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  • The Last Mountain. Tom Ballard, il ricordo in concorso al 70 Trento Film Festival

    [di Emanuela Macrì] Le prime arrampicate ancora prima di nascere. Nella pancia della mamma che al sesto mese di gravidanza lo portava sulla parete nord dell’Eiger. Lei, Alison Hargreaves, prima donna britannica a piantare bandiera in cima all’Everest, in solitaria e senza ossigeno. Lui, Tom Ballard, alpinista che seguirà le orme di una delle figure chiave dell’alpinismo storico e mondiale. Dall’inizio alla fine.

    Alison vittima di una bufera durante la discesa del K2 appena conquistato, il 13 agosto 1995; Tom di una tragica spedizione sul Nanga Parbat, in compagnia di Daniele Nardi, il 25 febbraio 2019. Entrambi destinati a non essere recuperati e riposare per sempre sulla loro ultima montagna. The Last Mountain. Come il titolo del film di Chris Terrill che porta in Concorso al 70 Trento Film Festival le loro storie.

    Un film che muove dai tragici fatti del 2019, con il tentativo, fallito, di recuperare i corpi di Tom e Daniele e da una decisione presa per chiudere un cerchio aperto quasi 25 anni prima: così come papà James Ballard aveva deciso di raggiungere il K2 con i due figli bambini, per dare loro modo di salutare la mamma nel suo ultimo luogo di riposo così Kate raggiunge il campo base sul Nanga Parbat per dire addio al fratello. Lì, sulla sua last mountain.

    Ma per un viaggio così importante, soprattutto emotivamente, Kate chiede di essere accompagnata da Ibrahim, la guida pakistana che 25 anni prima l’aveva portata in spalla sul K2 e che lei non ha mai dimenticato. Per una scalata difficile dal punto di vista fisica e impegnativa da quello emotivo: l’incontro tra i due rivela un’mozione che lo blocca e nello stesso tempo li scioglie in lacrime che non sanno trattenere.

    Mentre le immagini che scorrono sono un’attenta e minuziosa ricostruzione della vita, familiare e sportiva di Tom. Con un racconto che segue una linea narrativa pulita composta di immagini di repertorio e quelle girate seguendo l’avventura pakistana contemporanea. Senza cedere mai nel patetico ma restituendo l’immagine più vera di Tom Ballard alpinista con quelle parole pronunciate “Il pericolo è un concetto personale” che racchiudono una carriera terminata troppo presto.

     

  • Fire of love. Un amore di vulcano. La storia dei Krafft al 70. Trento Film Festival

    [di Emanuela Macrì – foto dal web] È il 1966 quando due persone si incontrano per formare una delle coppie più singolari del mondo della ricerca scientifica e del cinema documentario. Lei, Katia Conrad, è fisica e chimica mentre lui, Maurice Krafft è geologo. La loro unione, coniugale e professionale, li porterà a studiare da vicino i maggiori vulcani in eruzione. In azione e mai da lontano. Come nelle immagini che scorrono sullo schermo di Fire of love, il film di Sara Dosa, presentato nella sezione Concorso al 70. Trento Film Festival edizione 2022.

    Alsaziani di nascita ma cittadini di un mondo di fuoco per scelta. Anche se estrema “dovesse succedere qualcosa di irreparabile – ripeteva Maurice – potremmo dire di aver vissuto già abbastanza e visto molto più di quanto si potesse desiderare.” Per quell’amore che avevano trasformato in professione che li aveva portati a diventare due tra le massime autorità in tema di vulcani. Sia “rossi”, i più spettacolari, quelli delle eruzioni dai colori sgargianti fino a quelli “grigi”, i più pericolosi e meno scenografici ma più inesplorati.

    Dallo Zaire al Giappone, passando per l’Italia, non c’è eruzione che non li riguardi. E non c’è scienziato, vulcanologo, che venga interpellato prima di loro. Che trascorrono la vita tra il loro studio, quello di montaggio dei loro film e le bocche dei maggiori vulcani del mondo. Passando da qualche trasmissione TV per divulgare una scienza ancora sconosciuta a molti. Con quella simpatia, spontanea e vera, che farà di loro due volti noti e amati anche da un pubblico non di settore.

