro, però, non si fermano, e fanno segnare un + 4 sull’11-7. E se Scandicci rialza la testa (buon turno a servizio di Maja Ognjenovic e il muro di Antropova a rimettere il set in parità sull’11-11) il resto è la cronaca di una lotta ad armi pari e coltelli fra i denti, passando da un 14-14 un super punto 14-16 con recupero di pallone quasi a terra e schiacciata di Laura Kunzler per Chieri. Il finale apre sul 19-20 mentre a chiudere è il servizio out di Emma Graziani. 22-25. 1 set pari, tutto da (ri)fare.

    TERZO SET – Scandicci è un muro

    Toscane avanti subito e ancora piemontesi a ruota. Primo passaggio è 8-4 anzi no, il video check dice 7-5 con attacco da Nemeth confermato IN. Scandicci risponde con un muro di Camilla Waitzel (8-5), e poi una serie di block in che alla fine del parziale saranno 5, e con un margine di vantaggio che allarga via via da 11-7, passando per 20-12 fino al massimo distacco, quel 23-14 che apre alla chiusura di Weitzel 25-20, nonostante il buon break di Chieri.

    QUARTO SET – Incertezza e sorpresa

    Chieri non arretra e rilancia. Da subito. con un 1-3 cui Scandicci risponde portandosi 5-5 con un ace di Antropova cui segue un parziale in balletto di rincorse e fughe. Sul 10-8 Negro chiama le sue ma Savino scappa 12-8 sebbene ripresa poco dopo da Chieri 12-12 con Kunzler. Finale in bilico, aperto dal 19-19 passando per 22-22 pari. Ma Chieri, qui, sorprende tutti. E si guadagna il tie break con un break che la porta sul 22-25.

    QUINTO SET – Poca storia. Anzi tanta…

    Scandicci avanti subito 6-3 poi 7-5 (il punto è una palla giudicata in al check). Il 12-7  segna un +5 quale distacco massimo mentre il match point è un ace di Manuela Ribecchi. Un tie break con poca storia, anzi tanta… perché Scandicci vola verso la sua prima, storica, finale in Coppa Italia. E storia sia, allora.

  • Conegliano. È ancora finale in Coppa Italia Frecciarossa

    Conegliano. È ancora finale in Coppa Italia Frecciarossa

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] Il fine settimana di Coppa Italia Frecciarossa parte con il botto. Con la prima semifinale, quella che non ti aspetti e che mette subito all’angolo una delle grandi protagoniste del volley italiano: c’è un solo pass per la finale e a giocarselo sono le due squadre che nelle ultime edizioni la Coppa se la sono contesa a più riprese ovvero Prosecco Doc A. Carraro Imoco Conegliano e Igor Gorgonzola Novara. Un dentro – o – fuori da brivido che accende un’Inalpi Arena di Torino colorata e festante. Caldissima. Come si preannuncia un match che non delude le aspettative.

    In finale ci va, ancora e per la decima volta consecutiva, Conegliano. Che si prende il lusso di chiudere in 3 set una gara tra le stelle.  Con le mascotte in capo ad attendere lo starting six e via!

    Foto gallery del match di Riccardo Giuliani QUI

    Video interviste di Emanuela Macrì a Cristina Chirichella QUI e Federica Squarcini QUI

    Prosecco Doc A. Carraro Imoco Conegliano Igor Gorgonzola Novara 3-0 (25-23; 25-20; 25-21)

    Primo set – SI STUDIA

    Al servizio Conegliano con Cristina Chirichella ma il primo pallone a terra è di Novara con Tatiana Tolok. Il primo muro, ancora Igor, di Federic Squarcini (3-0) ma poi è Gaby che ferma la marcia di Novara e Isabelle Haak che rimette in pari il match. Con un sostanziale equilibrio accompagna tutto il set (7-7 e 10-10). Campanello d’allarme in casa Igor con Conegliano avanti di 3 lunghezze (13-16) e Bernardi a richiamare le sue ragazze in un time out che non sortisce l’effetto desiderato: un (altro) muro di Conegliano, infatti, apre all’ultimo scorcio di un set (16-20) poi vinto da una Conegliano a trazione Haak (8 punti per la numero 11 gialloblu anche se il best score è di Tolok con 9 punti all’attivo) mentre una nuvola passa nel cielo di Santarelli: Sara Bonifacio mura un 22-23 che fa chiamare il time out per un’Imoco che poi rimette la marcia ma si arresta, di nuovo sul 23-24 Chiude Zhu Ting con 25-23.

