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  • XFactor 11: il branco dei social e gli inediti protagonisti del quinto live

    xfacto11 vivocult[di Emanuela Macrì – foto fonte web] Arriva il primo traguardo a XFactor11, quello dell’inedito. Perchè a turno e quasi tutti i e le concorrenti del talent lo hanno dichiarato: l’obiettivo è quello di poter salire sul palco per cantare il proprio pezzo o, perlomeno, quello che non sia una cover. Da lì in poi, a quanto pare, i lampioni della strada da percorrere sarebbero accesi. Condizionale d’obbligo, almeno per scaramanzia.

    Prende forma così il quinto live, con una prima manche dedicata ai pezzi (ancora) non pubblicati ed una seconda alle assegnazioni che, con una formula a “volo d’uccello” e in un sol fiato, ha proposto tutte le esibizioni senza stacchi, chiacchiere, giudizi e scazzottate verbali. Ricetta che in questa sede ci permettiamo di eleggere vincitrice morale della puntata, senza se e senza ma.

    Ma non di architetture televisive né di scenografie (con i grandi assenti della serata, ovvero gli applausi per Tommassini) ci occuperemo. E nemmeno delle cover protagoniste della seconda parte della trasmissione, che nella proposta riassuntiva hanno deliziato un pubblico preoccupato di una lungaggine poi evitata.

    Parliamo, dunque, degli inediti, alcuni dei già ascoltati altri, invece, creati per l’occasione. Non ci occuperemo di tutti, però. E non per snobismo ma per la precisa scelta di occuparci di ciò che vale la pena di essere messo agli atti. Se con i Maneskin e la loro Chosen non ci sono sorprese all’orizzonte ecco allora che Samuel Storm alla prima, vera prova, sembra presentarsi impreparato e The story rivelarsi la narrazione sbagliata.

    Lorenzo Licitra consegna una prova pulita, affrontando In the name of love scritta per lui da Zampaglione (non Federico ma Fortunato). Ma non fa saltare dalla sedia. Questo no. Per Enrico Nigiotti, invece, con la sua L’amore è (con un credimi periodico senza nemmeno una virgola) è un en plein di consensi, cuori e abbracci. Anche dell’(ormai ex) perfido Agnelli.

    Chi, invece, sorprende è Rita Bellanza che sulle note della canzone scritta da Levante (leggasi “mossa scaltra”) Le parole che non dico mai, serve l’esibizione che non ti aspetti, non perfetta ma migliore delle sue altre. E che, in tutta probabilità, l’ha salvata da quell’ultimo scontro finale in cui la spunta su Gabriele Esposito.

    E qui è il caos. Dopo l’eliminazione, infatti, quel Nirvana raggiunto in puntata trai giudici si sgretola inesorabilmente lasciando il posto al Rumore invocato dall’inedito dei Ros con un offesissimo Fedez che non perdona al collega il mancato (invocato) tilt e abbandona la postazione. Il resto lo fanno i social network alzando le barricate contro Rita che, anche qualora non meritevole di un posto nel loft, si trova a fronteggiare una situazione smisurata. Il branco della tastiera social, infatti, si divide tra chi con fermezza la vorrebbe sul treno destinazione casa e chi usa un’ironia insipida per acchiappare qualche like. Ma la logica del branco è orribile proprio in quanto tale e la questione sta prendendo una piega non accettabile.

  • Di cotiche, torte nuziali e neopunk. X Factor 11, atto secondo

    x-factor 11 vivocult emanuela macrì[di Emanuela Macrì – foto fonte web] Secondo round (live), vetriolo qb e un mare di plastica. E Luca Tommasini a ricevere il primo applauso della serata sulla fiducia, ancor prima di aver udito una sola nota, di aver visto un centimetro di scenografia. Si può riassumere così la puntata numero due del talent numero uno, dove l’impegno per promuovere campagne a favore di un mondo più civile e vivibile, come il lodevole sostegno (anche scenografico) a #unmaredasalvare, non sembra pari a quello di mettere sul vassoio buone prestazioni canore.

