Tag: Emanuela Macrì

  • TFF71 Pionieri, Peter Moser e l’impresa omaggio sulle Pale di San Martino

    TFF71 Pionieri, Peter Moser e l’impresa omaggio sulle Pale di San Martino

    [di Emanuela Macrì – foto web] Togliere tutto: materiali, corde, compagno. Peter Moser, alpinista e guida alpina della Valsugana, Trentino, ha un programma in testa e una telecamera, al suo fianco, che lo seguirà nell’impresa. Per dare vita ai 32 minuti del film Pionieri di Alessandro Beltrame, presentato al 71mo Trento Film Festival nella sezione Alp&Ism.

    È il 10 agosto del 2021 e Peter non riesce a dormire. Troppa la voglia di dare inizio alla giornata e allora, in anticipo sull’orario previsto, eccolo correre verso l’obiettivo. Quello di ripercorrere, sulle Pale di San Martino, il cammino dei Pionieri, le guide alpine del Primiero Michele Bettega e Bortolo Zagonel con l’inglese Beatrice Thomasson che decenni prima di lui hanno affrontato ascese e pareti.

    Altri tempi, altro alpinismo, rivissuto nel film con l’inserto di sequenze in costume. Ma Moser fa di più e quelle vie, aperte ed esplorate in circa vent’anni, nella sua impresa e sotto i suoi piedi scorreranno nell’arco di una sola giornata. In un concatenamento ideato dalla guida alpina quale omaggio a chi lo ha preceduto, ad una dimensione della montagna che oggi non c’è più. Un percorso compiuto di corsa, sì, ma non di fretta. Per ritrovare le radici dell’alpinismo ma anche le sue stesse.

    Un percorso che scorre nel film di Beltrame accompagnato dalle parole di Maurizio Zanolla “Manolo” e Luciano Gadenz, mito dell’arrampicata il primo e storico dell’alpinismo il secondo. Dal Cimon della Pala, conquistato quando ancor è buio alla Pala di San Martino. E poi la Cima Canali, il Sass Maor e il Sass d’Ortiga. Fino Piz de Sagron. Correndo, scalando, pedalando in sella ad una MTB per un breve tratto. Senza sosta, senza fretta. Ma di corsa, questo sì. Perché 20 anni in un giorno rischiano di starci stretti.

  • Gaia Moretto, in campo come un in cerchio. Perfetto

    Gaia Moretto, in campo come un in cerchio. Perfetto

    [di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] Di perfezione e completezza ma, anche di un movimento continuo. Il cerchio è simbolo di tutto questo in questa che è una storia di cerchi, da chiudere. Sempre. La storia di Gaia Moretto, centrale dell’Itas Trentino, ballerina con un futuro da violista non fosse stato per “l’allenatrice U14 collega di Chions, società del pordenonese, insegnante e collega di mio fratello che aveva adocchiato una ragazza alta, una con il fisco adatto al volley. E che si era presentata a casa con la proposta di un posto in squadra.” Di dare inizio a una carriera, diremmo oggi con il senno di poi.

    La pallavolo sull’uscio di casa e tante altre attività da lasciare fuori. Dalla parrocchia agli scout, di lì a poco ci saranno solo palloni schiacciati a terra e ginocchiere “perché ho l’esigenza di far bene ogni cosa e quando decido di dedicarmi ad un’attività, lo faccio con tutto l’impegno che riesco.” Nata sotto il segno della Vergine, il più pignolo e perfezionista dello zodiaco, manco a dirlo. E contrassegnato da una decisa dinamicità.

    Dal Friuli Venezia Giulia e i primi passi nella provincia di Pordenone al massimo campionato italiano con la Imoco Volley di Conegliano, con una Supercoppa alzata e uno scudetto cucito al petto. E un’altra proposta “quella della società di Filottrano di vestire la maglia per la stagione successiva. Il momento, il mio momento. Quello di fissare di un posto da titolare conquistato prima e difeso poi, partita dopo partita. Un anno, peraltro, senza una vera conclusione a causa del lockdown, terminato prima del tempo ma, comunque, fondamentale per la mia crescita.” Una conquista, un cerchio che può dirsi, comunque, chiuso.

