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  • Musica nell’aria magica dell’Himalaya. Piano to Zanskar

    Musica nell’aria magica dell’Himalaya. Piano to Zanskar

    [di Emanuela Macrì] È il più alto del mondo. E non per dimensioni, sia chiaro, ma per altitudine. Quello che suona a Lingshead, nell’Himalaya indiano, è il pianoforte dei record: non solo per i suoi 4.000 mt sul livello del mare, ma per la sua storia, che se non fosse stata raccontata in da Michal Sulima Piano to Zanskar, in programmazione al 67mo Trento Film Festival, ben poche persone sarebbero disposti a credere.

    Il piano, infatti, con il suo secolo di vita, arriva nelle mani di Desmond O’Keeffe, accordatore sessantacinquenne di Camden, prima periferia di Londra. Nella sua bottega, ormai da decenni, accorda pianoforti che poi provvedere a far recapitare alla committenza. Fino a quando il destino gli commissiona uno strumento con destinazione, perlomeno, insolita: il pianoforte dovrà raggiungere un piccolo villaggio buddista dove una maestra tedesca ha espresso il desiderio di avvicinare i suoi alunni alla musica.

    Una vera impresa, già sulla carta. Ma Desmond non si arrende. E allora eccolo a programmare un trasporto a dir poco eccezionale. Il viaggio più improbabile che mai pianoforte al mondo abbia affrontato: da Londra ai piedi della catena montuosa più alta al mondo, via aria e via gomma fino al limite di un’autostrada in costruzione dal 1970, che in una data imprecisata del futuro collegherà la zona dello Zanskar alla città.

    Ma arrivato qui il già complicato viaggio conosce un vero bivio: gli yak, i quattrozampe pensati per il trasporto in quota, si rivelano sottodimensionati per una merce tanto preziosa ma, soprattutto tanto ingombrante. E allora via, con la forza della volontà, di braccia e gambe di una squadra di sherpa, guidati da un accordatore e due assistenti sui generis: Anna, una scienziata ambientale e Harald un biondo dal cappello a cilindro, troppo alto per fare il pilota, come sognava da bambino.

    Tanta fatica, qualche momento di sconforto, molti pendii da affrontare. E un piccolo villaggio, isolato dalla neve invernale per cinque mesi l’anno, popolato di tanti bambini che attendono di vedere e, per la prima volta in vita loro, sentir suonare un pianoforte.

    Una missione straordinaria, “pura follia” come dirà più volte un infaticabile Desmond, ma capace di riempire i loro occhi e il loro cuore di una magia che sono l’Himalaya sa regalare. Lì, tra montagne sperdute, dove nell’aula (ribattezzata dai ragazzi “Sir Desmond Music Hall”) di una scuola si trova un pianoforte venuto da lontano, appoggiato a una parete dove un cartello ricorda agli studenti che “No pain, no game”.

    Un viaggio folle che Desmond ripeterà ogni anno, senza il pesante carico, fino al 2018, anno in cui passerà a miglior vita, con la consapevolezza di aver realizzato il suo sogno: “Volevo fare qualcosa di speciale. Qualcosa di duraturo”. E quelle note, lassù, ora sembrano dire che quel qualcosa di fatto è un qualche cosa di immortale.

  • Tutto è da fare. Nulla è impossibile. Kilian Jornet: camino al Everest

    Tutto è da fare. Nulla è impossibile. Kilian Jornet: camino al Everest

    [di Emanuela Macrì] Raggiungere la vetta dell’Everest è, già di per sé, un’impresa difficile. Farlo in preda ai sintomi di una gastroenterite, pare quasi irrealizzabile. Ma compiere la medesima impresa due volte in meno di una settimana, è qualcosa che sfiora l’impossibile. Non per Kilian Jornet, però, il talento catalano, amante della montagna, come si definisce nella sua biografia.

    Una vita di corsa, in tutti i sensi, ripercorsa da Josep Serra in Kilian Jornet: camino al Everest, in 80 minuti di pellicola che smontano e rivedono un’avventura che parte da lontano, quando Kilian bambino cammina in autonomia già a 10 mesi e a 3 anni raggiunge le sue prime vette. Un rapporto naturale, il suo con la montagna. Un rapporto, però, anche conflittuale: a 15 anni, costretto a trascorrere intere giornate sul divano a causa di un infortunio, inizia a stilare una lista di competizioni che, immagina, affronterà nell’arco del suo prossimo trentennio.

    Una volta rimessosi in piedi, Kilian inizia da subito a macinare chilometri e dislivelli. Tanto che ha solo vent’anni quando quella famosa lista ha tutte le voci depennate. Una grande soddisfazione che spalanca, però e all’improvviso, la finestra sul futuro, imponendo all’orizzonte il grande interrogativo. E la ricerca di nuovi orizzonti apre un varco a una malinconia capace di mangiare l’anima, di condurre alla ricerca dell’autodistruzione.

