Tag: Emanuela Macrì

  • Biaggi e Somaschini per ANAS: se guidi, guida e basta

    Biaggi e Somaschini per ANAS: se guidi, guida e basta

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] Arrivati, entrambi, tardi al motorsport hanno poi recuperato. Tutto. Max Biaggi e Rachele Somaschini non hanno, però, solo questo in comune e da raccontare sul palco del Festival dello Sport di Trento. Sei titoli mondiali vinti per lui sulle due ruote, quattro nell’allora classe 250 e due in Superbike, un titolo vinto da poche ore, il Campionato Italiano Assoluto Rally 2024 per lei insieme a tanti traguardi raggiunti. La sicurezza come fondamento per entrambi. Tanto da essere scelti quali testimonial nelle giornate di Trento proprio da ANAS e la campagna “Guida e Basta” e il nuovo spot “Quando sei alla guida, tutto può aspettare”.

    Le foto di Riccardo Giuliani QUI

    La video-intervista di Emanuela Macrì a Rachele Somaschini QUI

    Potenza e controllo, il titolo di un evento che fa il pieno in sala, e  in cui con la voce di Rachele Sangiuliano alla conduzione si parlerà di determinazione “il mio focus – dice Biaggi – da sempre. Una cosa su cui puoi lavorare sì, ma ce l’hai nel DNA. E non cambia con il tempo. Anzi. Te la porti in tutto.” Nello starter kit, infatti, anche di Rachele “perché partivo con uno svantaggio, quello della diagnosi della fibrosi cistica e una sentenza: difficile arrivare all’età adulta.” Ma poi, invece.

    Poi ci sono il supporto di chi crede in te, come papà Pietro Biaggi – che pronuncerà un’infilata di no ad ogni richiesta del figlio, fino alla maggiore età – e Luca Somaschini, che sarà più aperto ad accogliere le richieste di Rachele in fatto di motori ma, altrettanto, inflessibile nel chiedere i risultati che permettono di proseguire. Il tutto però, sempre e solo, in sicurezza.

    Quella della pista per Max “che farebbe bene davvero a molti, quei tanti che si vedono fare i leoni sulle strade e non hanno mai fatto un’esperienza fra i cordoli, fondamentale per capire quanto la sicurezza sia il tema fondamentale. Tra strada e pista ci sono solo differenze, e la seconda può solo insegnare.” Un’educazione stradale che si unisce al senso civico – troppe ancora le persone che gettano rifiuti dal finestrino, mettendo in serio, serissimo pericolo i motociclisti ma non solo loro – ma che dovrebbe far parte della dotazione dell’autista patentato, chiunque esso sia.

    Rachele, su questo, è categorica. La sua esperienza di istruttrice presso Centro di Guida Sicura la porta a mettere la posizione di guida quale elemento imprescindibile “e troppo sottovalutato. Ma per esperienza, ahimè anche diretta, so che solo una posizione corretta può salvare dalle conseguenze di un airbag che si attiva.” Banalità che non sono tali. Piccoli gesti, come allacciare le cinture di sicurezza anche sui sedili posteriori, tenere le mani sul volante in posizione corretta (sì, sulle 9 e 15 come Somaschini sottolinea!) e usare le frecce, possono fare la netta differenza.

    Max, pilota rigoroso in fatto di dieta, riposo, orari e ora papà premuroso – “la prima due ruote a mio figlio?  A 18 anni e sarà una bicicletta! – Rachele campionessa che ha raccontato tutte le sue salite (e non solo su quattro ruote) nel libro “Correre per un respiro” edizioni Baldini e Castoldi. E una sola frase, un monito. Quando guidi, guida e basta. Perché basta davvero poco, perché il peggio accada.