    E ora Trento, il ritorno in una piazza dove aveva già giocato per una stagione in serie A2. “La (ri)proposta della società trentina è stata un’altra (ri)partenza. Avevo bisogno di ritrovare il posto in campo e la sensazione, avuta sin dalla chiamata, è che non potesse esserci ambiente migliore per questo. Con questa squadra, tutta Testa&Cuore, con cui stiamo provando a fare qualcosa di bello, a chiudere l’anno nel modo migliore. Con questa società, oggi più strutturata sebbene molte delle persone che la compongano siano le stesse di qualche anno fa.”

    Una Trentino Volley che da anni gestisce un top team nel volley maschile “e si contraddistingue per la disponibilità, dote rara, all’ascolto.” Per Gaia che ascoltatrice lo è diventata “ma di podcast! Dopo la conclusione degli studi e la laurea magistrale in Scienze Motorie ho ritrovato materie a cui non avevo dato molto spazio. Tra queste la storia contemporanea che, invece, ho riscoperto, anche grazie alle vicende narrate nei podcast, appunto.” Con una preferenza per le storie di mafia e legate ai temi della legalità. E un personaggio da cui trarre ispirazione, una donna che il suo posto in campo l’ha conquistato e difeso: Nilde Iotti.

    Mentre Gaia Moretto da grande si vede insegnante “anche se a scuola mi accontentavo di galleggiare.” Un’eccezione per lei che prende ogni cosa, sempre e solo, sul serio. Con metodo e onestà: “Il pregio in campo è quello di saper tener in equilibrio grinta e tranquillità. Di saperli dosare.” E il difetto? “I difetti, al plurale, perché sono tanti. Ma quello che dovrò impegnarmi a correggere è sicuramente la scarsa dose di pazienza. Con me stessa e con gli altri.” Il prossimo cerchio da chiudere? Non c’è dubbio alcuno per questa centrale tutta Perfezionismo&Dinamicità. Ma anche tanto Testa&Cuore.

  • TFF71: Karma Clima. La montagna creativa e la forza dell’arte dei Marlene Kuntz

    TFF71: Karma Clima. La montagna creativa e la forza dell’arte dei Marlene Kuntz

    [ di Emanuela Macrì – foto fonte web] Uno studio di registrazione che trova casa in tre residenze d’arte. Un processo di cultura e creazione che trova nei temi della montagna e del mutamento climatico il motore per dare inizio a un cammino, sostenibile, artistico, fuori dell’ordinario. Karma Clima, presentato al Trento Film Festival 2023, nasce così, dalle mani, dalle note, dalla visione dei Marlene Kuntz, storico gruppo del cuneese che per i 30 anni di attività si e ci regala un progetto poi al centro dell’omonimo docufilm di Michele Piazza Karma Clima. Il mondo brucia, e noi?

    Il percorso, che vedrà la registrazione dell’album che porta il nome del progetto, vede nell’esplorazione di esperienze di provincia e nella forma laboratoriale, quindi collaborativa, le sue colonne portanti. Un cammino condiviso e multidisciplinare – a partecipare alle residenze ci saranno Elisa, Giovanni Lindo Ferretti, Piero Pelù, Marco Revelli insieme a tante persone arrivate con la pura curiosità di esserci, nel farsi di un processo – e tre luoghi montani della provincia di Cuneo quali motore d’ispirazione.

    Prima tappa a Ostana, 85 abitanti a 1.250 metri sul livello del mare, ognuno coinvolto in un (intelligente quanto riuscito) progetto di rigenerazione e riqualificazione territoriale. Quello di un’amministrazione che per 30 anni – la stessa età dei Marlene, sì – ha creduto nella bellezza così come nell’innovazione e conservazione. Nell’originalità. Trasformando, anche grazie al lavoro della cooperativa Viso a viso un luogo di fuga in un Borgo trai più belli d’Italia capace di accogliere e ospitare progetti in collaborazione con l’Università di Torino e il progetto internazionale Erasmus.