    Ero una testimone immobile – racconta la mamma – e inerme di un processo difficile. Non è facile per un ragazzo così giovane aver realizzato tutti i sogni e dover cercare una nuova strada.” Soprattutto se la sorte ci mette lo zampino. “Quando durante una spedizione in quota perderà il suo compagno di avventura, le cose peggioreranno.” Perché Kilian sentirà la responsabilità di essere sopravvissuto al posto di un padre di famiglia. Sebbene non avesse alcuna colpa nell’accaduto, l’evento riaprirà la porta al processo di autodistruzione. Che non lo allontanerà dalla montagna, ma lo farà camminare sul filo sottile della depressione. Il suo destino, però, è quello di raggiungere le vette, anche risalendo dagli abissi.

    Ed è lì che si trova, quando incontra Emelie Forsberg, campionessa mondiale di Skyrunning, e ora compagna di vita. Lì, in risalita, pronto a uscire da una situazione difficile. Per ritrovare luce e motivazione, per dare corpo a nuovi progetti.

    Uno tra questi, Summit of my life, lo porterà a sfidare gli 8.845 metri dell’Everest. A ripetere l’impresa per ben due volte in meno di una settimana e in modo davvero particolare (tralasciando i problemi gastrici che no, non erano nel progetto originale NdR): la sfida stava nell’affrontare ascesa e discesa, con partenza dal Campo base, in una no-stop. Missione compiuta, nonostante nell’ambiente ci sia qualcuno che mette in dubbio l’impresa per via dell’assenza di immagini: l’arrivo in vetta, in entrambi i casi, è avvenuto nelle ore notturne e le immagini non chiariscono i dubbi.

    Ma a Kilian non sembra importare poi molto delle critiche, che nel suo caso non sono mai mancate. Come nel caso di Reinhold Messner che dice di non interessarsi alle sue imprese perché riguardano il fattore tempo, perché appese al dato del cronometro. E se non sappiamo la risposta del catalano a tale affermazione, conosciamo la sua filosofia, il suo modo di guardare oltre, condensato in quella frase, che pronunciata con il sorriso, vale forse più di mille altre affermazioni: “Tutto è da fare. Nulla è impossibile”.

  • Da via Margutta ai Suoni delle Dolomiti, Luca Barbarossa al 67mo Trento Film Festival

    Da via Margutta ai Suoni delle Dolomiti, Luca Barbarossa al 67mo Trento Film Festival

    [di Emanuela Macrì] È un’ovazione quella che nella serata del primo sabato di Trento Film Festival edizione 67 accoglie e un po’ sì, stupisce, Luca Barbarossa. Ospite di una sala piena, quella della Sala della Filarmonica, e di un pubblico entusiasta, l’artista romano non lesina sorrisi e condisce con un’ironia, mai fuori luogo, un evento condotto da Alberto Faustini, direttore del quotidiano locale L’Adige.

    Un pubblico che tra le note di chitarra, voce e pianoforte, ripercorre le tappe della carriera di Barbarossa, quella che partita dalla strada l’ha portato a vivere il Festival di Sanremo per ben 18 edizioni, una metà da artista in gara e l’altra da conduttore radiofonico. Un palco che l’ha visto trionfare, nel 1992 con Portami a ballare, brano interpretato in chiusura di serata, ideale e apprezzatissimo congedo.

    In mezzo, però, tanta strada, a partire da quella che l’ha visto muovere i primi passi. “Una strada che – racconta il cantautore – mi ha portato ad essere quel che sono, a guidato la mia carriera, iniziata tra le strade della mia città, Roma, in un tempo così diverso da oggi.” In una vita che era ieri ma sembra secoli fa, non contaminata da una tecnologia tanto spinta da allontanarci da una realtà che, invece, dice di voler aumentare.

    In un tempo in cui, vivendo la strada e per strada, osservando vicoli e strade, scriverà il pezzo che lo porterà al grande pubblico, passando per il Festival di Castrocaro, kermesse canora che proponeva voci nuove, oggi soppiantata in tv dai talent. Quel pezzo, che apre la serata con voce e chitarra, è Roma spogliata.

    Ma a catapultare sala e pubblico in una città eterna che con Barbarossa sembra lì, un piano più sotto, non sono solo le note di Via Margutta, ma le storie che in essa, e con essa, racconta. Quella “di una romanità che oggi puoi trovare solo nel ghetto insieme alle sue tradizioni, i suoi sapori e sonorità”.

    Ritmiche e metriche capaci di accorciare le distanze e condurre in territori personali come quello famigliare che apre una finestra in Passame er sale, canzone dal titolo poco romantico ma che racchiude tutto un universo di sentimenti e intimità o come L’amore rubato, che racconta una tragedia altrui, quella di una violenza subita, ma non per questo meno intensa.

    Perché le canzoni, tutte le canzoni, sono autobiografiche. Raccontano una parte di noi. A volte ci spingono a fare della sana autocritica, mettendoci davanti uno specchio, per restituirci una immagine che non sempre ci piace.” Come racconta Al di là del muro, il brano che non si rifiuterebbe mai di cantare, a nessuna ora e in nessuna condizione, in cui tratta di pregiudizi come muri, da abbattere e oltrepassare.