  • Murdoch, tribunali e Succession. Come in una serie tv

    Murdoch, tribunali e Succession. Come in una serie tv

    [di Emanuela Macrì – foto fonte web] Di Rupert Murdoch, dei suoi figli e di quel che succederà. O di chi gli succederà. È di questi giorni, infatti, la notizia che il magnate televisivo – tutto suo nella News Corporation e in Fox, almeno fino al 2023 quando l’allora 92enne ha deciso l’autopensionamento – discuterà, ma in un tribunale testamentario del Nevada, del futuro di quanto creato. E come non pensare, con gran poca originalità per dirla tutta visto che parallelo ha fatto la sua comparsa dacché è uscita la news, al suo alter ego Logan Roy, serie tv che in 4 stagioni ha mantenuto saldo il timone sul tema della successione. Succession, di fatto, è il titolo che più azzeccato non poteva certo essere. Se l’avete vista sapete di cosa si tratta. Se non l’avete vista, fatelo.

    E non per Murdoch e famiglia, no. Ma perché non potrete non chiedervi cosa vi abbia tenuti inchiodati allo schermo per 39 puntate. Per 4 stagioni di – no, qui è zona no spoiler zone, staremo sul vago – cessioni (ma poi no), cambi al vertice (o forse), ripensamenti (tanti), carognate (ancor di più), reati (non si contano) e assoluzioni (spesso auto) in una storia che apre con lui, Logan il Grande, apparentemente con un piede nella fossa. Apparentemente.

    Perché il capo, che di cognome fa Roy e non a caso, è un padre padrone che tiene botta e testa ai suoi figli. Quelli che potrebbero, dovrebbero, vorrebbero raccogliere l’eredità di un padre ancora in vita e fin troppo vitale. Quelli che sembrano sempre a un passo da e invece si ritrovano sempre sotto un palco irraggiungibile.

    E a guardarli bene, si capisce anche perché il ferreo e feroce padre non riesca a scegliere il successore tra Connor, il figlio maggiore (del primo triste matrimonio conclusosi con l’internamente della moglie, ad opera del marito… ma va?!?) che non brilla in perspicacia e dalla fattoria in cui è stato sistemato sogna la Casa Bianca, passando per Kendall, l’uomo giusto per superbia, non fosse per quella decisa inclinazione all’autodistruzione. E poi c’è Roman (vogliamo parlare dell’interpretazione di Kieran Culkin? Limitiamoci a un magistrale) che combatte con le sue perversioni ma è un perfetto business man in fieri. E infine c’è Shiv. Unica figlia femmina, che paga lo scotto del genere – il padre per rabbonirla spesso la chiama Pinky per poi ingannarla appena volta lo sguardo.

    Una famiglia patinata, elegante e pettinata. Peccato che nella quarta di copertina si presenti come la tana di intrighi e sgambetti. Un po’ come i Murdoch, a quanto pare. Che un successore designato, il terzogenito Lachlan, ce l’hanno, insieme a tutte le grane per evitare di farsi escludere dal trust familiare. Di finire esclusi e scontenti, ma non di certo squattrinati. Finirà come in Succession? Al tribunale testamentario di Reno, Nevada, l’ardua sentenza.

  • Dennis Ranalter in Descendance: diverso è fantastico. Anche sugli sci

    Dennis Ranalter in Descendance: diverso è fantastico. Anche sugli sci

    [di Emanuela Macrì] Due sci incrociati fra loro e contro un cielo azzurrissimo. Un film dal titolo Descendance. Imprese e spettacolo sulla neve a cui ha sempre ceduto la parola, fatto parlare al posto suo. Ma questa volta è la sua volta. Questa volta D Ran, freeride tra i più noti al mondo, mette davanti alla macchina da presa Dennis Ranalter, sé stesso. Un ragazzo nato nella Stubaital, Austria, con lo sci nel sangue. Un sangue, però, misto: 50% austriaco e 50% ghanese.

    Una composizione che regala alla sua pelle un colore che secondo alcuni mal si concilia con lo sport, la professione scelta. Perché si, c’è chi si sorprende (no, peggio, si permette commenti sgradevoli) nel vederlo in seggiovia. E chi, ancora di più, a prendere parte alle competizioni del circo bianco. Nel 2024? Sì, nel 2024.