    Seconda fermata, Piozzo. Lì, con gli occhi (e le papille gustative) che si aprono sulle Langhe. Per una residenza d’arte ospitati nei locali del birrificio agricolo artigianale Baladin, nella sala con i muri che riproducono il tendone di un circo, trasformata in sala di registrazione per l’occasione. Un vero laboratorio artistico – agro – alimentar – culturale. Prima di arrivare alla terza tappa della Borgata Paraloup di Rittana. Dieci baite a 1.400 metri, il villaggio che ospitò il primo quartier generale delle bande partigiane di Giustizia e Libertà del cuneese e oggi sede della Fondazione Nuto Revelli autrice del recupero e della ristrutturazione del borgo. Un ritorno sostenibile alla vita, alla cultura e al lavoro in montagna. Come si autodefinisce.

    Un viaggio quello di Karma Clima e dei Marlene Kuntz tra i rumori, le suggestioni, i profumi e i racconti dei luoghi, delle storie e delle persone che ha incontrato. E che prima di trovare le giuste stratificazioni che daranno forma all’album definitivo, si trasferisce a Budapest per arricchirsi dei suoni della Budapest Art Orchestra. Per poi dare vita al tour, dal Muse di Trento al concerto di Verona e poi nella Mole Antonelliana, Museo Nazionale del Cinema di Torino. Per finire in un docufilm piacevole, ben scritto, avvolgente. Importante. Per ragionare sul cambiamento climatico e visitare alcuni dei luoghi di resistenza e riscoperta. Luoghi di una montagna contro.

  • TFF71: Wild Waters, vita e kajak di Nouria Newman

    TFF71: Wild Waters, vita e kajak di Nouria Newman

    [di Emanuela Macrì – foto web] 85 minuti di pellicola per distruggere lo stereotipo del maschio quale figura più forte, dominante, imbattibile. Wild Waters di David Arnaud, presentato al 71mo Trento Film Festival nella sezione Alp&Ism è anche, questo. La narrazione, in soggettiva, della vita di Nouria Newman, dall’Olimpo dei kajaker scesa sulla terra volando, letteralmente, una cascata di 30 metri o più. Paura e paure. Dolori e solitudine. Tutta l’umanità di una ragazza che con il caschetto e la GoPro, la pagaia e le mani non proprio da pianista, fa sognare ma, al tempo stesso, divide. Perché lo fai?

    Ma cosa fa, Nouria? Cosa ha fatto, nella sua vita? Da quando all’età di 4 anni vede il primo kajak e se ne innamora. Tanto che il padre si vedrà costretto a comprargliene uno. Ma prima il corso di nuoto e poi, i titoli. Le discese e gli slalom. Ma è davvero questo che vuole fare nella vita la giovane kajaker? È questo ciò che la rende felice?

    La risposta arriverà in Cile, nel 2012, dove partecipa al Whitewater, l’evento in cui conoscerà un altro modo di guardare al kajak ma, soprattutto lei, Louis Jull, l’amica della vita che perderà qualche anno più tardi, portata via da un incidente in acqua. Per portare altri interrogativi nella vita di Nouria – è davvero questo approccio alla vita e al kajak, quello che voglio? – e un dolore che rimane. Sulla pelle.

    Ci saranno anche le competizioni internazionali e i titoli, le amicizie e le spedizioni ma no, non è questo che l’atleta francese sta cercando. Non sono le medaglie, non le porte da attraversare, non i fiumi incanalati tra il cemento. Non la pressione della società che la vorrebbe trentenne con una casa di proprietà e uno stipendio.

    Quello che cerca Nouria, oggi atleta Red Bull, lo troverà tra il respiro spezzato, la schiuma dell’acqua e il vuoto. Nelle cascate come quella dell’Ecuador, quella della prima sequenza da cui il film parte per poi tornare lì. In Ecuador, sul bordo della cascata che nessuno ha avuto l’ardire, ancora, di violare. 30 metri, anzi di più, di caduta libera. 2 secondi e mezzo in volo, per uno studio millimetrico durato settimane.

    E poi giù tra acqua, bolle e urla di gioia. Con un solo comandamento. Non dimenticare mai la cosa più importante, il divertimento. Quella frase che Louis le aveva scritto su un biglietto e nascosto nello zaino prima di salutarsi. Prima di quello che, senza immaginarlo – sarebbe stato l’ultimo saluto ma che ora è lì, sulla pelle di Nouria. Un tatuaggio per portare con sé l’amica di sempre. Sempre.