    Fino alla montagna e ai motivi che conducono Luca Barbarossa al TFF67, un festival cinematografico a tema montagna. Che non risiedono solo nella sua partecipazione, qualche anno fa, alla manifestazione estiva Suoni delle Dolomiti. La sua storia con la montagna “è quella di un romano che si fa sette ore di auto (sfidando letteralmente la sorte: basterebbero due centimetri di neve, infatti, a rivelare quanto le catene che fanno bella mostra di sè nel bagagliaio dell’auto, abbiano la medesima funzione di un soprammobile) per raggiungere la montagna e respirare silenzi e libertà. Che a volte si stupisce, anzi infastidisce, quando scopre che in alta quota, ci sono rifugi che impongono la disco music sparata ad alto volume. Quando anche nei luoghi deputati al silenzio e la contemplazione, dunque, trova la riproduzione di alcuni mali del presente, come la cattiva abitudine della musica imposta, e quasi mai rispondente alla situazione. Perché, ormai, siamo una civiltà spaventata dalla noia e dall’assenza di rumore.” Eccezioni che, però, non intaccano la sua meraviglia per il paesaggio di montagna.

    E per un festival cinematografico che ci avvicina al suo rapporto con la Settima Arte e al suo presente, con Paolo Genovese a dirigere il videoclip di La dieta, interpretato da Barbarossa, Marco Giallini e Anna Foglietta, ma allo stesso tempo ci riporta al passato. Al 1987 e a Come dentro un film unico pezzo a mancare in una serata piacevole, carica di ricordi, risate e temi importanti. Sarà per la prossima volta, quando come dentro un film, un giorno, mi vedrai arrivare, tra luci e riflettori accesi e scene da smontare e… gira il nastro gira.

  • The man who stolen Banksy, la street art in sala al 36TFF

    The man who stolen Banksy, la street art in sala al 36TFF

    TMWSB_title_complete[di Emanuela Macrì – foto fonte web] Una storia che tocca più continenti, sensibilità, religioni. Che trapassa muri alti “tanto da togliere persino l’aria per respirare” mentre da altri stacca opera d’arte senza proprietari. Una storia raccontata dalla voce di Iggy Pop, per una volta in qualità di narratore senza note musicali a far da base, in The man who stolen Banksy il documentario di Marco Proserpio presentato, dopo numerosi riconoscimenti a livello mondiale, al Torino Film Festival, edizione numero 36.

    Siamo nel 2007 a Betlemme quando Banksy, il più famoso sconosciuto tra gli street artist (l’opera autodistruttasi dopo la vendita all’asta da Sothebys, vi ricorda qualcosa?), regala alla città palestinese un’opera che trova sede su un muro di un’abitazione privata. Siamo in una Betlemme che non si sorprende, però, perchè alle prese con un’altra opera, seppur architettonica, seppur meno colorata e, decisamente, ancor meno gradita, come la barriera di separazione voluta e costruita per mano degli israeliani.

    Una parete privata, si diceva, per un’opera che non ha committenti e individua nell’umanità intera il suo proprietario. Ma che, per contenuti, sembra un messaggio destinato ad una parte di essa, quella che quel muro della vergogna (come qualcuno lo ha ribattezzato) lo ha eretto e lo controlla. Per circa 730 chilometri.

    Un muro e un’opera che riproduce una guardia armata nell’atto di controllare i documenti d’identità ad un asino. Il significato pare fin troppo chiaro. Ma quella narrate da Proserpio è una storia che va molto più lontano. Che parte da un’idea, quella di rimuovere l’opera, tagliando il muro su cui risiede, per finire in un centro di vendite all’asta, passando per il web e il sito eBay.

    Già. Quattro tonnellate di cemento alle prese con viaggio extra-continentali e ora in paziente attesa di un acquirente, mentre il mondo dell’arte si interroga e dibatte sulla legittimità di un’operazione come quella messa in atto da un uomo che un giorno di trova sul muro di casa un’opera che potrebbe valere una fortuna. E dell’idea di un suo dipendente (al secolo Walid, quel man del titolo) che sognando una vita migliore che non troverà, gli confeziona una soluzione a portata di mano. Armata di mola a disco.

    Il documentario, però, sconfina. E dalla storia del Bansky vagabondo finisce per percorre le vie meno battute della street art, per finire a Bologna, tra le sale di Palazzo Pepoli che nel 2016 ha ospitato la contestata, da una parte, e apprezzata mostra Street Art – Banksy & Co. Sconfina nel territorio del diritto dei beni culturali e in quello della legalità dell’arte. Che per sua definizione, però, non ha confini e, almeno in linea teorica, nemmeno padroni.

