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  • Carlotta Cambi, quanto conta saper fare squadra!

    carlotta cambi getsportmedia cucchetti macrì vivovolley (1)[di Emanuela Macrìfoto Fabio Cucchetti] “Ogni attrazione è reciproca”. Prendiamo a prestito questa breve citazione, perfetta e per nulla casuale, de Le affinità elettive di J. W. Goethe per raccontare una storia. Poi ci spostiamo di qualche secolo e scivoliamo, più precisamente, nel 1996 dei fratelli Taviani per ritrovare quella stessa frase e quello stesso titolo in un film dalla trama rimpastata ma fedele, nell’ossatura, del racconto. In quest’ultimo, come nel nostro, la protagonista si chiama Carlotta, ma nella storia che si srotola davanti a noi non ci sono castelli e nemmeno matrimoni da salvare. Vi troviamo, invece, una grande stagione di volley da raccontare e una giovane palleggiatrice che di cognome fa Cambi e che, a dispetto dei suoi soli (quasi) ventuno anni, di cose da narrare ne ha già più di qualche.

    Ma partiamo dalla fine, dallo storico primo scudetto conquistato qualche settimana fa con la maglia della Igor Gorgonzola Novara, da quella soddisfazione “per una stagione – commenta Carlotta – davvero piena di sorprese. La prima e, personalmente, la più importante è stata quella di giocare molto più di quanto potessi sperare. Ho iniziato la stagione con la consapevolezza di essere la seconda di Laura Dijkema e che trovare uno spazio per emergere non sarebbe stata impresa facile. Questo non significa che non ci sperassi, ho lavorato molto e quando è arrivata la chiamata ho cercato di dare tutto quello potevo”.

    Missione compiuta. “Sì. Ma anche grazie al supporto di Laura. In un momento difficile per lei, si è rivelata una persona di rara intelligenza, dandomi consigli preziosi senza mai ostacolare il mio cammino. La sua generosità mi ha dato la tranquillità di cui avevo bisogno, facendomi capire che alle critiche mosse in un momento no si deve rispondere con l’impegno e il lavoro, con i risultati”.

    Stop, fermo immagine. L’inquadratura è fissa sulle undici vittorie consecutive, dopo un periodo di digiuno. “Perché sono l’emblema – continua la numero 3 della Igor Novara – di tutta la nostra stagione e della nostra forza, quella di saper fare squadra e reagire per presentarsi al palazzetto la domenica con il preciso intento di dare forma a tutto il lavoro svolto in settimana. Fino a quell’ultimo pallone caduto, quell’urlo e la coppa alzata”. Fino a quel finale fissato quale obiettivo fin dall’inizio dei lavori, il 3 agosto scorso, data del primo allenamento.

    carlotta cambi getsportmedia cucchetti macrì vivovolley (2)Un anno non sempre facile, a dirla tutta ma, per dirla con Goethe, “L’eccezionale non lo si incontra sulle vie facili e piane”. E se a guidarti ci sono l’esperienza e la pazienza di compagne e colleghe più grandi, allora anche l’eccezionale, l’impensabile, può riuscire. “La presenza al mio fianco, sia in campo che in palestra, di due atlete di grande esperienza come Stefania Sansonna e Katarina Barun è stata fondamentale, perché sanno dosare le forze e indicarti quando è il momento di premere sull’acceleratore e quando, invece, è meglio alzare il piede dal pedale. I loro insegnamenti sono stati impagabili”.

    Esperienze che si sommano a quelle già vissute, mentre fanno posto a quelle che verranno. “Di sogni nel cassetto ce ne sono tanti ma solo uno ha la S maiuscola e si chiama Olimpiade”. Un appuntamento ancora lontano, che si intravvede appena all’orizzonte, al quale però si deve lavorare sin dall’immediato. Partendo dalle chiamate ai collegiali con la Nazionale, come quella dello scorso anno, tanto inaspettata da non essere nemmeno stata considerata e giunta durante una vacanza, o come quella di quest’anno, con la partenza attesa per la fine del mese di giugno. “Il mio nome nella lista di Davide Mazzanti è la traduzione pratica del motto secondo cui il lavoro paga, sempre”.

    Un futuro ancora tutto da pensare, forse impegnata in quelli studi in Scienze della Formazione che per il momento ha deciso di accantonare “anche se vorrei ritornarci, perché non escludo, da grande, di dedicarmi all’insegnamento. I bambini mi piacciono molto: quando gli impegni lo permettono cerco di trascorrere del tempo con i miei cugini più piccoli. Il nostro è un rapporto speciale”.

    Un futuro, poi, che si spera abbia ancora le sfumature dell’azzurro, come quel passato che qualcosa di importante da dire già ce l’ha. “Tra le esperienze vissute scelgo il bronzo al Mondiale under20 del 2015, un ricordo bellissimo, tanto per l’importanza di occupare un gradino sul podio quanto per le amicizie nate durante il torneo. Una squadra targata 1996 e 1997, fortissima, e un gruppo coeso e vincente”.

    carlotta cambi getsportmedia cucchetti macrì vivovolley (3)Pura chimica o, forse, solo una serie fortunata di coincidenze, come quelle che legano Carlotta al 1996, suo anno di nascita e quello d’uscita del film dei fratelli Taviani da San Miniato, paese natale anche della Cambi. Due registi per una palleggiatrice, una regista che, però, con il cinema sembra non prenderci molto, preferendovi la lettura di romanzi storici.