    Una vita vissuta con la cinepresa in mano. E per nostra fortuna: il lavoro della Dosa, infatti, sarà quello di ricostruire queste due vite, fuse in una sola, scegliendo le immagini migliori tra le migliaia di pellicole girate dai Krafft nelle loro innumerevoli esplorazioni. Un capitale di inestimabile valore per ricerca, che sarà da base per molti studi a venire. E per il cinema, che può offrire uno spettacolo di lava a km zero, con riprese a pochi metri dagli zampilli volanti ma in totale sicurezza.

  • Trento Film Festival 70: The wall – Climb for gold, nell’anima del climbing

    [di Emanuela Macrì] Quattro protagoniste dell’arrampicata mondiale alle prese con la prima volta ai Giochi Olimpici della disciplina. The wall – Climb for gold di Nick Hardie è il docu-film – pieno nel suono genere in virtù del ritmo narrativo di un film ma le modalità strutturali del documentario – che ricostruisce il percorso di preparazione all’evento sportivo degli eventi con le storie di quattro tra le atlete top della disciplina.

    A dividerle da Tokyo 2020, che poi diverrà 2021, un lockdown e l’impossibilità di allenarsi come richiesto da un appuntamento tanto importante e tutte le sue ricadute. Dalla (ri)progettazione della preparazione agli infortuni, dalle difficoltà fisiche a quelle mentali,  la pellicola segue, dalla parete all’anima delle sue protagoniste, il periodo più incredibile e inaspettato della storia vicina declinandolo al mondo dell’arrampicata femminile, calzando le scarpette delle quattro top climber mondiali.

    Guarda il trailer QUI

    Quattro storie personali che sullo schermo divengono quattro costellazioni familiari e di vita, quattro mondi diversi e distanti. Quelli della slovena Janja Garnbret, l’inglese Shauna Coxsey, la statunitense Brooke Raboutou e la giapponese Miho Nonaka che si raccontano sulle immagini di repertorio quando ancora bambine affrontavano le prime scalate fino a quelle delle qualificazioni olimpiche.

    E poi ancora lì, su quella pedana per la gara della vita a Tokyo 2021, a giocarsela al meglio delle tre specialità che la compongono: speed, boulder e lead. Tra lacrime e demoni – e ce ne saranno tanti e per tutte – da combattere, tra tensione da sciogliere e nervi tesissimi. Sotto gli occhi del mondo e quelli di amici e parenti che impossibilitati – dalle ben note restrizioni – nella presenza fisica non mancano di seguirle passaggio per passaggio.

    Per una medaglia che vale molto di più di un ricordo da aggiungere in bacheca. Per un documentario, tra le prime proiezioni proposte dal programma del 70mo Trento Film Festival, che racconta un climbing dell’anima, fatto di pareti, soprattutto interiori, da affrontare. Di gioia e delusione, di fatica e soddisfazioni accompagnate da una colonna sonora originale di Nainita Desai e Thom Robson  e all’altezza della prestazione, da ascoltare QUI

  • Regular season volley A1F ultima fermata. Chi esulta e chi saluta

    [di Emanuela Macrìfoto Fabio Cucchetti per Get Sport Media] Campionato pallavolo serie A1 femminile 2021-22, stagione regolare, ultimo atto. Con un unico orario per tutti i campi, quello delle 20.30 di sabato 2 aprile e un unico obiettivo per tutte le formazioni in campo: tentare il tutto per tutto, che si tratti della vetta o della salvezza, i punti per la classifica sono l’unica cosa che conta. E se per la parte alta pochi sono i dubbi e le novità – Conegliano, Novara e Monza confermano le loro prime tre posizioni – tra gli ultimi posti c’è più di un campo e di un pallone che scottano.

    Uno di questi è sicuramente rettangolo di gioco della Delta Despar Trentino, con la squadra di casa ad affrontare il sestetto Vero Volley Monza arrivata a Trento con un terzo posto blindato mentre le padrone di casa, a due soli punti dal fanalino di coda sono chiamate a dare tutto, anche l’impossibile. Come però no, non faranno. Lasciando sul campo una sconfitta 0-3 (22-25; 22-25; 27-29) che solo nel finale aveva lasciato spazio alla luce.