  • Dall’enciclopedia del babbo, alla guida di Giannetti e i consigli di Velasco: l’Eterna Piccinini

    44085470_1195877803870626_7865674381429571584_n[di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani] Le lettere dal Brasile, quelle che scambiava con la sorella durante la sua unica stagione lontana dall’Italia e che ci mettevano almeno 10 giorni ad arrivare a destinazione. E il suo papà, anzi il suo babbo, che ha raccolto ogni singolo volantino, fotografia e fotogramma (prima in videocassette e poi in DVD) delle sue partite per farne un’enciclopedia che poi le ha donato, un paio di Natali fa. È questa la vera Piccinini, l’Eterna Piccinini come recita il titolo dell’evento che a Trento, al Festival dello Sport, l’ha vista protagonista in un soleggiato sabato mattina. E proprio qui  Francy, nome che lei preferisce all’universale “Picci”, parlando della stagione alle porte, la sua 24ma in serie A1 e terza con i colori della Igor Gorgonzola Novara, dice sarà “un’annata che sulla carta mi dovrebbe vedere poco in campo. Sebbene non ci sono sicurezze, in quanto sarebbe dovuto essere cosí anche nella scorsa stagione. E invece.” E invece è stata l’asso nella manica di coach Massimo Barbolini, che la guiderà anche in questo anno, l’ultimo in campo per Francesca Piccinini. Come lei stessa ha dichiarato durante l’evento.

    Lei che è partita da lontano, dall’asfalto dei cortili vicino a casa ed è arrivata in alto, senza lasciarsi tentare dale sirene oltre il confine. Preferendo “continuare un percorso, un progetto di vita che mi ha vista legata alla squadra di Bergamo per 13 anni, ad esempio. Una scelta personale, quella di dare più importanza alla continuità che agli ingaggi.” Lei che è arrivata a giocare su campi e in competizioni important. E vincere, tanto.

    Anche quando nessuno ci credeva. Godevamo di cosí poca credibilità che non ci prenotavano nemmeno i voli per partecipare alle competizioni. Come in occasione dell’Olimpiade di Sidney del 2000, quando nessuno credeva potessimo qualificarci” ricorda Maurizia Cacciatori, con Francesca sul palco, intervistatrice per l’occasione ma già compagna di Nazionale e di club. “Oscurate anche da quella meravigliosa Nazionale maschile, la famosa “generazione di fenomeni” e dal fatto che, spesso, si parlasse di noi per l’aspetto fisico, più che per le prestazioni in campo.” Ma “che sia chiaro a tutti – ricorda la Picci – di medaglie al collo per la bellezza, non ce ne siamo messe nemmeno una. I successi sono arrivati solo con il lavoro e il sudore.”

    44023924_1195877523870654_5999078901643476992_nCon il sacrificio e con qualche silenzio imposto e impastato alle lacrime “perchè era in uso, qualche anno fa, che solo le titolate e le adulte dei gruppi – ricordano le due atlete all’unisono – potessero parlare. Alle giovani e inesperte toccavano le sacche dei palloni da raccogliere e le parole che rimanevano in gola, senza poterle pronunciare.” Oggi le cose sono cambiate “e io stessa – dice Francesca – non sono la compagna più grande che abusa della propria posizione. Credo sia più utile aiutare le compagne con uno sguardo di esortazione e di carica che con i rimproveri. Anche perchè oggi avverto molto meno la tensione. Anzi, diciamola tutta, oggi le sfide, le partite importanti, sono puro piacere. E se c’è una cosa che mi piacerebbe sapere di aver trasmesso alle giovani è proprio questo: il saper apprezzare il momento, al di là del risultato. Perchè di vittorie ce ne saranno altre, ma di finali o partite chiave non è detto.”

    Momenti e compagni di strada non sempre semplici, ricordano Maurizia e Francesca.  Perchè il rapporto con le compagne e, non poi cosí di rado, con gli allenatori, non è sempre una passeggiata. “Anche se è vero pure il contrario – ricordano – come nel caso di Giuseppe Giannetti, recentemente scomparso, una guida insostituibile nel nostro percorso di crescita in campo. Una di quelle persone che sanno fare la differenza in una carriera”. Come è capitato con Julio Velasco,  per breve tempo guida della Nazionale azzurra femminile “che ci chiedeva di perfezionare la nostra conoscenza dela lingua inglese, fondamentale per viaggiare. Così come ci spronava ad assaggiare i piatti locali dei paesi che visitavamo con la Nazionale. Insegnamenti che esulano dalla tecnica e dalla tattica, ma si rivelano fondamentali nella vita.” E che fanno la differenza in panchina. E, forse, mettono la voglia di emulazione per un post carriera? “No – chiude perentoria Francesca Piccinininon riuscirei ad essere utile alle giocatrici come posso esserlo in campo. E non mi vedrei in un ruolo che ho anche criticato. Una volta chiusa la carriera da giocatrice continuerò nel solco che questa professione ha tracciato, ovvero a inseguire obiettivi e sogni.” E non ha detto niente, la Picci. Ma, in realtà, ha detto tutto.

