[di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani] Le domande non poste, i dialoghi che non avvenuti, un vuoto colmato dagli scritti che l’autrice, diciassettenne, trova alla morte del padre. Un uomo anziano, che lei conosce nella ultima parte della sua vita. Tra loro ci sono 75 anni di differenza e due vite che difficilmente possono trovare il filo del discorso. Lui, un uomo che sulla scorta dell’esperienza degli anni, ha sempre la risposta giusta a tutto. Lei che poco più che adolescente ha solo domande difficili tra le mani.
Muove da qui Tempesta (Sellerio editore) di Camilla Ghiotto, presentato nella giornata del 25 aprile al 74. Trento Film Festival, in dialogo con Elena Tonezzer. In una data scelta non a caso. Perché Tempesta è il nome del padre di Camilla, il nome scelto da partigiano. Una parte di vita che quegli scritti ritrovati renderanno, racconteranno. “In quei fogli ho visto mio padre nascere, quale nuova figura davanti a me. Lontana da quella che conoscevo, quella di un uomo che leggeva in poltrona, con le parole giuste e misurate, rallentato dall’età.”
Insieme a un rapporto alla pari, tra 17enni o poco più. In marcia. Lui sulle montagne, lei nella vita. In un ideale passaggio di testimone di quel coraggio, quell’immaginazione che ci porta “alle storie di giovani che pensavano e pensano che tutto fosse possibile e che oggi possiamo anche noi immaginare.” In un gioco di specchi tra gli sguardi di ieri e di oggi, che ci permette di entrare nella Storia grazie a un manoscritto, alla testimonianza resa sui fogli senza sapere che sarebbe stata tale.
Una storia che si compone, anche, attraverso un lessico familiare che diviene lessico collettivo. Due dimensioni che si allineano nell’ultimo tempo e dopo la morte del padre e si arricchiscono di persone che sono anche personaggi. Come Luigi Meneghello che Camilla porta, perché non potrebbe non farlo, tra le pagine. Nel gruppo in montagna, infatti, c’era anche lui, che si legherà a Renzo per la vita. Un ricordo personale, i colui che per lei era Gigi e le raccontava storie in dialetto, e solo poi diverrà anche per lei il Meneghello di Libera nos a malo.
Un’amicizia profonda quella tra Renzo e Luigi, legati per aver provato la stessa paura, lo stesso dolore, mossi dalla stessa motivazione. Che oggi non si può ripetere. Legati per sempre dalla stessa speranza, la cosa più preziosa. In luoghi narrati dal tempo verbale al presente. Perchè i sogni sono tutti al presente, come la Costituzione scritta all’indicativo, perché era un sogno, il frutto di un’immaginazione poi divenuta realtà. Sogni che ancora oggi possiamo, dobbiamo.