    Primo set con le ragazze di coach Matteo Bertini a spingere da subito, guadagnare un minimo (9-7) vantaggio messo però presto in forse (9-9) e ribaltato poi (14-20) da Monza fino al 22-25. Secondo parziale di sostanziale equilibrio, con l’asse del vantaggio a spostarsi in favore delle ospiti dalla metà frazione in poi, per chiudere, ancora, 22-25. Terzo set che sembra avviato a una conclusione veloce veloce, di quelli che le ospiti son già nello spogliatoio (0-4) fin da subito.

    Ma poi ci pensa l’opposta trentina Vittoria Piani con due ace consecutivi (2 e 3-4) a impensierire coach Marco Gaspari che subito chiede il time out (5-4). Poi c’è Monza a rifarsi, crederci ma rischiare (18-18 e 22-22), andare ai vantaggi per poi mettere l’ultimo pallone a terra e la parola fine con un palla IN confermata al video check. Ultimo atto stagionale della Delta Despar Trentino che saluta la massima serie.

    Nel frattempo si sta con un occhio a campo e tabellone e con l’altro si controllano i risultati dagli altri campi in lotta per la salvezza: lo scontro diretto tra Casalmaggiore e Perugia finito al tie break con il risultato a sorridere alle ospiti 2-3 (25-21; 15-25; 25-21; 22-25; 16-18), la sfida all’ultimo sangue di Vallefoglia – già salva – e il fanalino di coda Roma che la spunta al quinto set 2-3 (23-25; 25-19: 25-18; 19-25; 12-15).

    E a chiudere il cerchio retrocessioni da evitare la sfida (impossibile?) tra Bergamo e Conegliano che premia le ospiti vittoriose 0-3 (13-25; 26-28; 16-25) ma, in virtù degli altri risultati, non condanna le bergamasche che si salvano. Mentre sugli altri campi si disegnano le griglie dei play off con Chieri – Novara 0-3 (12-25; 19-25; 21-25), Cuneo – Busto 3-2 (30-28; 24-26; 19-25; 25-22; 15-13) e il derby toscano Scandicci – Firenze 3-1 (25-20; 23-25; 25-19; 25-20). E allora via con un’altra storia. Pronti, via con i play off scudetto.

  • Vallefoglia che colpaccio! A Trento sono tre punti preziosi

    [di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] Una domenica sera alla BLG Group Arena con un imperativo (in orario aperitivo): vincere. E con il maggior bottino punti possibile. Senza cedere di un millimetro, tanto per la Delta Despar Trentino, squadra di casa con il preciso obiettivo di recuperare posizioni in classifica, quanto per la Megabox Vallefoglia, con la necessità di mantenere, ma anche di aumentare, il vantaggio acquisito. Per le trentine il primo di tre scontri diretti per la salvezza. Per Fabio Bonafede, coach delle ospiti, un ritorno a casa, in quel Trentino dove vive la sua famiglia e dove per tanti anni ha allenato e lavorato. Un incontro infuocato, già prima del fischio d’inizio, con l’arrivo dei risultati dagli altri campi e Bergamo e Roma a vincere a pieno bottino. La classifica che diventa terreno di conquista, ma un campo che non darà scampo alle ragazze di Matteo Bertini. Il verdetto finale sarà un secco 0-3. Per una scatenata, urlante e motivante Tatiana Kosheleva, 25 punti personali che le valgono il premio MVP. Mentre dall’altra parte c’è una Trento che se non ha mai completamente gettato la spugna, non nemmeno mai lottato come potrebbe.

    La foto gallery di Riccardo Giuliani qui

    PRIMO SET – Difese up e palle out

    Apre le danze il primo punto della Megabox, un attacco out di Trento che, però, subito recupera con un mani fuori su Kosheleva. Ma per le marchigiane è da subito fuga, tanto che coach Bertini  sul 5-9 chiede il tempo. Per richiamare le sue ragazze e ripartire. Ma il vento in poppa, ancora, è per le ospiti (9-16 al secondo intermedio) che se sembrano soffrire per qualche passaggio il primo check chiesto per confermare un punto su battuta di Kosheleva però out (9-13) poi non si arrestano più: il 14-20 è solo un anticipo del 19-25 di chiusura di un set votato alle difese, in entrambe le metà campo, e qualche pallone out di troppo.