    Tutte le foto dell’evento e della manifestazione, sono dispobili sulla pagina fb di Get Sport media, a questo link https://www.facebook.com/pg/getsportmedia/photos

  • Luca Secchi: con Chieri una promozione al sapore di rivincita

    luca secchi fenera chieri emanela macrì get sport media riccardo giuliani vivovolley (1)[di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] “Il viaggio è terminato nel punto esatto in cui è iniziato”. Riassume così la stagione appena conclusa Luca Secchi, allenatore della Fenera Chieri, squadra che dopo la prima stagione in serie A2 sotto la sua guida, è già alle prese con pacchi e scatoloni. C’è un trasloco da affrontare, infatti, e tutto da organizzare, perché la massima serie della Lega Pallavolo Femminile è lì, ad aspettare il loro arrivo.

    Un’impresa, quella della promozione, che non era negli obiettivi stagionali e che, forse proprio in virtù di questo, sembra avere un sapore speciale. “Si partiva dalla consapevolezza – racconta coach Secchi – di un gap. Quello che ci separava, per esperienza nella serie e, per certi aspetti, per livello tecnico, da alcune delle altre squadre. Si intuiva, però, un potenziale, che unito alla voglia di dare il meglio, ci ha portati fin qui.”

    Anche se è costato, perché “è stata una stagione di alti e bassi, attraversata da periodi di difficoltà incredibili: basti pensare al girone di ritorno che si potrebbe definire disastroso, anche se non penso sia il termine appropriato. Perché nonostante i tanti infortuni e solo la metà delle gare disputate con risultato positivo, è stato proprio quel girone, con tutti i suoi momenti critici, a darci la carica per far quello che poi abbiamo fatto. A darci la possibilità di rinascere.”

    Per arrivare alla fase dei play-off e costruire il successo, trovare la chiave per superare il turno e aggiudicarsi il titolo, nelle partite fuori casa, sovvertendo così il fattore campo. Tanto nelle semifinali, con le due vittorie, entrambe conquistate al tie break, al Pala Ubi Banca di Cuneo, quanto nella serie della finale, con quella gara3 al PalaSport Flaminio di Rimini e quel 3-1 sulle padrone della Battistelli S.G. Marignano che dopo il fischio finale dell’arbitro, faceva rima con “promozione”.

    luca secchi fenera chieri emanela macrì get sport media riccardo giuliani vivovolley (3)“Un successo costruito, anche, sul paradosso – sorride Luca – degli infortuni. Ma per capire meglio questo passaggio dobbiamo guardare al campionato che, come noto, aveva un calendario serrato. Un solo dato: alla fine della stagione avevamo all’attivo ben 43 gare disputate in soli otto mesi. Per far fronte agli infortuni abbiamo dovuto, necessariamente, decidere di diminuire il numero e l’intensità degli allenamenti. Un periodo in cui, contrariamente a quanto potessimo credere, abbiamo potuto ricaricare le batterie fisiche e mentali: trovarsi nell’impossibilità di lottare per le alte posizioni della classifica, infatti, ci ha fatto risparmiare le energie e portato a rivolgere tutte le attenzioni alla fase dei play-off, dove siamo arrivati rigenerati. Credo che le tre serie affrontate con la chiusura di ognuna a gara3, siano una testimonianza di tutto questo.”

    E di quel gap colmato “l’obiettivo che mi ero fissato. Perché raggiungerlo significava trovare la motivazione, lavorare sull’autostima, credere nelle proprie potenzialità e darsi una possibilità.” Grazie anche all’ambiente circostante e “alla miriade di volontari che con impegno e affetto costante, dal momento in cui siamo arrivati fino alla festa finale, hanno creato un ambiente di serenità e appoggio incondizionato, dove non ci è mai mancato nulla. Questo successo è anche loro, che ci sono stati a fianco giorno dopo giorno.”

    Una promozione che per Luca Secchi ha, anche e forse soprattutto, il sapore della rivincita. Della rivalsa sulla grande delusione di non poter tentare la carriera da calciatore prima e quella da pallavolista poi. “A tredici anni ero stato selezionato per entrare nelle giovanili dell’Atalanta. Ma i miei genitori non ritenevano fosse il momento di lasciare la Sardegna, la casa e gli studi per trasferirmi a Bergamo, per una proposta arrivata troppo presto.”

    luca secchi fenera chieri emanela macrì get sport media riccardo giuliani vivovolley (2)Anche se qualcosa dietro l’angolo c’è. Ed è l’incontro, folgorante, con la pallavolo e il suo mondo. Arrivando ad alzare palloni fino alla serie B2. “Nel momento in cui il fattore altezza iniziava ad essere determinante e per me sarebbe presto diventato una scure abbassata, sulla mia carriera.” E una seconda delusione che questa volta non avrà la meglio. “Mi sono trovato a ragionare su una carriera che mi permettesse di rimanere in un mondo, quello del volley, che non avrei saputo lasciare. Quello che è successo in seguito è storia nota.”

    E quello che succederà? “C’è una panchina nella massima serie ad aspettarmi. E un’estate che comincia, ancora una volta, da dove è terminata la stagione, e quindi dal volley. Vorrei cogliere l’occasione di questi mesi lontano dalla palestra per studiare, vedere da vicino la pallavolo di grande livello. Per farmi un’idea di lavoro, prendere spunti, cogliere sfumature. Gli eventi in programma nella stagione me lo permetteranno. E – conclude l’allenatore Fenera Chieri – la valigia è già pronta.” Per un viaggio che terminerà nel punto esatto in cui è iniziato. La serie A1 conquistata.