  • Jago, Banksy e TVboy, l’imperdibile in mostra. A Palazzo Albergati

    Jago, Banksy e TVboy, l’imperdibile in mostra. A Palazzo Albergati

    [di Emanuela Macrì – articolo e foto] Di motivi per visitare, o per non farlo, una mostra d’arte ce ne saranno più o meno a decine. Ma per non perdere quella che sto per descrivervi, beh, ve ne bastino tre: Jago, Banksy, TVboy. Anzi quattro: Palazzo Albergati, l’edificio cinquecentesco che a Bologna tra le sue stanze di specchi antichi e affreschi ospita Jago, Banksy e TVboy. E altre storie controcorrente. Organizzata da Piuma e Arthemisia in collaborazione con Pop House Gallery, con il patrocinio del Comune di Bologna, è curata da Piernicola Maria Di Iorio e prorogata (evviva!) fino al 28 maggio. Che, soprattutto, si rivela imperdibile, per almeno tre motivi, anzi quattro.

    UNO – LA CONFERMA che i tre artisti più contemporanei sono proprio loro. Jago con i suoi marmi a dar forma ad analisi sul rapporto tra corpo e anima – gli occhi di Papa Ratzinger di Habemus Hominem che ti non ti si tolgono di dosso – tra corpo e tempo – qualcuno ha trovato la frase incisa sulla pelle di Venere e nascosta, abilmente, in qualche ruga? Banksy e le sue opere che compaiono d’improvviso ma mai fuori contesto. Come un fiocco rosa su un elicottero da guerra in Happy Choppers o quella bambina Girl with Balloon con il palloncino a forma di cuore che l’abbiamo vista in migliaia di riproduzioni e vorremmo vederla ancora in altre migliaia. Ci sono pure i suoi topolini, ad accoglierti già nel locale guardaroba. E poi, ancora, c’è TVboy con i suoi (super)eroi quotidiani: da Gino Strada a Chef Guevara passando per quel barchino (come li chiamano oggi…) Venite Avanti carico di artisti e nessuno a casa: quanto ne riuscite a riconoscere? Opere e spunti, colorati, spudorati, necessari.

    DUE – LA SCOPERTA degli altri nomi che una volta usciti da queste sale non saremo più autorizzati a non conoscere, se mai fosse stato. Parlo di Mr. Brainwash e della sua Mona Linesa, o dell’artista romana Laika con quel suo burka abbinato a dei tacchi rossi che ti arriva allo stomaco (soprattutto quando scopri che l’originale era un murale romano poi cancellato…). E ancora Obey e il suo Barack Obama, e Ravo e Pau. Prendete nota dei loro nomi e andate a cercarli.

    TRE – L’ALLESTIMENTO ipercolorato e sgargiante, pareti giallo limone che esaltano un Cenacolo vinciano rivisitato da TVboy che lo ambienta in un famoso fast food, e camere con messaggi su specchi e specchi a far da pareti, il buio a dominare 33 cuori di ceramica firmati Jago e accompagnati da un battito cardiaco. Un risultato che risulta sfacciato nei confronti dei delicati soffitti affrescati per ottenere un contrasto, un’opposizione che non genera violenza ma, solo, esaltazione della bellezza. E ci piace, tanto. Opere che parlano con la loro potenza, a Palazzo Albergati esaltata da una studiatissima illuminazione e la musica (e che musica! Massive Attack – e sarà mica un caso – su tutti) ad accompagnare la vista. What else?

    QUATTRO – LA GENTILEZZA dello staff che vi accoglierà: se non è arte contemporanea questa, cosa si può definire tale?

     

  • Museo Nazionale del Cinema. Magia della Settima Arte e non solo

    Museo Nazionale del Cinema. Magia della Settima Arte e non solo

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] Il cinema è un’invenzione senza futuro. Questa la frase che campeggia sul muro rosso che introduce il visitatore al Museo Nazionale del Cinema di Torino. Queste le parole (forse) meno profetiche della storia della Settima Arte, pronunciate dal padre di quei fratelli Lumiere che a quell’arte e quella storia daranno inizio in una serata di dicembre del 1895.

    E se un viaggio nel tempo non è (ancora) possibile un viaggio nel Cinema, invece, lo è. Un percorso speciale quello offerto a Torino, città italiana del cinema e meta di pellegrinaggio per cultori e addetti ai lavori. Meta imperdibile, però, anche per chi di pellicole e divi in celluloide ne mastica poco: ad ospitare la collezione è la Mole Antonelliana e la sua visita, così, diventa irrinunciabile per chiunque.