    SECONDO SET – A senso unico

    Trento subito avanti 3-0 che diventa un 2-1 dopo il check, un 2-2 lo scambio successivo e 2-3 quello dopo. E se complice c’è anche quel pizzico di fortuna – il 2-5 è un battuta sul nastro e punto – il 3-7 è un murone Kenia Carcaces (15 punti a fine gara per lei). Sul + 5 per le ospiti (6-11) Bertini chiede un time out che non riesce a sistemare la situazione. Migliorata, dopo l’ingresso di  Chiara Mason  per Yamila Nizetich e di Geraldina Quiligotti per Ilenia Moro con un break da 7-14 a 10-14 che però non va oltre. Perché le marchigiane aumentano il vantaggio (11-17) e chiudono con un perentorio 14-25.

    TERZO SET – Potenza al potere

    Trento di nuovo a provarci con ace di Vittoria Piani (la migliore e l’unica in doppia cifra delle sue con 17 punti) e un 5-2 che diventa il time out di Fabio Bonafede a cui quel punto matematico già in tasca, evidentemente, non basta. Un punto contestato, il 6-3 di Trento gasa ancora di più le padrone di casa he sembrano aver trovato il giusto passo, con 7-4 di potenza di Nizetich e un  8-5 che dà speranza. Subito sfumata:  Kosheleva firma l’8-8, il punto del non ritorno. E ci si mette pure la regista Virginia Berasi (trentina ed ex di turno) con un buon turno al servizio e un break che porta Vallefoglia sul 9-12. Chiusura, senza sconti, sul 19-25.

    Delta Despar Trentino – Megabox Vallefoglia 0-3 (19-25, 14-25, 19-25)

    Delta Despar Trentino: Rivero 7, Furlan 2, Piani 17, Nizetich 4, Berti 7, Raskie 4, Moro (L), Stocco 0, Quiligotti (L), Mason 0, Rucli 0, Botarelli 0. All. Bertini

    Megabox Ondulati Del Savio Vallefoglia: Berasi 0, Kosheleva 25, Mancini 5, Bjelica 6, Carcaces 15, Jack-kisal 8, Cecchetto (L). Non entrate: Kosareva, Fiori (L), Newcombe, Botezat, Tonello, Alanko. All. Bonafede

    ARBITRI: Curto, Papadopol

    Durata set: 26’, 21’, 26’ (totale: 1h13’)

  • Coppa Italia Frecciarossa 2022: Imoco fatica ma è in finale con Novara

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] Una semifinale su due (e una finale su due) è quanto il covid19 concede alla (non proprio) Final Four di Coppa Italia Frecciarossa 2022 di pallavolo femminile. Il mercoledì pre-festivo di Roma, dunque, apre e chiude con Prosecco DOC Imoco Conegliano – Unet E-Work Busto Arsizio mentre Igor Gorgonzola Novara rimane – non solo idealmente – in tribuna a godersi lo spettacolo, in attesa del verdetto del campo. Che non sarà distante dalle previsioni ma non mancherà di sorprendere nel farsi.

    Foto gallery per Get Sport Media di Riccardo Giuliani qui e di Fabio Cucchetti qui

    Pantere subito in fuga – con un 6-3 pronto servito da due ace di Raphaela Folie, protagonista del primo parziale con 6 punti di cui 3 da fondo campo – a cui rispondono Jovana Stevanovic e compagne a muro anche se non troppo possono: sull’11-5 coach Marco Musso prova a invertire una rotta che sembra ben marcata chiedendo il primo time out del match. La risposta sta tutta nel braccio di Paola Egonu che chiude 25-16 con un attacco e settimo punto personale.

    Le videointerviste post partita qui

    Secondo set aperto da una Busto subito avanti con un ace di Alexa Gray, miglior marcatrice anche nel primo set che nel secondo apre la serie di 7 punti personali firmando un ace per quel vantaggio 3-6 che anticipa, anche se pochi ci avrebbero scommesso, il set delle farfalle si mettono in tasca con un pallone a terra, il 24-26 di Camilla Mingardi, in campo ma assente nel tabellino del primo set, che nonostante gli ace di Folie e Egonu e un 20-17 che nulla di buono annunciava, le farfalle non demordono, recuperano fino al 24-24 che trasformano in vantaggio 24-25 e poi 24-26 con un attacco, appunto, dell’opposta numero 11.