    A X Factor 11, infatti e al momento, sembrano tenere banco i picchi che caratterizzano il grafico dell’andamento di un’edizione che mostra qualche segno di stanchezza puberale. E allora, per offrire una spinta emotiva capace di incoraggiarne la crescita e per darci un motivo valido per non disertare l’appuntamento numero tre, ecco una decisione: qui e questa volta, tratteremo solo della metà alta del grafico di cui sopra, tralasciando volutamente tutto ciò di cui avremmo volentieri fatto a meno.

    Partiamo, così, dall’apprezzato ritorno della gara in due manche e della votazione condivisa tra giudici e pubblico chiamato ad emettere l’ultimo verdetto della serata, in supplenza di un bancone incapace di decidere e per questo ricorso al sistema del tilt. A lasciare il palco e il loft, dopo l’ultimo scontro contro il gruppo dei Ros sarà Virginia Perbellini che alla celentaniana Svalutation degli avversari ha opposto, trovando meno fortuna, la sua versione di Rise Up di Andra Day.

    Ma come si è arrivati alla sfida finale? Attraversando una serata di buone performance, come quelle di Sem e Stenn alle prese con tutine in lattice e una canzone di Marilyn Manson a cui trovare nuova forma. Oppure con la voce calda e indiscutibile di Samuel Storm, che da vera tempesta (come ricorda Levante, partendo dalla traduzione del cognome) ha regalato una versione di Unsteady degli X Ambassadors da brividi.

    E se Camille Cabaltera con Chandelier di Sia e Lorenzo Licitra con Miserere di Zucchero non riescono a mettere tutti d’accordo, l’esibizione dei Maneskin con Beggin’ dei Madcon (cover dei The Four Season) piace all’intero pianeta studio e social. Come piaciuto, e non poco, è il pezzo a cappella (di Gloria Gaynor, mica cotiche…) regalato al pubblico da Manuel Agnelli, capitano degli stessi Maneskin, che con il loro frontman Damiano d’oro vestito, fanno il pieno di applausi e consensi.

    Parliamo anche dei contorni? Facciamolo! Raccontando di quell’enorme Babbo Natale di plastica sdraiato sul palco di Rita Bellanza, che con la sua La verità (in verità di Brunori Sas), però, non convince a pieno i giudici. Oppure, di una Mara che promette (e mantiene) di usare un linguaggio meno colorito. Tanto a utilizzare le potenzialità della lingua italiana (o circa tale) ci penseranno Agnelli, sfoderando il vocabolo (a chi scrive ancora adesso ignoto) pentatoniche, e Fedez che forgerà all’uopo il neologismo, involontario, miusicul. Levante? Nessun volo linguistico particolare, perché alle prese con le regole sfuggenti a una “nuova del gioco”, come lei stessa dirà. Da rilevare, però, un uso smodato dell’aggettivo “credibile” che non sfugge al popolo di twitter, che subito sottolinea come la cantante ci vada a nozze.

    E a proposito di matrimonio, eccoci al punto più alto della serata con i Ros a proporre una versione neopunk di Fiori d’arancio di Carmen Consoli cantata dall’alto di una torta nuziale, in versione statuine. Tommasini for President, senza discussioni (né ironia)!

    X Factor 11 secondo round, si diceva. Ed è il caso, davvero, di definirlo così. Perché a quanto pare la sfida più aspra è seduta nella parte sbagliata dell’arena, quella del bancone dei giudici, impegnati in una lotta all’ultimo commento che dà, però, quale unico risultato quello di sottrarre terreno alla musica. Il tempo per rimediare, ad ogni buon conto, ancora c’è. Insieme a quello per #unmaredasalvare. Buon lavoro!

  • Easy – Un viaggio facile facile, verso il proprio est

    easy vivocult macrì cinemaDoveva essere un viaggio facile facile quello di Isi(doro). Un viaggio easy, insomma. Sempre dritto, come il navigatore satellitare gli avrebbe indicato fino al punto di arrivo. Certo, il passeggero d’onore non era la miglior compagnia che ci si potesse augurare ma, davanti a una scelta senza scelta, si deve partire comunque. Anche a bordo di un carro funebre a pieno carico, anche se la missione non è propriamente quella di riportare a casa una vittima del lavoro ma quella di coprire un crimine del fratello (Libero de Rienzo), un imprenditore edile senza scrupoli ma con la preoccupazione di sistemare la questione di un operaio senza contratto.