  • Genziana d’Oro e di coraggio. Señorita Maria vince il 66mo Trento Film Festival

    Señorita Maria, la falda de la montaña VivoCult Trento Film Festival[di Emanuela Macrì – foto fonte web] È il coraggio di essere, così come si è, a vincere la Genziana d’Oro della 66ma edizione del Trento Film Festival con il film Señorita Maria, la falda de la montaña di Ruben Mendoza. Una pellicola che racconta una montagna diversa, non un luogo di spedizioni al limite del possibile ma di un’impresa altrettanto estrema, quella di indossare una gonna (la falda del titolo) per essere ciò che ci si sente di essere, da sempre. A farlo è Maria, una donna intera, come lei stessa si definisce, nata nel corpo di un uomo. Una donna che non ha avuto molto, anzi nulla, da una vita di miseria, di lavori a giornata e derisioni. E di tanta fede. “Se mi canzonano non offendono me, ma il mio Dio. Delle risate e delle malelingue ormai non mi importa nulla. Lascio che sia”.

    E a Boavita, piccolo villaggio montano della Colombia, le lingue avvelenate e le parole sussurrate alle spalle non mancano nemmeno oggi. Per Maria, che ha scelto il nome della Vergine, odia i pantaloni e non si spaventa davanti al duro lavoro nei campi. Per Maria e il suo cuore delicato, che con qualche soldo risparmiato ha comprato una mucca gravida e festeggiato l’arrivo di un vitellino che chiamerà Buena Suerte. Per non essere più sola, in una casa nella foresta senza indirizzo né acqua, dove la visita di qualche signora del villaggio è un evento raro.

    Una vita difficile, incorniciata, ora, in un film che tocca il cuore, con i primissimi piani e i dettagli, con la macchina da presa che corre veloce sulla strada che porta verso casa per poi indugiare sul profilo della donna, con le note della banda del paese a fare da sottofondo. Un film che è la giusta ricompensa, il riscatto di Maria Luisa, il suo nome intero, nata dalla violenza carnale di un fratello sulla sorella e abbandonata pochi giorni dopo il parto da una madre che non rivedrà mai più, cresciuta dalla nonna che la nasconderà nella casa che sarà l’unica eredità positiva lasciatale. Il resto è fatto di ricordi duri da digerire, che rompono le parole appena queste arrivano alla bocca.

    Fotogrammi di un mondo lontano, ma non troppo. Che arrivano al cuore della Giuria internazionale del Trento Film Festival unanime nel decretare Señorita Maria, la falda de la montaña il film vincitore perchè “meravigliosamente realizzato mostra come una piccola storia ambientata in un villaggio possa abbracciare i temi più ampi della contemporaneità, risuonando oltre gli angusti confini del paesaggio montano”.  Vincitore a Trento, migliaia di chilometri e molti mondi e monti più in là. Una città che il prossimo 9 giugno ospiterà il Dolomiti Pride, evento a cui la Provincia ha negato patrocinio, e che oggi si confronta con un premio coraggioso e parole, quelle della motivazione, che risuonano come un monito. Contro ogni discriminazione, per il diritto di tutti di essere così, come si è. Di essere sé stessi.

  • Migranti o viaggianti? Con Senza far rumore al Trento Film Festival si scrutano Orizzonti Vicini

    senza far rumore trento film festival vivocult (1)[di Emanuela Macrì – foto fonte web] Ogni anno, in Italia, il numero delle persone che decidono di lasciare il nostro paese è maggiore rispetto al numero delle persone che decidono di raggiungerlo, sbarchi compresi. I dati parlano chiaro, con buona pace di chi non ci crede e predica l’invasione. Quello che i dati non posso raccontare, però, è cosa significhi, davvero e da dentro, prendere una decisione affatto facile come quella di lasciare la propria vita, gli affetti, la quotidianità, per andarsene senza far rumore.

    E Senza far rumore: emigranti in valle di Cembra, ieri e oggi, presentato nella sezione Orizzonti Vicini del Trento Film Festival edizione 66, parte proprio da qui per raccontare la storia di sei persone diverse per età e percorso di vita, con storie differenti fra loro ma accomunate dal medesimo punto di partenza, la Valle trentina di Cembra, e dalla stessa sorte, quella della migrazione. Vissuta sulla propria pelle e portata sulle spalle.

    A firmare il progetto, perché di questo si tratta, sono Barbara Fruet e Stefania Viola, operatrici culturali di formazione sociologica, colleghe d’avventura e amiche con un’idea tra le mani e la partecipazione a un bando, indetto Piattaforma delle Resistenze Contemporanee, a diventare una visione, creazione. A farle prendere la forma di un anno di ricerche sul territorio e viaggi oltre confine, ascoltando storie e registrando emozioni, per prender casa in un documentario, grazie alle riprese e il montaggio di Gianpiero Mendini e una colonna sonora (firmata Riff Records) di raro pregio.