    Terzo parziale di equilibrio passando per il 10-10 già visto nel set precedente, con l’ace di Mingardi poi spezzato dal muro di Egonu 12-11 poi protagonista di un buon turno al servizio (con tentativo di interruzione da parte della panchina di Busto che chiede, senza successo, il tempo tecnico) di Egonu con 9 punti personali (32 totali) dal 14-12 porta il tabellone sul 18-12. Sul 20-13 ogni dubbio è fugato. E il 25-16 è presto servito.

    Ultimo atto con Conegliano a cercare di archiviare la pratica e la Uyba a metterci ogni grammo di forza per impedirlo. Il 3-0 iniziale diviene, nel giro di qualche scambio, un equilibrio (7-7) che le farfalle di Musso cercano di mantenere contenendo lo svantaggio per poi ricucire (15-15 e 17-17) e rimanere sempre a un passo. Anche sopra, tanto che sul 17-18 la richiesta di time out è della panchina di Daniele Santarelli. Anche dal tie break, tanto che Imoco deve recuperare ancora (20-22) e poi affidarsi al muro del 23-22 per assicurarsi l’accesso alla finale.

    Prosecco DOC Imoco Conegliano – Unet E-Work Busto Arsizio 3-1 (25-16; 24-26; 25-16; 25-23)

    PROSECCO DOC IMOCO VOLLEY CONEGLIANO: Wolosz 4, Plummer 13, Folie 12, Egonu 32, Sylla 5, De Kruijf 13, De Gennaro (L), Omoruyi 3, Courtney, Gennari, Caravello. Non entrate: Butigan, Frosini (L), Vuchkova. All. Santarelli.

    UNET E-WORK BUSTO ARSIZIO: Bosetti 5, Stevanovic 8, Poulter 1, Gray 20, Herrera Blanco 2, Mingardi 16, Zannoni (L), Battista, Monza. Non entrate: Ungureanu, Olivotto, Colombo, Bressan (L). All. Musso.

    ARBITRI: Curto, Braico. NOTE – Durata set: 23′, 27′, 24′, 29′; Tot: 103′.

  • Imoco che battaglia! La SuperCoppa italiana 2021 è tua

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] SuperCoppa italiana di pallavolo numero 26. Finale secca. Tutto in tre set, al massimo cinque, ma ne basteranno quattro. Mentre si parte a luci abbassate si canta l’inno italiano, alla fine di un’estate in cui le note sono risuonate in più angoli del pianeta. Ma questo è il Pala Panini di Modena e in campo ci sono Imoco Volley Conegliano, arrivata qui con gli ultimi tre titoli consecutivi nello zaino e Igor Gorgonzola Novara come avversaria e unica squadra capace di interrompere un dominio veneto, quattro edizioni orsono. In un palazzetto che torna ad essere materia viva e pur rispettando i numeri ridotti per le norme vigenti non fa mancare voci e colori. E nemmeno lo spettacolo, quello manco a dirlo.

     

    Fotogallery di Riccardo Giuliani per GetSportMedia

     

    PRIMO SET Novara ci prova (e ci riesce) – Uno scambio lungo, a favore poi di Imoco, apre il primo set e il secondo attacco dato out dal primo fischietto Ilaria Vagni trova smentita al video check pe. Per un punto a punto che se si eccettua la tentata fuga di Novara, grazie anche al doppio ace di Ebrar Karakurt (3-5) porta le due contendenti fino al primo terzo di parziale (8-8).  Da lì Novara sempre un passo in avanti e vanta pure un bel braccio al servizio che porta in casa Igor ben 5 ace (contro 1) solo nel primo parziale. E allora si riparte dal 16-16. Con un ace di capitan Joanna Wolosz (17-16) a riaprire la fase del punto a punto fino al 20-22 con il primo time out,richiesto da coach Daniele Santarelli con il palazzetto piombato nel buio e un tentativo di Imoco di frenare l’effervescenza di Novara. Tentativo, fallito. Per l’ace, ancora di Karakourt, (22-24), con set point però annullato e rimediato dal punto di RosaMaria Montibeller (23-25).