    Easy – Un viaggio facile facile è un film in cui il regista Andrea Magnani gioca sin dall’inizio con lo spettatore: prima ponendolo davanti all’omofonia della prima parola del titolo, Easy, e il nome del protagonista, Isi per l’appunto, poi divertendosi a mescolare le carte sulla tavola dei generi, restituendo alla sala un road movie in tinte pastello, dalla comicità tenera e quasi amara, una realtà che come spesso accade può superare la fantasia.

    Perché Isidoro (Nicola Nocella) giovane promessa dell’automobilismo rimasta tale, nel viaggio verso l’Ucraina vivrà il suo Grand Tour, il suo romanzo di formazione, l’occasione per uscire dal nido di una cameretta da adolescente e lasciare l’ala protettiva di una madre (Barbara Bouchet) troppo chioccia. Ma, soprattutto, per abbandonare i ripari dell’autodiagnosticata depressione e dei medicinali a cui ricorrere ogni volta che nella vita si affaccia la necessità di rispondere alla domanda “E ora che faccio?”.

    Basterà lasciarsi andare, alzare il piede dal pedale dei freni (in tutti i sensi) inibitori e farsi guidare dalla passione, mai estinta ma appisolatasi nei videogiochi, per la velocità. Basterà la distrazione di un attimo, di una svolta non imboccata e il gioco sarà servito: a cercare sepoltura in un est lontano, non solo per geografia, sarà una vita da numero 2, come ben sottolinea il gilet che Isidoro indossa, regalo di una mamma apparentemente apprensiva ma concretamente nociva per il fisico e l’autostima.

    Da vedere per: incontrare una variopinta umanità e una serie di situazioni divertenti e irreali ma non troppo, per arrivare a un finale che ha il volto del nuovo inizio e convincersi che per comprendersi non è necessario parlare la stessa lingua, ma ascoltare. E per lasciare che l’aggettivo easy (facile) diventi il carburante di ogni viaggio che inizia con la frase interrogativa “E ora che faccio?”.

    Emanuela Macrì

  • Quando la verità è un gioco a incastri. L’estate dei segreti perduti

    vivocult estate dei segreti perduti macrì[di Emanuela Macrì] C’è una verità che ci aspetta, sempre. Ed è un appuntamento con i conti da fare, con i debiti da pagare e, quando va bene, con i crediti da riscuotere. Non è un fatto di età, o non solo, non dipende dalla quantità degli anni trascorsi a seminare la propria storia e questo, Cadence, lo scoprirà presto. È lei la protagonista e voce narrante de L’estate dei segreti perduti di Emily Lockhart, giovane rampolla di una famiglia di quelle che contano: semidèi scesi sulla terra per dare origine a una stirpe di invincibili, i Sinclair sono una famiglia che trova unità solo nelle apparenze. Gelosie e ritorsioni, infatti, sono gli attori principali di una messinscena che trova nell’isola al largo delle acque del Massachusetts, esclusiva proprietà della famiglia, lo scenario perfetto per una catena di misteri e verità non dette ma pronte a svelarsi con effetto domino.

    I segreti del titolo, così, divengono le tessere di un gioco a incastri, fatto di silenzi e vuoti che Cady non si sa spiegare. Vittima di un incidente di cui non conserva memoria alcuna, infatti, la giovane protagonista, dopo una lunga e forzata lontananza dall’isola, pttiene il permesso di fare ritorno al luogo dove solo un gruppo di adolescenti è riuscito a trovare il proprio posto nel mondo.

    E tutto sembra essere come prima, in un’estate che entra in una numerazione tutta particolare e che nulla ha a che vedere con le convenzioni e le datazioni millenarie. Perché niente può avvenire o succederà all’esterno della loro cerchia, un passo fuori quel microcosmo unico e meraviglioso che si ricompone ogni anno, con un appuntamento fisso, nell’isola di famiglia. Nonostante i silenzi dei mesi che li separano, quelle perdite di segnale e contatto che, inspiegabilmente, sono ferite che non lasciano cicatrici. Forse.