    Secondo set – CONEGLIANO. E POCA STORIA

    Avanti con l’equilibrio fino al 10-7 con richiesta di video check che conferma il punto (a muro) e punteggio per Conegliano mentre sull’11-8 arriva il tempo discrezionale richiesto dalla panchina di Novara. Imoco rimane, comunque, davanti di un paio di lunghezze, allungando 16-12 per poi doversi difendere dai denti di Novara (16-15). Il 18-5 è allarme rosso in casa Igor che chiede il secondo time out a disposizione. Ma il finale di apre, di nuovo, 20-16 e chiude, con un 25-20, questa volta, di Fahr, con una Conegliano che vede più voci con Chirichella e Haak a 4 punti per una mentre Novara conta, ancora, su un’ottima Tolok con 7 palloni a terra.

    Terzo set – TUTTO MOLTO FACILE

    Conegliano con il piede pesante sull’acceleratore. Avanti subito (con 5-2 e il tempo chiesto da Lorenzo Bernardi) passando per un 8-3 poi 12-7 che segnano il +5 come distacco massimo tra le due compagini, in un set mai in discussione, senza grandi sorprese, scossoni, bellezza. Il finale si pare con un 20-15 che sa di sentenza. Non fosse per il muro, spettacolare, di Lina Alsmeier che con un 20-17 sembra riaprire cielo e speranze. Ma è solo il canto del cigno. Sebbene Novara accorci le distanze (20-19) complice anche un attacco out di Imoco che poi, però, non perde filo e segno e chiude 25- con Gaby 25-21.

  • Segantini in mostra a Bassano, tra umanità e natura spuntano le Olimpiadi

    Segantini in mostra a Bassano, tra umanità e natura spuntano le Olimpiadi

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] La luce. Il colore. Le oscurità. Nascita ed evoluzioni nella vita di un artista che ha segnato la pittura del secondo Ottocento, Giovanni Segantini. In mostra al Museo Civico di Bassano del Grappa fino al 22 febbraio 2026. Un percorso che si snoda lungo i due piani del palazzo che ospita la mostra e in quattro fasi, quelle che suddividono la vita, breve (nato nel 1858 ad Arco di Trento morirà solo quarantunenne in Svizzera) di Segantini.

    Un artista che inserirà la sua esperienza artistica nel Divisionismo, tanto italiano quanto europeo, per questioni, anche e già, di DNA: nato nel Trentino italofono della periferia austro-ungarica, infatti, muove presto verso Milano per poi vivere l’ultima parte della vita oltre il confine. Una vita, quella che metterà su tela, abitata da paesaggi e nature, umane e animali, in un dialogo fitto tra loro. E che ora si divide tra il Segantini Museum di St.Moritz e la Galleria Civica G. Segantini di Arco, enti fondamentali per il supporto della mostra temporanea di Bassano.

    Le fotografie di Riccardo Giuliani per VivoCult QUI 

    Cento le opere in mostra, quattro le sezioni, i momenti geografici e artistici: dagli esordi milanesi, costellati da ritratti in scorcio e nature morte, paesaggi urbani e qualche incursione nella materia letteraria, tutto bagnato da luce e colore, alla seconda fase, quella del trasferimento in Brianza. Che con sé porta all’apertura su paesaggi rurali e momenti di vita contadina, al dominio della natura e del rapporto dell’umano con essa. Nella terza fase, invece, ad irrompere è la montagna e le sue vedute, che raccontano della sua ultima dimora, anche artistica, nella Svizzera in cui riposa. Un allestimento arricchito dalla presenza di opere di altri artisti, affini per storia e percorsi, tra cui spiccano Vincent Van Gogh e Jean-François Millet e che vede nell’ultima sezione e scorcio di vita, l’intensificarsi della ricerca e del rapporto con il paesaggio montano che, si dalla nascita, aveva accompagnato la vita di Segantini.