    29196940_1999873490253821_5617913201507975480_nSei storie di vita, che raccontano molto di più di un viaggio. Per chi come Laura vive la migrazione in seconda battuta, perché figlia di migranti, ma legata alle origini da un filo tanto sottile quanto resistente, come documenta quella lingua a metà tra il dialetto di Grumes e il francese; così come per Claudio che ha lasciato la valle da bambino per poter studiare, per trovare un’esistenza lontana dai campi. Tanto lontana da portarlo in Belgio, dove vive ormai da cinquant’anni ma ancora adesso, quando sente parlare di migrazione, non può non pensare al coraggio che serve per affrontare “un’avventura che poi dovrai pagare. Inevitabilmente”.

    Per affrontare gli inconvenienti di una nuova vita lontano dalla casa dove sei nato, “In un paese di cento abitanti e la maggior parte mezzi parenti” come racconta Matteo che da Grauno è sbarcato appena diciottenne a Berlino. Con un contratto in tasca e la maturità da affrontare. “Perché in Germania per stage si intende lavoro regolarmente pagato.” Tanto da permettergli la totale autonomia economica senza rinunciare allo studio. Gli stessi motivi di studio per cui è cominciata anche l’avventura di Davide, partito da Albiano alla volta di Saragozza, in Spagna, per seguire il programma universitario Erasmus. Un progetto di sei mesi divenuti poi dieci, grazie a un contratto di lavoro, e un futuro ad oggi incerto, diviso tra la voglia di tornare e la consapevolezza di un futuro migliore lontano da casa.

    Una casa che Linda, ricercatrice fisica da qualche anno a Stoccolma, non avrebbe mai pensato di lasciare. Lei e il suo attaccamento alla valle, all’azienda di famiglia e al maso che oggi guarda da lontano, dal nord dell’Europa, quel nord che le ha regalato una possibilità che l’Italia le ha negato. Perché l’Italia “è il paese dove si investe moltissimo sulla formazione, la cui qualità è decisamente migliore rispetto al resto del continente, accompagnando i giovani fino alla laurea per poi abbandonarli al proprio destino, al bivio che li porta a scegliere tra un impiego in azienda, quando possibile, o la migrazione. Possiamo davvero considerarlo un investimento?”

    Una domanda che si pone anche Rocco, oggi titolare di una gelateria a pochi chilometri dalla natia Cembra e ieri, poco più che bambino, migrante. Era il 1973, infatti, quando quattordicenne partiva alla volta di Vienna. Con tanta voglia di farcela e l’energia di chi non si vuol guardare indietro. Una scommessa per quel paese lontano, puntare su un ragazzo tanto giovane, che tornerà in Italia solo per fare il militare. Anzi no, ci tornerà dopo il suo 40mo compleanno, come aveva deciso molti anni prima. Dopo aver messo in vendita l’attività che nel frattempo aveva rilevato. “Ma se tornassi indietro, certo, non lo rifarei”. Perché “quando torni, non sei più uno di loro. Trovi una comunità cambiata che non ti considera più un suo elemento ma ti vede un estraneo.”

    senza far rumore trento film festival vivocult (2)Già. Perché il problema dell’identità e dell’appartenenza non sono aspetti secondari. Ma di questo te ne rendi conto solo quando l’altro sei tu. Come racconta Linda, intervenuta al termine di una discussione fra gli zii sul tema dell’immigrazione, per ricordare che anche lei vive la stessa condizione di tutte le persone che arrivano nel nostro paese alla ricerca di una vita migliore. Trovando, peraltro, poca convinzione nei parenti.

    Ed è questo uno dei temi guida della ricerca delle autrici del documentario, perché non esistono migrazioni diverse ma, semmai, è la migrazione a essere oggi diversa: dall’esigenza di trovare un lavoro per poter sopravvivere di qualche decennio fa, si è approdati a quella di trovare un’opportunità. Fuori da una valle circoscritta in estensione e morfologicamente divisa. Via da quella valle, ma senza far rumore. Come recita il titolo del documentario che, a chi scrive, suona antifrastico: di rumore, queste storie, ne stanno facendo. Eccome. Tanto da riempire la sala del Trento Film Festival e accendere il dibattito alla fine della proiezione. Tanto da far svelare alle autrici che non è finita qui. Senza far rumore, sempre, ma To be continued…

  • Donne e mamme in alta quota: al Trento Film Festival c’è Mothered by Mountains

    Mothered by mountains tff vivocult emanuela macrì[di Emanuela Macrì – foto fonte web] La montagna è, anche, punk. E chi l’avrebbe mai detto? Pasang Lhamu Sherpa, la più nota guida alpina donna del Nepal, certamente no. Per lei che considera la montagna il luogo dove superare i limiti, anche di una società come la sua che vorrebbe le donne a occuparsi della casa. Per lei che porta le sue lotte sule cime dell’Himalaya, come quando ha conquistato il K2 per sensibilizzare il mondo sul tema del cambiamento climatico e delle sue conseguenze per il nostro pianeta.