     

    SECONDO SET Imoco alza la voce. E si sente – Novara riprende, con Karakourt, dove aveva lasciato. Imoco con Paola Egonu risponde e le ragazze di Stefano Lavarini cercano di bloccare la strada alle venete, senza successo. Con Raphaela Folie a firmare l’8-7, Wolosz a rincarare con un ace ed Egonu a convalidare il 10-8 con un super spike. Il resto? È un time out di Lavarini sul 14-11 e un passaggio al secondo intermedio di Imoco 16-14 ma poi arriva il 19-19, confermato dal video check e allora fermi tutti. Si riparte da qui. Dal muro di Haleigh Washington (20-22), la risposta di Kathrin Plummer (22-22), il set point novarese finito in rete con Nika Daalderop e il murone di Folie (24-24) che rimette in gioco tutto. Ci pensa poi Egonu con una diagonale che non perdona e regala il set point Imoco, annullato dal check per un touch. E si va ai vantaggi e chiude, di prepotenza, Robin De Kruijf sul 29-27.

     

    TERZO SET Turbo Imoco – Venete a gas aperto, subito (8-3) e sul 10-4, un deciso muro di Egonu, Lavarini chiede il tempo discrezionale. Novara però non dà segni di ripresa, per un’Imoco che invece a ritrovato sé stessa, anche se un po’ opaca nei recuperi, e si porta agevolmente sul 16-9 per presentarsi sul finale di set avanti di 8 punti (20-12) e prendersi un parziale senza grattacapi (25-15) con un muro di De Kruijf. Ancora lei.

     

    QUARTO SET Novara non ci sta? Imoco, però, non perdona – E mette più di un piede avanti 1-5, da subito. Conegliano, però, non rimane a guardare e anche se rimette in pari e in chiaro le cose (5-5) trova una Novara che non si fa intimidire (6-8) e approfitta anche di qualche errore delle venete (invasione per il 8-10) a cui risponde con un ace di Daalderop e una parallela millimetrica di Caterna Bosetti (8-12). Ma dall’altra parte della rete c’è l’Imoco e quel 13-13 non deve sorprendere ma preoccupare sì. Il 15-15 è un muro di Megan Courtney, l’ace del sorpasso  17-16 di Egonu e uno scambio lungo su cui avrà la meglio Imoco (18-17) che accende il palazzetto. Nell’ultimo scampolo tutto può, anocra, succedere e tutto, di fatto, succede. Con Novara che apre avanti 19-20, per il muro punto 22-21 di Folie e il mani out di Karakurt. Non vi basta? C’è il match point di Conegliano annullato da Bosetti (24-23) e Megan Courtney, MVP del match, che chiude sul 26-24.

     

    La SuperCoppa Italiana 2021, Imoco Volley Conegliano VS Igor Gorgonzola Novara (23-25; 29-27; 25-15; 26-24) è un assaggio, prelibatissimo, di campionato. Attenti a queste due, e a tutte le altre.

     

  • Cinque personalità per un’artista: il docufilm Sono innamorato di Pippa Bacca

    Cinque personalità per un’artista: il docufilm Sono innamorato di Pippa Bacca

    [di Emanuela Macrì – foto fonte web] Un amore che non ti corrisponde e un orgoglio ferito. Ma, al tempo stesso, determinato a riconquistare quel territorio che un giorno ha sentito appartenergli. Come? Con la frase “Sono innamorato di Pippa Bacca. Chiedimi perché!” stampato su un migliaio di spille distribuite a persone incontrate per caso e scelte con lo stesso criterio. Per un messaggio inequivocabile: se tu non mi ami sappi che là fuori ci sono almeno mille persone che la pensano diversamente.

    Protagonista di un atto d’amore destinato a mutare in performance, l’artista milanese Pippa Bacca tragicamente nota alle cronache internazionali dopo la sua scomparsa, in Anatolia, per mano di un uomo che ucciderà la donna, ma non cancellerà il messaggio. È il 2008 ed è l’ultimo giorno di marzo. L’artista, vestita da sposa, sta raggiungendo Gerusalemme in autostop per terminare quella che sarebbe finita dritta dritta tra le sue opere più celebri. Il progetto, condiviso nella sua realizzazione con la collega Silvia Moro, porta il nome di Spose in viaggio.