    Un viaggio attraverso un centinaio di tele, di momenti di vita e visioni, riuniti per l’occasione in un percorso unico, reso tale dai prestiti del Musée d’Orsay di Parigi e della Kunsthaus di Zurigo, ma anche del Rijksmuseum di Amsterdam e della Galleria d’Arte Moderna di Milano. Un itinerario che, idealmente, unisce il Veneto alla Lombardia per celebrare l’appuntamento sportivo invernale dell’anno “La visione di due Regioni che scelgono di fare sistema, mettendo la cultura al centro della preparazione verso un appuntamento storico: le Olimpiadi di Milano Cortina 2026” come descritto da Francesca Caruso, Assessore alla Cultura di Regione Lombardia. Sport e cultura, insomma, un binomio troppo spesso, ad oggi, sottovalutato.

  • Di madre in figlia. Concita De Gregorio e un vinile dei R.E.M.

    Di madre in figlia. Concita De Gregorio e un vinile dei R.E.M.

    [di Emanuela Macrì – foto EM] Poteva essere il solito romanzo transgenerazionale. Poteva trattarsi del solito tema trito al femminile, della solita lettura vacanziera che poi finisce su uno scaffale e chi se la ricorda più. Poteva. Ma Concita De Gregorio, invece, in Di madre in figlia (ed. Feltrinelli – 2025) fa di più.

    Ci porta su un’isola, emblema perfetto della vita di Marilù, che ha tracciato confini ben precisi anche nel nome, abbreviandolo. Restringendolo nei suoi confini appunto. Così come la sua vita, la sua seconda. Dopo una prima in primo piano. Tra yacht e fotogrammi.

    Un’isola su cui approda, senza alcuna intenzione di farlo, Adé. Adelaide, sua nipote, che a quella nonna che conosce poco, anzi nulla, forse somiglia più di quanto creda. In fin dei conti anche lei ha tracciato confini, abbreviandosi il nome.

    Fuori dalle inquadrature, poi, c’è Angela. Figlia di Marilù e mamma di Adé. Lontana in ogni senso. Da una madre troppo poco incline al suo ruolo. Da una figlia per cui nel ruolo si è calata troppo, fin quasi a soffocarla.

    Potrebbe essere il solito romanzo transgenerazionale. Non ci fosse il fuoco (chi ha letto, può capire NdR) di un linguaggio vivo. Attuale. Non letterario. Adeguato. Perfetto, per entrare nei pensieri delle protagoniste. E nei loro panni. Ecco il segreto di questo romanzo: l’empatia. Concita De Gregorio in 150 pagine riesce a portarci in mondo non nostri. Senza la tentazione di giudicarli. Solo per ascoltarli (insieme a un bel po’ di buona musica, su vinile. Ovviamente).

    Consigliato, dunque? Sì. Almeno per trovare una lista di cose che fanno stare bene [una sedicenne dei nostri anni ma lontana dalla sua vita]. Ovvero:

    • Mettere un vinile dei R.E.M e ascoltarlo stesa al buio.
    • L’idea di andarmene.
    • Pensare che c’è tempo. Non c’è fretta. Magari un giorno
    • Gli uccelli che si parlano la mattina. I gatti che se ne fregano di tutto.
    • Il vento fresco quando fa caldo.
    • L’odore della buccia di limone.
    • Cantare Losing My Religion.
  • Da rivedere, per capire. Quanto basta

    Da rivedere, per capire. Quanto basta

    [di Emanuela Macrì – foto fonte web] Quanto basta. Per capirne un po’ di più su quell’essere diversi. Differenti. E su quanto abbia da offrire quella differenza. Con un film – del 2018, regia di Francesco Falaschi e la sceneggiatura originale – dal titolo, appunto, Quanto basta e due interpretazioni, davvero notevoli.

    Quella di Luigi Fedele, su tutti, che interpreta Guido, un ragazzo alle prese con Sindrome di Asperger e un talento per la cucina. E poi quella di Vinicio Marchioni, qui Arturo, insopportabile chef stellato con una decisa propensione all’aggressività che lo porta a perdere tutto. Anche la libertà. Sulla via della riabilitazione incontra la comunità di Guido, si confronta con la diversità (anche la sua, dipende da quale punto si guarda l’altro. Sempre)  e, seppur mantenendo un certo livello di antipatia, riesce ad uscirne migliore. A imparare.