    Da leggere con il dubbio per compagno e attrezzati per una verità capace di aprire una diga sulla realtà; mettendo da parte il pregiudizio nei confronti di un romanzo che nell’adolescenza individua (erroneamente?) il proprio pubblico “Perché siamo già stati qui. Eppure è la prima volta. Per un attimo, minuti o forse ore”. E ci siamo stati in un passato che ci appartiene, un attimo prima di diventare grandi. Ne L’estate dei ricordi perduti, ma da ritrovare.

  • Rimini, VivoCult e le giornate del Web Marketing Festival

    VivoCult Web Marketing Festival WMF 2017 #wmf17[di Emanuela Macrì] Qualcuno sostiene che un buon racconto sia tale solo quando anche la sua conclusione sia apprezzabile e apprezzata. Una frase che non si può non condividere dopo l’esperienza vissuta al Web Marketing Festival di Rimini, conclusosi meno di 36 ore fa, con soddisfazione e apprezzamento nel suo pubblico. E se a sostenere tale tesi non bastassero i commenti scritti su social e testate e quelli colti qua e là tra le sale e gli stand del PalaCongressi, eccoci a tirare le fila di un discorso iniziato solo qualche giorno fa, all’apertura dei lavori di venerdì scorso.

    Un inizio carico di buoni propositi: su tutti quello di compiere dei passi in avanti. Missione compiuta? A quanto pare, sì. Non solo per le passeggiate tra gli stand alla scoperta di nuove realtà e possibilità di scambio, e nemmeno soltanto per le fughe nel parco antistante il palazzo dei congressi, per una pausa rigenerante stesi sull’erba. Perché i passi importanti sono stati quelli compiuti stando seduti nelle sale ad ascoltare relatori e relatrici, con la possibilità di formulare domande e la consapevolezza di potersi perdere qualche piccolo particolare poi recuperabile all’indirizzo https://www.gtmasterclub.it/eventi/2017/web-marketing-festival-2017 la piattaforma che per un paio di mesi metterà a disposizione tanto il materiale utilizzato durante gli speeches, quanto la possibilità di scrivere e contattare autori e autrici.

    Un viaggio tra le vie del digitale e dell’innovazione, con nuove interessanti scoperte, e la voglia di sperimentare nuovi mezzi e nuove soluzioni, mettere in atto consigli per crescere e migliorare. Non sarà mancata, poi, qualche delusione per la cauta di certezze che in un mondo in continua e rapida evoluzione sembrano inevitabili. Ma nell’era della condivisione, il confronto porta anche a questo.

    Tante, poi, le opportunità. Di incontrare aziende con proposte di lavoro e collaborazione concrete, di partecipare ai workshop e darsi appuntamento alla Summer school, di veder premiata la propria start up e, ancora, di confrontarsi con il mondo della disabilità con le sue necessità e novità in tema di accessibilità. E molte altre occasioni per una crescita personale e professionale.

    Potremmo concludere con i numeri, con quei 6000 ingressi che testimoniano la crescita costante di un festival, ma anche dell’affezione dei suoi partecipanti stanno trasformando il ritorno in un appuntamento annuale. Non pochi, infatti, hanno lasciato la struttura di via della Fiera puntando l’occhio sulle date della prossima con la piacevole di scoprire che nel 2018 saranno ben tre le giornate del WMF. Segno dei tempi che cambiano e portano con sé la necessità di rimanere connessi e aggiornati, sempre più digital e innovation, ma anche sempre insieme. E allora via al conto alla rovescia, perchè prossimo 21 giugno mancano solo 360 giorni. Arrivederci a Rimini, quindi!

    Per ingannare l’attesa, potrete sfogliare le pagine di VivoCult o accedere alla pagina fb https://www.facebook.com/VivoCultMag/ e al suo profilo Instagram https://www.instagram.com/vivocult/ per vedere e ritrovare immagini e momenti dell’edizione 2017 del Web Marketing Festival.

  • Web Marketing Festival, al via il secondo giorno

    web marketing festival 2017 wmf vivocult[di Emanuela Macrì] Risveglio assolato, quello di Rimini, per una nuova giornata di festival con un Pala Congressi pronto già dalle prime ore del mattino. E nuovi temi a occupare le sale pronte a dare ospitalità a nuovi territori da esplorare. Saranno percorsi tra le vie del digitale quelli che compiremo anche oggi, tra strategie e marketing. mondo mail e comunicazione a 360 gradi.