    Sono trascorsi molti anni da quei giorni quando Simone Manetti decide di raccoglierne fotogrammi e piccoli pezzi d’arte dispersi qua e là per impastare il docufilm che prenderà titolo da quelle spille, da quell’atto d’amore: Sono innamorato di Pippa Bacca. Chiedimi perché! Le immagini scelte per aprire il racconto sono quelle della partenza in abito bianco ma la narrazione che prende vita va, decisamente, oltre.

    Si immerge in un liquido intimo. E nuota fin dentro l’anima di un’artista che vestiva sempre di verde e divideva il suo tempo vissuto tra cinque, distinte, personalità. Mentre racconta di piccole spose che prendono forma dall’uncinetto di Pippa, doni destinate alle ostetriche che chiede di incontrare ad ogni tappa del suo (ultimo) viaggio terreno.

    Il risultato è un’opera dalla narrazione asciutta, perché non abbisogna di accessori vistosi. Il contenuto è, decisamente, già abbagliante di suo. E il messaggio, quella volontà di affidarsi all’altro che la scelta della modalità dell’autostop rendeva concreta, che non viene meno ma si afferma. Come sottolineano le parole di Elena Manzoni, mamma di Pippa.

    Un’opera quella Manetti destinata alle sale, già in programmazione quando l’emergenza pandemia Covid19 ha imposto la chiusura di cinema e teatri. E allora ci pensa SkyArte, per il momento e in questi giorni, a raccontarci questa storia. E se non vi innamorerete di Pippa Bacca, almeno potrete dire di conoscerla, dopo la visione, almeno un po’ meglio.

  • Letture in quarantena: Giampaolo Simi, verità e salvezza per La ragazza sbagliata

    Letture in quarantena: Giampaolo Simi, verità e salvezza per La ragazza sbagliata

    [di Emanuela Macrì – foto fonte web] Difficile capire come una rocca colonizzata dai Longobardi, una piccola macchia di sangue su una maglietta e un adesivo degli Skid Row possano dialogare. Eppure in La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi (ed. Sellerio – 2017) tutto torna. Nel senso più vero del verbo perché tutto torna, riaffiora, dopo 23 anni dagli eventi. E lo fa per accendere la luce su eventi coperti dal buio e dal terriccio di un’indagine da cui colano imperfezione e pregiudizio.

    È l’estate del 1993 quando Dario Corbo, praticante nerista presso la redazione di una testata giornalistica di provincia, pone le basi della carriera che lo aspetta seguendo da vicino un penoso caso di omicidio. La vittima è una diciottenne fresca maturanda, Irene Calamai. L’assassina la sua rivale in amore, nonché figlia di un noto artista contemporaneo, Nora Beckford.

    Caso chiuso, pena comminata e scontata, per un’altra vita e un’altra Versilia. Quella dell’estate del 2006 quando Corbo si trova a fare i conti con una realtà, quella del mestiere di giornalista, molto diversa dal futuro che gli aveva promesso. E con un matrimonio al capolinea, doversi reinventare fa rima con tornare. A quell’estate di tanti anni fa. L’estate interrotta di un 1993 impossibile da dimenticare.

    Perché dietro gli eventi, fantasia dell’autore, di un’estate interrotta, Simi ruotare tutti quelli tragici e tragicamente accaduti, nell’Italia di quegli anni. Dalle bombe di via dei Georgofili a Firenze al gesto estremo di Raul Gardini, dal caso Somalia a quello dei crescenti casi di cancro tra le file dei militari italiani, attribuiti alla possibile esposizione con l’uranio impoverito impiegato, verosimilmente, nei territori di guerra.

    Tematiche forti, fatte sapientemente sfilare in secondo piano sullo sfondo di ieri, mentre la fiction ci svela il paese che siamo. Diventati. Nonostante le premesse di quegli anni ’90 dove un futuro sempre migliore era possibile anzi assicurato. Di un futuro adagiato tra una foto scattata in un ristorante e le note dell’album Anime salve di Fabrizio De André e Ivano Fossati.