    Trama scontata, esito pure. Poteva esserlo e invece no. Perché il racconto riesce a mantenere il giusto equilibrio tra finzione e realtà. Tra commedia e dramma. Lasciando che il verosimile faccia il suo. Quando Arturo e Guido intraprendono un viaggio (topos tanto utilizzato da esser ormai terreno franoso, al cinema) disseminato di difficoltà, per entrambi. Perché sul sedile posteriore dell’auto trova posto il tema della gestione. Con Guido alle prese con un eccesso di controllo e regole che in Arturo trovano il loro netto contrario.

    E se permettiamo alla sceneggiatura una piccola scontatezza – che nulla regala alla trama – con una storia d’amore per Arturo, è solo perché di tutto il resto nulla è da eccepire. Dalla stoccatina al mondo gourmet in format televisivo a quella al tema del successo, percepito solo in termini di vittoria. Dall’angoscia latente di una famiglia rispetto al futuro di un figlio o nipote diversamente abile al presente di inclusione e ricchezza. Degno di nota (di vero merito) il finale.

    Si sorride. Si pensa. Quanto basta. Anzi, di più. perché alla domanda di Guido “A cosa corrisponde QB nelle ricette?” eh una risposta non c’è. Si va a senti. mento. Si dosa all’incirca. Si impara, come in questa storia, ma solo se si è disposti a dare una possibilità alla diversità. Qualsiasi forma essa abbia.

  • Porpora e progresso. Dentro il Conclave di Edward Berger

    Porpora e progresso. Dentro il Conclave di Edward Berger

    [di Emanuela Macrì – foto fonte web] Un Conclave in primo piano, da ogni punto di vista. Sia registico, con Edward Berger (sceneggiatore a quattro mani con Peter Straughan) che sceglie inquadrature strette e insistiti primissimi piani per entrare nell’intimo dei personaggi, sia contenutistico. Dal tema, così come dal Vaticano, non si esce mai. Più dentro la Santa Sede, di fatto, non si potrebbe.

    Più dentro i suoi meccanismi, i suoi segreti, le macchinazioni e i colpi di scena. Tra cali di vocazione, fazioni e giochi di potere, sulla filo della lama di un clerical-thriller – sottogenere che se fino a ieri non esisteva, oggi sì – che si serve di quella dosata suspence per permetterci di partecipare. Alla lotta tra il dramma interiore dei suoi personaggi in primo piano contrapposta alla brama di successo degli altri.

    Dal conservatore senza scrupoli cardinal Goffredo Tedesco (Sergio Castellitto) che dietro il fumo della sua sigaretta elettronica non cela tutta l’ambizione al Soglio, al vacillante decano Thomas Lawrence (Ralph Fiennes), speranzoso in una rapida elezione che gli permetta di ritirarsi. Passando per quello che appare il candidato migliore, il progressista Aldo Bellini (Stanley Tucci) fino al sorprendete (e quanto!) Vincent Benitez, un sudamericano a capo della diocesi di Kabul.

    Passando tra fumate nere, colpi di scheda e di scena, tra chiese, continenti e formule in latino ma, soprattutto, attraverso la figura di suor Agnes (Isabella Rossellini) sovraintendente con un ruolo ben al di sopra della semplice direzione di Casa Santa Marta, residenza che ospita i cardinali nei giorni del Conclave.

    Troppo facile, quindi, dire che “morto un Papa se ne fa un altro”. Di mezzo ci sono giochi potere, equilibri da non far saltare, nuove e vecchie posizioni a confronto, rivoluzioni che attendono. E segreti di ogni genere (questa la capiamo solo noi spettatori. Vero?).

  • Ozpetek. Diamanti, metacinema e femminile. Sì, ma c’è di più

    Ozpetek. Diamanti, metacinema e femminile. Sì, ma c’è di più

    [di Emanuela Macrì – foto fonte web] C’è molto traffico tra i fotogrammi di Diamanti. Ferzan Ozpetek, infatti, si cimenta nella difficile opera di dirigere un cast sovradimensionato in un film stratificato. Per temi e genere. Per scrittura e scenografie. In una pellicola divisa tra metacinema e narrazione filmica, che i dizionari descriveranno drammatica. Seppure sia molto di più.

    Un film sul film che si sta facendo. Con la narrazione che apre sul cast riunito a tavola (luogo simbolo, al cinema, dove il pasto è alimentazione e condivisione ma, anche e soprattutto, atto di portare dentro di sé) e il regista a dirigere un incontro organizzativo che poi lascia la parola alla narratio. E ci porta tra le mura di una elegante sartoria specializzata in costumi di scena. E dentro le vite delle sue sarte.