    Ma cosa può contenere un museo dedicato a un’arte performativa – ma allo stesso tempo figurativa, non inganniamoci – come il Cinema? Dove può condurre un percorso esplorativo che attraversa poco più che un secolo di immagini? Dal cosmo del pre-cinema al futuro. Molto semplicemente. Sarete, così, letteralmente trasportati nel cuore della Mole per conoscere tutta la fisica e la chimica del Cinema.

    Condotti negli anfratti del meraviglioso edificio frutto della fantasia di Antonelli – rifiutato dalla comunità ebraica che gli aveva commissionato una sinagoga per via di quella guglia ritenuta poco confacente, la stessa che sarà poi vittima di due incredibili incidenti – i visitatori potranno accomodarsi nel set di un film, attraversare storiche scenografie, sedere su curiosi wc (citazione da indovinare) per assistere ad un patchwork cinematografico, risalire la scalinata che costeggia i lati della Mole e gustarsi le mostre temporanee che periodicamente la abitano.

    E ancora, accomodarsi sulle chaise longue che permettono una visione dal basso dell’intero museo o scoprire i tanti mestieri del cinema, molti dei quali spesso sconosciuti ai più. Ma anche passeggiare tra le storiche locandine dei film o salire fino a 85 metri d’altezza con l’ascensore che sbuca dal pavimento per portare i visitatori fino alla terrazza panoramica, da raggiungere poi con una scalinata.

    E se tutto questo non vi basta, allora ecco un piccolo viaggio nel tempo. Perché il 23 maggio del 1953 un violento nubifragio spezzerà la guglia della Mole destinata a rimanere per qualche tempo priva della sua spettacolare punta aguzza. Un danno per il panorama della città che si trova, così, senza il suo punto di riferimento. Spettacolo per i visitatori. Spettacolo, peraltro, irripetibile. Ma non per il cinema: la scena d’apertura de Le amiche di Michelangelo Antonioni vi riporterà lì e allora ogni volta che lo vorrete. Magia del cinema, un’arte senza futuro (??).

  • Magazzino 18 torna in scena per ricordarci di non dimenticare

    Magazzino 18 torna in scena per ricordarci di non dimenticare

    [di Emanuela Macrì – foto: www.simonecristicchi.it] Si parla di Storia (con la maiuscola, volutamente) e, immancabilmente, frasi e mantra si sprecano. Sulla effettiva veridicità degli stessi, peraltro, non vi è quasi mai alcuna certezza. I replicatori seriali, infatti, spesso non hanno idea del contenuto del messaggio. Ma l’han sentito ripetere spesso e allora via, non si sottraggono alla moltiplicazione di quelle che diventano verità (forse) storiche pret a porter.

    Tra le pieghe di queste, però, dorme però una assoluta verità: quella delle storie dimenticate, spesso taciute perché volutamente nascoste. Quelle che è meglio nascondere, per comodo o vergogna che sia. Ci pensa poi l’ingiuria del tempo a togliere loro peso e dignità.

    Tra queste c’è una storia tutta italiana, ma tutta davvero. Quella che per anni è rimasta nascosta, intrappolata dalla polvere di quel Magazzino 18 che solo da pochi anni la curiosità di un artista, ha pensato di riaprire. Insieme alle critiche che gli pioveranno sulla testa quando da quel magazzino usciranno delle storie e prenderanno posto su un palcoscenico.

    Quando gli oggetti accatastati in quel magazzino, mobili, sedie, pochi averi di esistenze dannate verranno accarezzate da una mano immaginaria, quella di Simone Cristicchi, l’artista dall’anima delicata che con la mano ferma di chi non ha paura riapre la porta di quel Magazzino 18 e lo trasforma in un’opera letteraria e poi in collaborazione con Jan Bernas per la regia di Antonio Calenda, uno spettacolo teatrale.

    Contestato al suo debutto nel 2013 ma di un successo tale che a dieci anni dalla prima messa in scena al Politeama di Trieste torna sul palco. Per tornare su quella storia che sui libri di storia occupa poco meno di un paragrafo. Quando c’è. Nonostante sia una ferita ancora sanguinante. Ma che, per molti, non merita sutura.