    Dopo una prima turnazione di interventi, con sconfinamenti nel mondo della satira grazie a Jenus e Feudalesimo e Libertà, ma anche nel mondo del fashion, parlando web marketing e delle modalità di incontro tra utente e prodotto. Poco più in là, invece, è tempo di trattare con la regia SEO e di nuove frontiere della comunicazione, tra social media e piattaforme, strumenti di analisi e nuovi orizzonti professionali.

    In sala plenaria, con la moderazione di Neri Marcorè, si dialoga di comunicazione e crisi o, meglio, della crisi della comunicazione, che riguarda non solo la rete, ma anche tutte le ONG che si trovano nella necessità di imparare a gestirla, insieme a tutte le altre attività del quotidiano. Tra queste anche i social, tra heaters e sostenitori.

    Spazio, poi, alla disabilità, a quel suo universo eterogeneo e connesso, che si approccia e si confronta quotidianamente con il digitale, tra difficoltà e scommesse da vincere, tra accessibilità e nuove applicazioni che cercano di abbattere le frontire. Di compiere alcuni di quei cento passi che sono l’obiettivo del Web Marketing Festival.

    A chiudere i lavori del mattino, dopo l’ottimo l’intermezzo musicale di Ivan Dalia, pianista non vedente anzi no, fortista non guardante come si definisce lui stesso, e poco prima della pausa pranzo, non poteva mancare il tema del momento, quello delle fake news: a trattarne sul palco, tra serio e faceto, i giornalisti del Post e La Stampa e con un intervento dei creatori di Lercio, il notissimo e premiato sito satirico confezionatore di bufale, che con qualche risata congeda una sala affamata, non solo di digital news. A più tardi!

  • Al Web Marketing Festival, tra guerrilla marketing e brand journalism

    wmf vivocult[di Emanuela Macrì] Una breve pausa pranzo e poi ci si rituffa nel mare del digitale, nonostante il mare, quello vero con tanto di spiagge attrezzate ombrelloni e bagnini, disti davvero poco. Ma qui, al Web Marketing Festival di Rimini, è tempo di occuparsi di Brand e YouTube, di consigli per internazionalizzare il proprio e-commerce e prendere lezioni di marketing digitale. Nella sala dedicata a Facebook ci si interroga se il social network possa sostituire la tv e, nel caso in cui la riposta fosse positiva, come ciò possa avvenire e in che tempi.

    Al piano superiore, invece, su un’area dedicata alla stampa si apre la sala della marina tematica per il no profit: è qui che si affronta il tema, quanto mai attuale come quello delle migrazioni, che abbraccia lo storytelling e attraverso questo modus di narrare arrivare sui social e arriva agli utenti. Seguendo una determinata strategia di condivisione, naturalmente.

    E di guerrilla marketing e video ambient, quanto ne sapete? Noi poco, e non è quindi un caso che nel pomeriggio di questo venerdì riminese non ci siamo fatti sfuggire una capatina in sala video marketing per capirne di più. Ad attenderci una finestra aperta sul mondo dei video girati on street su commissione di più o meno noti brand. Non semplici spot pubblicitari, ma veri e propri campioni in viralità, sappiatelo!

    Ultimo scampolo di pomeriggio, dopo una carrellata tra influencer ed engagement, veloci passaggi fra gli stand, qualche libro acquistato e molti scambi di opinioni, si passa a trattare di brand journalism, un nuovo territorio da scoprire. Perché quello del giornalismo che si occupa di un marchio è un tema nuovo, che si scontra con alcuni fondamenti della professione. E c’è di che pensare e discutere.

    Ma ci fermiamo qui, per oggi, e torniamo a respirare l’aria di quel mare poco distante, pregustando la serata che ci aspetta, da trascorrere sulla spiaggia che durante la giornata ha visto bagnanti e vacanzieri e che, in serata, accoglierà la serata organizzata. Perché il Web Marketing Festival è anche questo. E menomale!