    D Ran, dunque, toglie maschera e sci e affronta quello che, da un giorno all’altro, è diventato un problema: trovare la propria identità, il proprio posto nel mondo. Perché alla domanda “chi sono io?” non riesce a dare una risposta. Sente solo un dolore a volte acuto, lì in fondo allo stomaco E se per lungo tempo ha cercato di non dargli spazio beh, ora è arrivato il tempo di rimuoverlo.

    Con un viaggio nel cuore dell’Africa, ad Accra, nel Ghana più profondo: quello delle radici, sue e del razzismo. Nel luogo dove il padre ha deciso di tornare dopo aver abbandonato la famiglia che poi è lo stesso che è stato il centro della tratta degli esseri umani che qui prendevano, forzatamente, la via del mare, destinazione schiavitù. La visita al Castello degli Schiavi che nulla di fiabesco ricorda, sembra segnare un solco, marcare la distanza inconciliabile dello stesso con quei castelli austriaci di fiabesca concezione.

    Un’andata e ritorno, quella di Dennis, nei luoghi del cuore ma anche comuni, tra razzismi, dolori e rinascite. Come la sua. Come in questo film presentato al 72mo Trento Film Festival per la regia di Michael Haunschmidt, con le inquadrature immerse nel bianco e rotte solo da linee disegnate sullo schermo e una narrazione che gioca tanto con i formati, si passa dal 4:3 al panoramico, quanto con il punto di vista, alternando riprese in soggettiva a quelle oggettive.

    Una diversità grammaticale, cinematograficamente parlando, e una colonna sonora che da sola vale il prezzo del biglietto, per trattare di diversità. Di difficoltà di convivenza con la diversità che, invece, come imparerà Dennis “è da celebrare perché DIVERSO è fantastico.” Ne volete una prova? Eccola QUI

  • Dalla Bosnia con stupore. Souvenirs of War al Trento Film Festival

    Dalla Bosnia con stupore. Souvenirs of War al Trento Film Festival

    [di Emanuela Macrì] Come si misura la distanza fra Memoria e Storia? E come si misura la differenza fra le memorie dei singoli? E ancora, può un evento devastante quanto solo una guerra lasciare nella memoria e sul territorio impronte tanto diverse tra loro? O, non lasciarne alcuna? Domande che risuonano nell’anima dopo la visione di Souvenirs of war, lavoro del regista tedesco Georg Manuel Zeller presentato nella sezione Orizzonti Vicini del 72mo Trento Film Festival.

    Un viaggio, il suo, compiuto su più gambe, visto da più occhi, angolazioni. Dallo sguardo del veterano di guerra a quello del turista guidato, per arrivare alle mani dell’imprenditore o del giocatore (??) di softair. Perché la Bosnia che esce dai fotogrammi è una terra sospesa tra le ferite mai rimarginate e una pelle nuova, intatta. Tra ciò che rimane di un massacro, che siano i ruderi degli edifici bombardati e poi abbandonati o un istituto di medicina legale che tenta di ricomporre destini attraverso i resti umani ritrovati, e ciò che di quella tragedia è stato rimosso, coperto, cancellato.

    Un’opera che trova nel documentario la sua forma migliore, ottimale. Con le voci a raccontare. Del dolore per la scomparsa di un padre di cui non si è ancora conosciuto il destino, di una vita in cui le conseguenze della sindrome da stress post traumatico hanno rotto ogni rapporto affogandolo in alcool e droghe, delle generazioni sfiorate dal macello che cercano l’adrenalina della guerra simulata nei luoghi dove nessun dramma è stato finto.

    Storie così diverse e distanti, eppure così vicine geograficamente. Distanze che colpiscono. E che pongono l’interrogativo sulla gestione della memoria, sulle modalità di affrontare un passato tanto prossimo che non può subire un processo di rimozione. Ma nemmeno ingabbiare.