    Per farlo Giampaolo Simi alza il tappeto della storia di casa nostra. E non per mostrarci cosa vi abbiamo nascosto sotto per anni, ma per scrollare qual po’ di polvere che spesso non ci permette una perfetta, ma nemmeno buona, visione dei fatti. Anche se questo non ci salverà.

    Dove sta scritto che la verità è la salvezza? La verità è il peggior fantasma che può incrociare i tuoi passi”. E per la ragazza sbagliata sarà proprio così. Buona lettura.

  • Ciclismo, tifo e montagna. La Grand-Messe è Genziana d’oro del Trento Film Festival 2019

    Ciclismo, tifo e montagna. La Grand-Messe è Genziana d’oro del Trento Film Festival 2019

    [di Emanuela Macrì] Una montagna insolita, quella che passa nei fotogrammi di La Grand-Messe, il film di Méryl Fortunat-Rossi e Valéry Rosier vincitore del Premio Genziana d’oro 2019 alla 67ma edizione di un festival che qualche nostalgico (più di uno, in verità) si ostina a chiamare Film Festival della Montagna, denominazione che da qualche anno ha lasciato il posto a un più generico Trento Film Festival ma che non ha mutato la sua sostanza. Perché il fulcro è pur sempre la montagna, con i suoi contorni e volti anche insoliti.

    Una montagna fatta non solo di pendii innevati e pareti da scalare ma, anche, di gruppi improvvisati e non organizzati di camperisti (come quelli ritratti nella pellicola) accomunati dalla disponibilità di tempo libero e una religione, abitata da dei su due ruote e traguardi a 2.000 metri sopra il livello del mare: il ciclismo. Uno sport di fatica e sacrifici (a volte anche scandali) che proprio in montagna ha scritto pagine di epica bellezza.

    Una comunità variegata e non ordinata, che senza darsi appuntamenti si ritrova ogni anno senza impegno ma con assoluta puntualità al Colle d’Izoard (2.361 slm) nella Francia meridionale, per seguire una delle tappe storiche del Tour de France che qui, nel 2017, ha lasciato sull’asfalto i segni del suo trentacinquesimo passaggio.

    Un’avventura fatta di arrivi tempestivi e di giornate trascorse nell’attesa, tra risate e canzoni dai testi elaborati al momento sulle note di una fisarmonica, di travestimenti e riti preparatori e propiziatori. Di territori conquistati e posti in prima fila da mantenere, difendere dal nemico che vesti i panni del supporter di giornata.

    Giorni di lacrime, quando i ricordi peggiori riaffiorano ma non puoi non raccontarli allo sconosciuto che di siede di fianco, quasi fosse un dazio da pagare. Ma anche di preoccupazioni più leggere, come quelle di finire nell’inquadratura televisiva “sperando – ripete una protagonista – che non vada a finire come lo scorso anno quando a pochi metri da noi, a interrompere la diretta è entrato uno spot pubblicitario e… addio saluto a casa!

    Protagonisti, ma non attori, perché non interpretano ma accettano di condividere giornate con una telecamera, di far entrare nel loro cerchio magico una comunità (quella cinematografica) di sconosciuti, aprendo la portiera di un camper ma compiendo un gesto molto più significativo, come quello di svelare piccoli segreti destinati a rimanere lassù, in un paesaggio diviso tra rocce nude e boschi dove le stele a bordo strada ci ricordano le imprese di due giganti delle due ruote come Faust Coppi e Louison Bobet.

    Un film (Holy Tour nella versione inglese) senza copione, dunque, con il preciso obiettivo (peraltro centrato) di narrare un’altra montagna, quella vissuta da una comunità sospesa tra immagini televisive e tifo dal vivo, parcheggi millimetrici e privacy in stand by. Di persone che non vivono il ciclismo nella sua pratica sportiva ma che lo praticano come culto. Come una religione con le sue ritualità, quella grande Messa a cui si rifà il titolo del film, un credo costruito sull’umana necessità di condivisione e senso di appartenenza, in un’addizione capace di regalare aggregazione ed emozioni quale risultato.