    La storia di 300mila persone, di 300mila italiani che nel 1947 decideranno di lasciare l’Istria italiana divenuta Jugoslavia dopo il trattato di Parigi. Lasciando la propria casa e la propria vita per trovarne una nuova. In Italia, il proprio paese. Per trovare ostilità, nel migliore dei casi.

    Per diventare, loro malgrado, protagonisti di una delle pagine più nascoste e vergognose del nostro paese. Che da qualche parte prende il nome di Questione istriana. E che solo da poco ha riacquistato la dignità ci essere riconosciuta e raccontata.

    Grazie, anche, a quegli oggetti dimenticati nel Magazzino 18 del porto di Trieste, lasciati nel passaggio e mai più rivendicati. Cose che ora diventano quelle Storia che non si può più tacere o nascondere.

    https://www.simonecristicchi.it/teatro/magazzino-18/

  • Coppa Italia Frecciarossa, ancora Conegliano

    [di Emanuela Macrìfoto di Riccardo Giuliani per GetSportMedia] Nessun risultato è mai scritto. E se si tratta della finale di Coppa Italia Frecciarossa 2023, il primo appuntamento importante della stagione beh, non si possono fare eccezioni. Perché a dividere il campo con la corazzata Conegliano, dall’altro della rete, c’è un’affamatissma Milano e quel che carta e palmares dicono, in fondo, potrebbe contare meno di quell’appetito. Lo stesso che in casa Imoco non manca, peraltro nonostante anni di coppe alzate e titoli cuciti addosso.

    Il campo dirà, alla fine, Conegliano in tre set. Ma come è andata davvero tra le formazioni allenate da Daniele Santarelli e Marco Gaspari? Così, come ve la racconto qui di seguito.

    Prosecco DOC Imoco ConeglianoVero Volley Milano (25-17; 25-22; 25-19)

    Gallery fotografiche di Riccardo Giuliani e Fabio Cucchetti e le interviste di Emanuela Macrì, QUI

    PRIMO SET – Fuoco lento

    Inizia la battuta out di Federica Squarcini (che poi si rifà, con tutti gli interessi) e un parziale di 0-3 per Milano seguito da una fase di equilibrio fino all’8-6, vantaggio firmato da due punti consecutivi di Isabelle Haak (8 i personali di parziale per lei a cui farà eco un terzo (14-9) a cui seguirà il time out chiesto da Gaspari. Senza successo. Un altro pallone a terra, un muro di Squarcini per il 21-13, quale archivio di un set poi chiuso sul 25-17.

    SECONDO SET – Pensavo fosse…

    Milano risponde cercando un vantaggio (6-8) che cerca di non farsi sfuggire (8-10), finendo per inseguire una parità che tiene in mano, punto più punto meno, fino al 21-21. L’errore al servizio di Sonia Candi però, con il 24-21 che anticipa il sigillo di Kathryn Plummer per il 25-22, è la fine di ogni, peraltro giustificata, speranza.

    TERZO SET – La sentenza

    Situazione subito chiara. Con un 8-2 che prepara il terreno al set che sarà. Un parziale senza appello per Milano che cerca di accorciare le distanze, senza mai riaprire la questione. Conegliano prosegue senza incertezze (16-9) e senza sbavature (20-12 ace di Haak). Finale 25-19. Haak giustamente MPV con 23 palloni a terra e un altro torfeo in bacheca per la società veneta. Altro da aggiungere?