  • Trento Film Festival 2024: Contadini di confine. Sì, ma quale?

    Trento Film Festival 2024: Contadini di confine. Sì, ma quale?

    [di Emanuela Macrì] Una prossimità geografica che diviene baratro amministrativo. Lembi di terra divisi da limiti burocratici. Realtà di un confine, quello che separa il Trentino dell’alta Val di Non e della Val di Fiemme dall’Alto Adige, che dalle parole di chi ci abita risulta una linea immaginaria e, forse solo, immaginata. Contadini di confine, il nuovo lavoro di Michele Trentini presentato al 72 Trento Film Festival  – Premio Dolomiti Patrimonio Mondiale, istituito dalla Fondazione Dolomiti UNESCO e dalla SAT Società Alpinisti Tridentini – narra proprio questo.

    Lasciando il racconto nelle mani delle persone che ci abitano, lavorano, che hanno scelto di rimanere in luogo di quell’ideale divisione vinta, sconfessata da un’esperienza di cooperazione lavorativa capace di superare ogni confine, soprattutto mentale: un caseificio che nella collaborazione di attività che entro e oltre quel confine, da qualsivoglia punto lo si guardi, ha trovato la sua prerogativa.

    Un prodotto di qualità, quel formaggio che qui viene prodotto dal latte conferito dagli allevatori del luogo, che va oltre il gusto e le proprietà organolettiche, perché è il risultato di quelle realtà quotidiane, del lavoro e delle scelte delle persone che lavorano, portano avanti tradizioni, non si arrendono a una burocrazia spesso scoraggiante. Un lavoro indispensabile per un territorio che senza di esso subirebbe modifiche capaci di comprometterne l’esistenza.

    Un formaggio che meglio di ogni altra cosa racconta di quel confine e della sua inconsistenza se vista dai prati durante il periodo della fienagione, dai pascoli e dalle stalle. Un confine con cui si fanno i conti solo sulla carta. Nemmeno la differenza idiomatica, e culturale, possono prevalere su una realtà di condivisione. Una linea di divisione che nella realtà non è tale.

  • Coppa Italia Frecciarossa 2024: Conegliano, ancora tu!

    Coppa Italia Frecciarossa 2024: Conegliano, ancora tu!

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] “Domani si ricomincia da zero” diceva Marco Gaspari al termine della semifinale di sabato, dopo aver strappato uno dei due pass per la finale di Coppa Italia Frecciarossa 2024. Dopo che la sua Allianz Vero Volley Milano era riuscita ad aver la meglio, al termine del quinto set, sulla Savino Del Bene Scandicci guidata da Massimo Barbolini. Vita migliore, invece, per Daniele Santarelli e la sua Prosecco Doc Imoco Conegliano che chiudevano la pratica in tre comodi set, mai in discussione, ai danni della Reale Mutua Fenera Chieri. Ma domani è oggi, il PalaTrieste è sold out con 6.743 presenti e si ricomincia da zero sì, ma si arriva a cinque, set. Quelli necessari a Santarelli, Wolosz MVP e compagne per avere la meglio sulle avversarie e avere, di nuovo e per la sesta volta, la Coppa Italia tra le mani e in bacheca.

    Fotogallery di Riccardo Giuliani per Get Sport Media festa Imoco QUI e della finale QUI

    Le video interviste post gara di Daniele Santarelli QUI Alessia Gennari QUI Monica De Gennaro QUI

    Prosecco Doc Imoco ConeglianoAllianz Vero Volley Milano 3-2 (25-21; 22-25; 25-19; 15-11)

    Primo set – Milano sbaglia, Imoco no

    Inizia con un servizio in rete di Alessia Orro il match e con Conegliano subito avanti. Le lombarde rincorrono per tutto il parziale ma le venete si tengono a una distanza di sicurezza, incrementando un vantaggio che dal 10-6 (e chiamata di time out di Gaspari) arriva al +8 (19-11). A pesare sono i tanti errori di Milano e non basta una super Brenda Castillo perché Imoco difende tutto e recupera di più. Ma quando tutto sembra scritto Milano torna (in sé) accorcia le distanze e da 20-12 si porta a 21-19 per il time out di Santarelli. Ma poi Egonu e compagne si distraggono e il set ball è di Sarah Fahr.