    Di tutte, donne-mamme-mogli-vedove-nubili-lavoratrici, nessuna esclusa. Nemmeno le proprietarie Alberta (Luisa Ranieri) e Gabriella Canova (Jasmine Trinca) che come tutte le protagoniste – sapientemente tutte sullo stesso piano. Perché un film corale non prevede ruoli di primo piano ma un primo piano per tutti e tutte – si trovano a tagliare e cucire (o ricucire) pezzi di vita, sofferenze, ruvidità. Ognuna con il proprio carico di dolori e bellezze.

    Un film al femminile, ha detto e scritto qualcuno. . Un film che maltratta il maschile, che riduce a oggetto sessualizzato i protagonisti uomini, violenti e, quando dice bene, nevrotici. No, perché c’è di più. C’è un padre che accetta la depressione del figlio e passa dall’ignorarla a farsi parte della lotta. C’è un regista che comprende l’ingiustificata isteria, si scusa e si ravvede. Ci son due ragazzi che davanti a un pubblico di donne sconosciute accetta di cantare e ballare (e provateci voi, se avete voce e coraggio, senza base musicale).

    Un film che si veste di tessuti eleganti che non coprono, però, vite da rattoppare, dolori da affrontare per poter continuare a vivere. E che sorprende fin dai primi minuti quando un’attrice convocata, Elena Sofia Ricci, rifiuta la parte perché chiamata ad assistere un’amica alla fine dei suoi giorni.

    Espediente sapientemente utilizzato da Ozpetek per (fine della frase e dell’articolo. Svelare il particolare sarebbe come sottrarre un ingrediente, un sapore. Un torto vista l’apertura del film, con tutte quelle teglie e quella tavola così riccamente imbandita. Uno sgambetto che il regista turco-italiano non merita.)

  • Senna l’icona della F1. Ayrton l’uomo che salvò la vita a Comas. Come in un film

    Senna l’icona della F1. Ayrton l’uomo che salvò la vita a Comas. Come in un film

    [di Emanuela Macrì – foto fonte web] 30 anni senza Ayrton Senna. 30 anni di Ayrton Senna. Perché tutto quel tempo dopo quel terribile Primo Maggio del 1994 a Imola è stato un tempo pieno di lui. Quello che si portava via un campione senza uguali per restituirci una figura eterna ed eterea, un’icona senza pari. Un amore intatto, quello per Ayrton, un’ammirazione unanime che va oltre qualsivoglia spirito di squadra o appartenenza. 30 anni dopo il motore è ancora acceso. E pieno.

    Un fenomeno di quelli che non ti spieghi se non hai conosciuto l’uomo, il pilota di Formula Uno, l’essere tanto umano quanto sovraumano. Lo sportivo rigoroso, il cuore caritatevole, la persona che ha dato allo sport molto, infinitamente di più dei titoli vinti. Perché a raccontare chi è stato Senna ci sono i gesti di Ayrton. Uno su tutti?

    28 agosto 1992 sulla pista di Spa, Belgio. Giornata di prove libere. Il francese Erik Comas perde il controllo della sua Ligier, l’impatto contro le barriere è tale da far perdere conoscenza al pilota che, però, ma rimane con il piede puntato sull’acceleratore e il pericolo di esplosione del motore. Ayrton capisce subito la gravità, ferma la sua McLaren e corre verso Comas ancora privo di sensi. È l’unico tra i piloti che non interrompono la loro sessione.

    Arriva prima dei soccorsi, spegne il motore e attiva le manovre per impedire al pilota svenuto di soffocare. Mettendo a rischio anche la sua, di vita. Ma senza alcun cenno di esitazione. Perché questo era Senna. L’anima generosa che volava sul bagnato. Lo sguardo velato di malinconia del rivale alieno. L’umano troppo umano che mai nessun film e nessun testo riuscirà a raccontare fino in fondo. Troppo grande per stare in meno di 2000 battute o in un’inquadratura.

    Ma c’è chi ci ha provato. Loro sono Vicente Amorim, Julia Rezende e la miniserie che hanno diretto è da oggi, 29 novembre 2024, su Netfilx. Impresa enorme, ma il coraggio va premiato. Buona visione!