    Pasang, che da tradizione porta il nome del suo giorno di nascita, il venerdì, ha scelto di aggiungervi Lahmu Sherpa, il nome della prima donna nepalese a conquistare l’Everest, ha raggiunto il Trentino e il Trento Film Festival per dialogare con il suo pubblico, avvolta nell’abito tradizionale del suo paese e portando in braccio quel bambino che, senza saperlo, già portava in grembo durante le registrazioni del film Mothered by Mountains.

    Un cortometraggio nato dal fallimento di un progetto più ampio, quello del regista statunitense Renan Ozturk ma che porta in sé una magia: quella dell’incontro tra Pasang e l’icona punk nepalese Sareena Rai, cantante, madre e, dopo l’avventura narrata in questo film, anche guida alpina. Un incontro in alta quota tra due donne cresciute nel medesimo paese e nella medesima cultura, che hanno fatto della loro passione una ragione di vita e che grazie a una macchina da presa e una proposta hanno deciso di mettere sul tavolo le proprie paure e certezze, perché si potessero confrontare, mescolare e prendere la propria strada.

    Sareena racconta la sua coraggiosa maternità, peraltro non naturale, di una bambina con una grave patologia cerebrale. Pasang ripercorre il suo difficile cammino da donna alpinista e rivela il suo timore nei confronti dell’essere madre, tema che la vede lottare tra le paure. Paure che si scioglieranno non appena termineranno le riprese, quando scoprirà di aspettare già il piccolo bambino.

    E suona strano pensare che il più naturale degli eventi possa impaurire una donna come Pasang Lhamu Sherpa che alle imprese in quota ha unito la lotta in prima persona per i diritti delle donne e creato, nel 2013, la Nomads Clinic, un’unità medica mobile per raggiungere e dare assistenza alle zone più remote del Nepal. Quel paese, il suo, dove c’è ancora molto da fare e la strada per il pieno riconoscimento dei diritti femminili, che deve passare anche per l’istruzione,  è ancora lunga. Ma qualcuno doveva pur iniziare a percorrerla. Un qualcuno da gli occhi dolci e i capelli lunghi, con tante scalate nelle gambe e infiniti sogni nelle mani.

  • Conegliano tricolore, al Palaverde è festa scudetto

    Conegliano-Novara_811 [di Emanuela Macrì – foto Fabio Cucchetti] L’inno degli Alpini e un cuore con il numero 7 disegnato sulle spalle delle giocatrici della Imoco Volley Conegliano, un segno d’affetto verso la compagna di squadra infortunatasi ma in tenuta da gioco e a bordo campo in compagnia di Robin de Kruijff, costretta anche lei a vivere la sfida da lì. Si apre così la gara 4 della fase finale della stagione 2017/18 della Samsung Galaxy Volley Cup, in un PalaVerde pieno, tra la tensione delle padrone di casa, ricche di un’opportunità d’oro come quella di vincere lo scudetto in casa e la voglia di riscatto delle ragazze della squadra di Novara, che quello scudetto vorrebbe riportarlo al PalaIgor.

    A interrompere il flusso di pensieri, preghiere e scaramanzie arriva, puntuale, il fischio d’inizio e il primo punto della sfida firmato da Paola Egonu che apre con un attacco vincente il set che chiuderà con uno out. In una fase di studio ed equilibrio fino al 8-7. Poi è spinta Imoco fino +4 (20-16) ottenuto con buon ritmo e due break di 4 punti di 4 e 3 punti. Ma quando il parziale sembra servito ecco Novara farsi, recuperare fino al 22-22 per portare le padrone di casa ai vantaggi, al 28-26 finale.

    E si ricomincia da Egonu a schiacciare e aprire con Bricio a rispondere per un vantaggio Novara (14-16) e la rimonta delle padrone di casa che chiuderanno con un 25-21, per poi aprire con errore, emblematico, il terzo set. Un terzo parziale diretto dalle igorine, sempre in vantaggio, fino a riaprire una finale che sembrava già nelle mani di Conegliano, invece chiuso con un 25-22.

    Una finale e uno scudetto che, alla fine però, le ragazze di Daniele Santarelli si cuciranno addosso, grazie a un quarto set conquistato per 25-22 e un vantaggio mai in discussione, a quattro ace di Samanta Fabris (su 6 totali dei 31 punti personali) l’ultimo pallone della stagione messo a terra da Samantha Bricio e il titolo MVP di Joanna Wolosz. Per dare il via alla festa del secondo titolo italiano dopo una vittoria ottenuta per 3 set a 1 con parziali di 28-26; 25-21; 22-25; 25-12.

    “Dedicato – dirà Santarelli un attimo dopo il fischio finale – a Davide Mazzanti, il mio maestro”. Mentre per Monica De Gennaro, libero gialloblu “Il primo scudetto ha un sapore unico e non si dimentica ma questo è speciale perché frutto di un fantastico lavoro di squadra, in una stagione in cui i guai non sono mancati. Un obiettivo stagionale e un titolo voluto, arrivato anche grazie al pubblico che ci ha sempre sostenute”.