    Secondo set – Inversione di tendenza

    Avvio di parziale con qualche inciampo Conegliano e Milano ne approfitta. Mantenendo un vantaggio che, però, non supera mai il +3. Imoco però si riprende e riprende quota, il pari 16 è di Sarah Fahr e il sorpasso 17-16 di Isabelle Haak ma Paola Egonu riporta la parità. Ci si gioca tutto dal 20 pari con Milano che spinge e il 21-23 è una parallela perfetta di Egonu (la migliore delle sue con 9 punti personali) che replica con un pallone a terra all’incrocio delle linee di fondo campo. Il set ball (22-25) di Milano, invece, è un servizio in rete di Marina Lubian.

    Terzo set – Imoco senza appello

    Break veneto per iniziare (4-0) a segnare un vantaggio che poi viene mantenuto e incrementato (14-7). Qualche errore al servizio per Milano che poi cerca di riagganciare le avversarie (20-16). Il set ball (25-19) è un mani fuori di Robinson Cook che beneficia, però, di un recupero a fondo campo di Monica De Gennaro.

    Quarto set – Milano ci crede (e fa bene)

    Milano entra in campo e alza subito la voce (6-9) e Conegliano chiede tempo. Per riflettere, rimettere in ordine gioco e idee. Ma se il muro 11-7 di Raphaela Folie sembra dare una certa piega al set, una parallela di Robinson Cook (16-15) sembra portate la barra del timone in verso contrario. Ma Egonu mura Plummer (20-16) e poi firma un ace (22-17) che vale un set, il quarto poi vinto 19-25 con un muro con urlo di Miriam Sylla. E il quinto, chiamato al verdetto definitivo.

    Quinto set – Tanta Conegliano

    Dopo un avvio punto a punto il 4-5 è un muro, il secondo del set di Folie. Ma il sorpasso veneto non si fa attendere ed è Alessia Gennari (7-6), “un coniglio estratto dal cilindro” come dirà poi Santarelli, a firmarlo. Da qui l’accelerazione delle venete, aiutate da qualche errore di troppo nella metà campo lombarda. Fino all’ultimo errore, quel che segna 15-11 sul tabellone, la fine della partita che assegna la Coppa Italia Frecciarossa 2024 e l’inizio della festa gialloblu.

  • Perugia lotta, vuole e conquista la Del Monte Coppa Italia 2024

    Perugia lotta, vuole e conquista la Del Monte Coppa Italia 2024

    [di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] Dieci set del sabato pomeriggio per dire che la Finale di Del Monte Coppa Italia edizione 2024 sarebbe stata quella tra Perugia e Monza. E quattro, quelli di domenica, per mettere la Coppa sul bus direzione Perugia. La formazione di coach Angelo Lorenzetti, infatti, lotta e non ha vita facile contro una Monza che non lascia nulla di intentato e ben poco ha da rimproverarsi, ma alla fine trova il matchball nelle mani di Flavio Resende. E l’Allianz Arena di Bologna, già calda, caldissima, si fa incandescente. Per un nuovo trofeo appena conquistato, per il suo MVP Oleh Plotnytskyi e una formazione che nonostante tutto non si è fatta travolgere dai tanti nonostante. E scrive il suo nome nell’albo d’oro della Coppa Italia di pallavolo maschile. Così:

    Tutte le foto di Riccardo Giuliani per Get Sport Media QUI

    Le video interviste post gara di Emanuela Macrì ad Angelo Lorenzetti QUI e Gianluca Galassi QUI

    Sir Susa Vim Perugia Mint Vero Volley Monza 3-1 (22-25; 25-21; 25-15; 25-23)