  • F4 FrecciaRossa Coppa Italia – Monza spinge e si prende la finale

    F4 FrecciaRossa Coppa Italia – Monza spinge e si prende la finale

    [di Emanuela Macrì foto di Riccardo Giuliani per GetSportMedia] Secondo posto in palio per la finale di Coppa Italia Frecciarossa edizione 2023 di domenica è la vincente tra la Bergamo di Stefano Micoli e la Milano di Marco Gaspari. Ed è andata così:
    Volley Bergamo 1991 0  – Vero Volley Milano 3
    PRIMO SET (17-25) – POCA STORIA
    Una cronaca che parla di Milano e della sua conquista mai in dubbio. Con le ragazze di Gaspari a occuparsi di incrementare un vantaggio inziato dal 6-8, passato da un 11-16 e poi via, verso il definitivo 17-25. Brillano le Jordan: Larson con 7 punti personali e Thompson (MVP con 18 palloni a terra finali) con 5.
    SECONDO SET (21-25) – FORSE…
    Bergamo torna in partita e tiene le avversarie al passo. Con il muro di Giorgia Frosini (8-8) e poi avanti fino al 14-17 firmato da Larson che porta Micoli a chiedere il tempo discrezionale. Sarà poi il muro di Thompson (18-21 e 9 palloni a terra per lei) il punto di non ritorno per Milano che si mette in tasca anche il secondo set (21-25).
    TERZO SET (15-25) – ASSOLO
    Vero Voley a bomba da subito e Bergamo dietro, ma a fatica (1-4). E se il muro punto di Thompson (2-7) apre a una fase nel segno delle milanesi a crederci davvero rimangono forse solo i tifosi: onore alla Nobiltà RossoBlu che, incurante del tabellone, ha cantato e sostenuto la squadra, senza sosta né esitazione. Mentre in campo il 9-20 di Miriam Sylla suona come l’ultima nota. A farle eco l’attacco finale, ancora di Sylla, per il 15-25 che vale un posto in finale.

  • F4 FrecciaRossa Coppa Italia – Conegliano supera Novara e vola in finale

    F4 FrecciaRossa Coppa Italia – Conegliano supera Novara e vola in finale

    [di Emanuela Macrìfoto di Fabio Cucchetti per GetSportMedia] Primo appuntamento (che conta) dell’anno. All’Unipol Arena di Casalecchio di Reno con le fasi finali di Coppa Italia Frecciarossa edizione 2023 e quattro pretendenti al titolo, Conegliano e Novara, Bergamo e Milano, in un sabato che più italiano non potrebbe essere. Tra pubblico e scintille, non solo in senso figurato.

    Ad aprire le danze è una sfida, la numero 1000 o circa, tra la Conegliano di Daniele Santarelli e la Novara guida Stefano Lavarini. E anche noi iniziamo da qui:

    Prosecco DOC Imoco Conegliano 3 – Igor Gorgonzola Novara 1 (25-21
    PRIMO SET (25-21) – FASE STUDIO
    per le due formazioni che dopo il primo punto di Novara, un attacco di Ebrar Karakurt si studiano timidamente per mantenere un sostanziale equilibrio (mentre tutte macinano km per recuperar palloni). Ma l’attacco di Isabelle Haak (16-15 prima e e il muro di Kelsey Robinson Cook (19-17) poi sono la zampata veneta ma anche il primo mattone per il primo set vinto 25-21.
    SECONDO SET (25-22) – CALMA APPARENTE
    con Imoco che da subito si mette al comando (8-5) ma poi cala il ritmo, cede il pallino del vantaggio a Novara che non però non ne approfitta. E se le venete sono lì, partecipano ma non brillano l’azione che sblocca set e animo è un recupero di Monica De Gennaro (giustamente MVP del match) di un pallone già in tribuna che, invece, diventa il punto 21-21 di Haak. Il resto è un set, il secondo di Conegliano, chiuso dal muro di Robin De Kruijf.
    TERZO SET (18-25) – IL RITORNO
    Apre Haak in attacco a cui risponde l’attacco di Anna Danesi. Poi è un crescendo di Novara che dal 6-8 costruisce fino al definitivo muro di Danesi (12-20) che segna il vantaggio massimo di 8 lunghezze e permette alle igorine volare a chiudere il set 18 – 25 con un attacco messo a terra da Caterina Bosetti. Ma il punto di svolta è quel 9-12 firmato da Kenia Carcaces che porta Santarelli a chiedere il time out. E non a caso.
    QUARTO SET (25-23)– INCERTEZZA
    Inizio punto su punto che dopo il minimo vantaggio novara (7-8 firmato Bosetti) continua fino al 17-14, il risultato di due muri consecutivi dei quattro di set messi a terra da Imoco in un set aperto e incerto fino all’ultimo. Passando per il 21-21 di Karakurt che da uno svantaggio di 4 lunghezze rimette le sue in careggiata ma la partita, e il biglietto per la finale, sono delle venete. Chiude set e gara l’attacco vincente di Alessia Gennari.