  • Iniziano i cento passi del Web Marketing Festival di Rimini

    web marketing festival WMF VivoCult 2017[di Emanuela Macrì] Inizio col botto, è proprio il caso di dirlo, per l’edizione 2017 del Web Marketing Festival. Ad aprire, infatti, sono le immagini de I cento passi, la storia di Peppino Impastato e di Radio Out che Marco Tullio Giordana ha tradotto in (eccellente) opera cinematografica, a scorrere sullo schermo della sala Plenaria del Centro Congressi di via della Fiera e sfociare, tra gli applausi, nell’attacco dell’omonima canzone dei Modena City Ramblers, cantata e suonata live dal gruppo accolto con calore da una sala enorme e via via sempre più affollata.

    Dopo i saluti introduttivi si entra nel vivo dell’evento e ci sposta nelle sale, con un programma di interventi capace di mettere in crisi anche il più volenteroso dei partecipanti, vista l’offerta. Tra Social Media Strategy ed E-Commerce, si tratta di turismo, piattaforme e servizi, passando dal No Profit fino all’Digital Healt, sbarchiamo sul pianeta You Tube che con i suoi “abitanti” tiene banco nella sala dedicata al Video Marketing, con due speeches per conoscere più da vicino la professione dello YouTuber e quindi proseguire addentrandosi nella foresta, digitale manco a dirlo, della scrittura delle web serie.

    Poche sale più in là, invece, si affronta il tema della digitalizzazione nel campo della medicina di base, fondamentale in tempi in cui pazienti sono sempre informati, talvolta troppo o erroneamente, grazie al web, si confrontano con medici che non possono sottrarsi al rapporto con la rete. Sicurezza e personale branding, ancora, e tanti temi dell’attualità. Uno su tutti, che pare aver catalizzato la curiosità di molti, il caso Fedez-Ferragni e l’onda cavalcata da una compagnia aerea per una campagna pubblicitaria tanto incisiva quanto tempestiva da diventare un’emblema di NewsJacking.

    E ancora migrazioni web e consigli per percorsi d’acquisto. “Perché l’obiettivo di questa due giorni – spiega Cosmano Lombardo, chairman del Web Marketing Festival –  è quello di compiere cento passi nel digitale, per abbattere tutte quelle barriere che ancora ci dividono.” Ecco spiegata la presenza anche di Danilo Sulis, amico di Peppino e oggi continuatore del suo percorso con la radio, oggi sbarcata sul web con il nome del film divenuto anche quello di una tv e di un magazine. Un messaggio di opposizione alla mafia, quello di Impastato e compagni che nemmeno un omicidio è riuscito a soffocare. E allora iniziamo a percorrere questi passi, siano cento o meno, con l’auspicio che possano diventare il punto di partenza di un cammino lungo e importante.

    Per camminare con noi, in questi giorni di festival, sono attivi i canali social di VivoCult. Con aggiornamenti, foto, video e dirette ci trovate su facebook https://www.facebook.com/VivoCultMag e  Instagram https://www.instagram.com/vivocult/

  • Web Marketing Festival, Rimini prepara il suo weekend digitale

    WMF_patch[di Emanuela Macrì] Se nelle giornate di venerdì 23 e sabato 24 giugno sarete nei paraggi di Rimini, lasciate per qualche ora sdraio e ombrellone e riparate al Web Marketing Festival, organizzato presso il Palacongressi di via della Fiera 23. Di buoni motivi ce ne potrebbero essere 200, almeno quanti i relatori e le relatrici, oppure 30 come le sale a disposizione dei partecipanti. E se ancora non siete convinti, uno potrebbe farvi cambiare idea: il Festival Beach, il party del venerdì serata targato WMF.

    Divertimento (assicurato) a parte, quelle di Rimini saranno giornate intense per gli addetti ai lavori e per tutte le tante persone attese: dopo i 4.000 ingressi giornalieri registrati nella scorsa edizione, quest’anno ci si prepara a un nuovo record. Come? Con l’allestimento di tante sale tematiche i cui palchi, d’eccezione, ospiteranno tantissimi relatori pronti a raccontare, scambiare esperienze, dialogare con il pubblico tra panel e dibattiti. Ma ci sarà spazio anche per la formazione, con proposte calibrate per ogni livello e moltissime tematiche da affrontare, senza mai spostare lo sguardo dal mondo digitale, vero protagonista della due giorni.