    Primo set- quanta Monza. Danze aperte da un muro di Arthur Szwarc, protagonista di un inizio set con il piede pesante sull’acceleratore insieme a tutta una Monza che riesce a mettere in difficoltà Perugia. E Lorenzetti sul 9-13 chiama un time out che fa riprendere i suoi: dal massimo svantaggio di – 5 (11-16) si rimettono quasi in parità. Notevole il 18-19 ottenuto con un’alzata in volo di Simone Giannelli per una diagonale imprendibile di Oleh Plotnytskyi ma se tanto costruisce, è una Perugia che poi tanto distrugge. Con un errore al servizio di Giannelli non riesce a raggiungere Monza 22-22 mentre un altro errore in battuta, di Plotnytskyi, consegna una palla set che Gianluca Galassi trasforma, con un ace, nel punto numero 25.

    Secondo set: Perugia revolution. Rientro in campo ed è subito 3-0 per gli umbri. Ed è subito time out per i lombardi che rientrati con due muri (Szwarc e Galassi) si portano -1. Perugia tiene botta e vantaggio e trova nel muro di Wassim Ben Tara (14-11) il punto di non ritorno.  E se sul 16-12 segna il suo vantaggio maggiore è con l’attacco da seconda linea di Giannelli (20-16) che chiude idealmente un set (poi risolto ancora da ben Tara 25-21).

    Terzo set: la finale inizia qui. E si vede. Da un inizio punto a punto e spettacolo – il 5-5 è uno scambio lungo, tra recuperi sulla linea, difese di piede e tuffi –  a un vantaggio di un paio di lunghezze segnato da un attacco di potenza di Semeniuk per una Perugia in corsia di sorpasso: il 14-7 il primo tempo di potenza di Solè ha il sapore di una sentenza. E l’ace 17-8 di Ben Tara è la conferma. Il resto è una marcia, trionfante, degli umbri che chiudono grazie a un errore sotto rete degli avversari, 25-15.

    Quarto set: Perugia è tricolore. Monza parte bene, e gestisce un vantaggio che arriva a quota + 4 (8-12). Ma è proprio sul distacco maggiore che Perugia torna e con break di 4 punti – chiuso dall’ace di Solè – si porta prima sul 12-12 poi con Plotnytskyi sul 13-12 riporta il timone di set e partita dalla sua parte. Ma giusto il tempo di qualche scambio. Monza è lì (15-15 muro di Gabriele Di Martino) e la situazione non si sblocca fino al 20-20 mentre la tensione sale. Come l’energia immessa da Perugia che con un primo tempo di Resende chiude set, partita e manifestazione 25-23.

  • Maja Ognjenović: ritorno in Italia, con sorpresa!

    Maja Ognjenović: ritorno in Italia, con sorpresa!

    [di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] Chi si rivede, sotto rete. E che sorpresa le sue parole (ma le riservo per la chiusura dell’articolo!). Un po’ come quelle sue alzate che fino all’ultima frazione di secondo si capisce a chi siano destinate, banda o centro. Un tocco noto, oltre che un volto e un sorriso dolce, quello di Maja Ognjenović che dopo qualche anno è tornata nel massimo campionato di pallavolo femminile italiano. Qualche stagione dopo quella che l’aveva vista militare nelle file della allora Nordmeccanica Piacenza e ancor prima con la Liu Jo  Volley Modena, ora in forza al sestetto della Savino Del Bene Scandicci di Massimo Barbolini.

    Un’offerta a cui non potevo dire di no. Per più motivi. Dopo 7 anni a Istanbul – racconta la regista serba – sentivo che la mia storia nel campionato turco era terminata. Avevo vissuto, ricevuto e dato tanto, forse tutto. Era il momento di investire in un’altra storia.” Di preparare la valigia.

    Il campionato in Turchia è un torneo con poche sorprese: ci sono due o tre squadre ad occupare la testa della classifica. In Italia, invece, il risultato di una partita è più incerto. Così, anche quando affronti squadre che in classifica occupano la metà bassa ti ritrovi comunque a dover giocare al 100% delle capacità. E da quanto ne so, questa è una situazione che esiste solo qui.”

    Atleta di grande esperienza, con un palmares di tutto rispetto – dalle due medaglie olimpiche a quelle mondiali con la maglia della nazionale serba, passando per i successi, coppe e scudetti, con i club – per Maja Ognjenović quello con l’Italia non è mai stato un addio. Tornare, quindi, era uno dei punti fermi della to do list della vita.

    Qui ho ritrovato un campionato di livello superiore rispetto a quello che avevo conosciuto, cresciuto grazie alla presenza di atlete, italiane e straniere, che stanno dando un contributo importante. Quando è stato il momento di valutare la proposta di Scandicci ho pensato proprio all’organico, alla squadra delle ultime stagioni.” Questa la spinta per dire di sì.

    La scintilla è scattata quando ho avuto notizia di questa offerta, della possibilità di giocare con atlete di così alto livello, compagne per me nuove. Una su tutte Zhu Ting che avevo incontrato solo da avversaria quando vestiva la maglia del VakifBank mentre io ero dall’altra parte della rete con quella dell’Eczacibasi.” La squadra che in panchina vedeva proprio Massimo Barbolini. Un’offerta che non poteva, dunque, non cogliere. “Saputo che lo avrei ritrovato a Scandicci, dopo l’esperienza in Turchia, non ho più avuto alcun dubbio.” E firma del contratto fu.

    Ma il motivo primo che l’ha portata in Italia, di nuovo, è un altro. “Beh, il mio sogno era di terminare la mia carriera in Italia.” SCOOP! “Ma non è detto che succeda in questa stagione!” Ok, per lo scoop attendiamo. C’è ancora tanto lavoro da fare, palloni e gioco da distribuire. Tutto il resto può aspettare. Compresa ogni sorpresa.

  • Andrij Ševčenko al Festival dello Sport. La vita dopo il calcio e il gol della vita

    Andrij Ševčenko al Festival dello Sport. La vita dopo il calcio e il gol della vita

    [articolo e foto di Emanuela Macrì] È un’ovazione, una vera ovazione, quella che accoglie Sheva. E se, sì, il suo nome è Andrij Ševčenko per tutti era e rimane Sheva. A confermarlo il coro che accompagna il suo arrivo sul palco e trasforma il S.Chiara in S.Siro, l’Auditorium di Trento nella curva sud di Milano “Non è un brasiliano però, che gol che fa, il Fenomeno lascialo là, qui c’è Sheva!”. E lui si commuove mentre stringe la maglia della nazionale ucraina, quella con il numero 7 che porta il suo nome e gli viene consegnata da Alessandra Bocci e Alessandro Alciato, con lui a dialogare.

    Con sincerità e misura, doti che lo hanno fatto amare da tutti, in campo e in panchina. Dal popolo rossonero che non ha mai dimenticato il suo campione e dagli avversari che lo hanno sempre rispettato. Ma perché tanta stima, unanime? “Forse perché ho sempre tenuto fede agli insegnamenti dei miei genitori, i valori con cui mi hanno cresciuto. Il rispetto per gli altri e l’umiltà, prima di tutto.”

    Insieme all’amore. Per il calcio per la maglia rossonera, in particolare “perché il Milan è una famiglia”, quella del Pallone d’Oro vinto nel 2004. La stessa indossata calciando il rigore che per Sheva è il suo “gol della vita: il tiro dal dischetto (il quinto di cinque, NdR) a Manchester. Finale di Champions League 2003. 28 maggio. Contro la Juve” Davanti a lui la porta e Gianluigi Buffon. E una pagina di storia rossonera da scrivere. Tutto in un rigore. Tutto in un gol da realizzare o no per una coppa da vincere o no. Dopo quei secondi che son sembrati ore, quei metri lunghi chilometri per arrivare al dischetto, pensando solo a come calciarlo. Prima di una coppa alzata al cielo pochi minuti dopo da capitan Paolo Maldini.