    Ospiti anche il cinema, con un contest per web series in collaborazione con il Roma Web Fest e tante nuove idee in gara per la Startup Competition, rivolta alle giovani realtà aziendali e agli ideatori di progetti imprenditoriali innovativi a contendersi la possibilità di ricevere un primo concreto sostegno. Da non dimenticare anche il WMF Rock Contest, un progetto ideato con Virgin Radio. E, ancora, la possibilità di passare dalla grammatica alla pratica, grazie ai work shop in programma.

    Ma non è tutto e per farsene presto un’idea basta scorrere i nomi delle sale tematiche dedicate ai social media, al marketing, tra turismo, informazione e E-commerce, strategia e innovazione. Per semplici appassionati o professionisti del settore, non ci sarà che l’imbarazzo della scelta. Pronti a dare inizio al vostro digital weekend?

    Non ci resta che darci appuntamento a Rimini, dunque, dove noi di VivoCult saremo presenti in veste di Media Supporters, per documentare e documentarci! Seguiteci tra le pagine virtuali della testata e quelle dei social (https://www.facebook.com/VivoCultMag/), con tutte le novità del e dal mondo digitale e tante immagini, in diretta dalla Riviera romagnola.

    Il programma e tutte le informazioni sono disponibili al sito dedicato https://www.webmarketingfestival.it/

  • La notte che mia madre ammazzò mio padre, nella periferia della commedia noir

    vivocult la notte che mia madre ammazzò mio padre macrì cinema[di Emanuela Macrì – foto fonte web] Una cena che si trasforma in casting e una casa in teatro di posa. La padrona, della scena ancor prima che dell’monumentale e decadente immobile, è Isabel è un’attrice affascinante ma forse poco dotata di talento, di certo in cammino verso il tramonto professionale. Il palcoscenico, però, è un pezzo di vita che non abbandonerebbe per nulla al mondo e pur di ottenere una parte sarebbe di qualsiasi cosa. Sebbene finga, da buona attrice, di nulla. Prende vita così l’azione e una serata che nelle intenzioni ha il solo obiettivo di convincere Diego Peretti, star del cinema argentino, ad entrare quale protagonista e coproduttore di un cast che vede il marito di Isabel, Angel sceneggiatore e scrittore di noir, al fianco della sua ex moglie Susana, produttrice del film ancora sulla carta.

    Quattro chiacchiere amichevoli in una serata capace di complicarsi da subito, con un aereo atterrato in anticipo e un idraulico atteso per sistemare uno scarico maleodorante del bagno, che non arriva mai. E poi?

    A movimentare cena de La notte che mia madre ammazzò mio padre si aggiungeranno l’ex marito di Isabel e la sua nuova fiamma, ospiti non previsti e che, come tali, andranno a rompere i già precari equilibri della tavolata. Con tutto quello che potrebbe succedere, e succederà, in un thriller spruzzato di grottesco.

    Per questo, nonostante la zoppicante grammatica del titolo, terribile ed errata traduzione letterale dalla lingua spagnola, la scrittura di Ines Paris è esemplare: fedele al più scolastico dei paradigmi, confeziona un perfetto esempio di metacinema cucito sui canoni della commedia noir. E il fascino, peraltro, non svanisce nemmeno quando lo spettatore capisce l’intrigo. Perché, contrariamente a quanto potremmo aspettarci, è proprio in quel punto che la trama si arricchisce di particolari e interesse e il racconto decolla davvero.

    Tra l’isteria crescente di Angel, che non urta ma intenerisce e diverte e la bravura di tutto il cast impegnato a “mantenere la continuità narrativa del morto”, mentre ci scappa il morto, in ogni senso. Tra le luci di una giornata che comincia nei larghi spazi di un parcheggio e finisce nella notte, tra i vani di una villa di periferia.

    Da vedere per ritrovare quel retrogusto almodovariano che un po’ tutti ci aspettiamo ogniqualvolta sentiamo parlare di cinema spagnolo. E poi per riderci su, mentre andiamo a indagare i meccanismi della scrittura cinematografica, pensata anche per il teatro, come dichiarato dalla scelta della scena di apertura.