    Ma c’è una vita anche dopo il campo. “L’addio al calcio è arrivato da solo. Quando ho sentito di aver dato tutto come calciatore. È una cosa molto soggettiva, un momento molto personale. Per me arrivato come un fatto naturale.” Anche se il calcio non perderà il suo campione e alla domanda se tornerà a fare l’allenatore risponde con un “ho bisogno della sport nella mia vita, non so vivere senza.”

    Prima, però, c’è un incarico da consigliere commissionatogli dal Presidente ucraino Zelensky. E qui con voce rotta, fa emozionare un auditorium intero quando bisbiglia “Scusate, non riesco a parlare della guerra.” Poi riprende fiato, con fatica racconta il suo paese oggi. E noi cediamo il passo. La cronaca di quei minuti finisce qui.

    Perché vogliamo finire questo articolo con il nuovo amore di Andrij Ševčenko, il golf e quel tiro perfetto che da un green improvvisato sul palco del Festival dello Sport di Trento fa planare la pallina direttamente nelle mani di Alciato, improvvisatosi buca per l’occasione. Mentre negli occhi di tutti e tutte le presenti quella pallina prende la forma di un pallone e ricorda “Non è un brasiliano però, che gol che fa!”. E quanta nostalgia di questo signore del calcio, campione d’umiltà ed eleganza tecnica.

  • TFF71 La pattumiera dell’Artico. The North Drift, l’Elba e un fiume di rifiuti

    TFF71 La pattumiera dell’Artico. The North Drift, l’Elba e un fiume di rifiuti

    [di Emanuela Macrì – foto web] Premio Green Film al Trento Film Festival per The North Drift di Steffen Krones, un viaggio incredibile verso una verità che pochi conoscono ma tutti dobbiamo temere. L’Artico, quel luogo che nell’immaginario collettivo è abitato da candidi ghiacci e cieli tersi, sta soffocando in un mare di plastica e rifiuti. Come è possibile tutto questo? Come si spiega questo disastro silenzioso e galleggiante?

    Dresda, 51mo parallelo Nord. Isole Lofoten, 68mo parallelo Nord. I punti A e B del nostro viaggio nelle acque del fiume Elba che, passando per la città tedesca sfocia nel Mare del Nord portando con sé una, letterale, ondata di rifiuti. Quelli che poi colonizzano, tolgono ogni respiro alle coste della Norvegia e poi su, fino al mare Artico. È dimostrabile quanto sostenuto?

    Non solo, è pure dimostrato da Krones, il regista tedesco che dopo un viaggio alle Lofoten riparte dalla sua città, Dresda, per tracciare il percorso dei rifiuti lungo il fiume e grazie ad un’ideale bottiglia di birra, una boa dotata di GPS che vi nuoterà fino al mare Artico. Un’avventura incredibile, in compagnia di Christian, norvegese di origini inuit che da anni con il suo kajak segue progetti e, materialmente, si occupa di ripulire le isole che ha scelto di abitare.

    Le immagini e i dati che passano nel documentario sono sconcertanti. Alle tonnellate di plastica recuperate fanno eco quelle di microplastica, particelle minuscole e non intercettabili che finiscono nelle acque, nelle falde e nella catena alimentare. Consumare plastica per poi mangiarla. Senza preoccuparsene. Anche se dovremmo, prima che sia troppo tardi. Anzi no, perché troppo tardi lo è già. Ora possiamo solo, dobbiamo, limitare i danni.

    Quelli che hanno portato alle immagini di apertura, con una busta che galleggia in un mare blu, in mezzo a pezzi di ghiaccio. Ripensando allo stile di vita usa e getta che sta trasformando l’Artico, l’ecosistema tra i più complessi sulla Terra, in una pattumiera. Ripensando allo stile di vita che ci vede consumatori – inconsapevoli o disinteressati – dei nostri stessi rifiuti.