    “Probabilmente perché in questo ruolo non ci sono nata – chiude Carlotta – ma diventata grazie a un consiglio che ho deciso di ascoltare, quello del mio allenatore quando a Roma giocavo nelle giovanili del Volleyrò, che senza mezzi termini mi aveva prospettato una carriera da attaccante mediocre alla quale potevo rimediare con una da palleggiatrice di livello più alto. Chissà come mai quella volta, contrariamente a quell’indole cocciuta e, ancora oggi troppo spesso poco incline all’ascolto, ho deciso di seguire il suggerimento che poi si sarebbe rivelato sarà la svolta”.

    Forse perché “Ci sono cose che il destino si propone ostinatamente. E alla fine è lui che vince”. Giusto per tornare al cinema, a Goethe e a quell’attrazione, fatale, di Carlotta Cambi per il volley. Che, a quanto pare, è pure reciproca.

     

  • Francesca Ferretti, il valore e la grandezza della semplicità

    get sport media vivovolley francesca ferretti (1)[di Emanuela Macrì foto Cucchetti, Marini e Miccoli]L’umiltà e la semplicità sono le due vere sorgenti della bellezza”. A sostenerlo era Johann Joachim Winckelmann, teorico del Neoclassicismo, il movimento artistico che tra Settecento e Ottocento guardava al passato e alla classicità, riproponendone stile e dogmi e la bellezza della semplicità.

    Come quella del sorriso di Francesca Ferretti, palleggiatrice oggi alla Liu Jo Nordmeccanica Modena, già regista della Nazionale e ancor prima del Club Italia, passando per Chieri, Pesaro e Piacenza, in rigoroso ordine di comparizione. “O meglio – come precisa – solo Francesca. Una ragazza che, certo, fa un mestiere particolare, uno di quelli per cui le persone magari ti riconoscono per la strada. Ma io, nella vita, metto in primo piano la persona, Francy, cercando di essere la stessa fuori e dentro il campo, tranquilla e solare, vera. Non voglio pensare che una maglia indossata possa fare la differenza. Ci vuole la sostanza”. E pazienza, per darsi il giusto tempo per crescere e maturare.

    “Soprattutto in un ruolo, delicato, come quello della palleggiatrice, perché mette alla prova, anche se meno fisico rispetto ad altri dove il gesto atletico impegna maggiormente. La regia mette pressione dal punto di vista mentale ed è anche per questo che rispetto al ruolo si cambia davvero molto durante una carriera. Quale alzatrice maturi sportivamente verso i venticinque anni, indicativamente, quando l’esperienza acquisita si unisce a quell’imprescindibile autocontrollo che è il suo frutto migliore”. Un ruolo davvero tanto complesso? “Ho cercato spesso – racconta Francesca scherzando – di scambiarlo con quello di una schiacciatrice, ma nessuna mai ha accettato. Ci sarà pure un motivo, no?”

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    Forse perché la cabina di regia è il luogo dell’indulgenza, dove confluiscono aspettative e richieste della squadra “e le tantissime informazioni che arrivano in un decimo di secondo e devi cercare di trasformare in un’alzata confacente alle indicazioni della panchina, alle necessità del gioco, alle caratteristiche dell’attaccante”. Parole di un’atleta che di chilometri in campo ne ha fatti parecchi, come tanti sono stati i passi in avanti dal punto di vista del carattere. “Una volta ero molto permalosa. Oggi, invece, ho imparato a ridere di me e vivere con più allegria. Come si cambia e quanto aiutano gli anni che si aggiungono”. Già!

    “A vent’anni ti fai trasportare solo dall’emozione e un errore può lasciare strascichi e cambiare il volto di una partita. Crescendo impari a mettere le mani e i piedi ma soprattutto a disfarti subito del lato negativo, ad assolverti per un errore commesso per rimanere focalizzata sull’obbiettivo. È così che ad un certo punto ti trovi a tagliare il traguardo della sicurezza, del gusto per il tuo ruolo, a gestire la partita con la giusta dose di emotività, vivere il minuto, l’azione, la palla”.

    Perché ogni secondo è prezioso e sa trasformarsi in ricordo. Come i minuti cantati da Madonna, con Justin Timberlake e Timbaland, in quella 4 Minutes che se per molti è solo uno dei tanto brani passati in radio qualche anno fa, per Francesca è un treno diretto nel passato, senza fermate. Poche note capaci di riportare le lancette dell’orologio agli anni di Pesaro. “Quelli Zé Roberto e Angelo Vercesi, gli allenatori brasiliani che mi hanno insegnato quel volley veloce e pieno di combinazioni, quasi alla maschile, quello che adoro sebbene non sia proponibile sempre e ovunque. Anni di vera magia, di sintonia e grande amicizia, come quella con Carolina Costagrande, una compagna capace di regalarmi carica e sicurezza nel medesimo momento. Anni che anno cambiato la mia vita, in meglio, facendomi compiere quel passo decisivo verso la maturità”.

    get sport media vivovolley francesca ferretti (4)Iniziati, però, con un errore che Francesca rifarebbe. “Il primo contatto con la società marchigiana si era risolto con un mio rifiuto alla loro offerta. Un no di cui mi ero subito pentita, ma che non potevo risolvere nell’immediato avendo già preso un altro impegno che volevo rispettare. Poi ci ha pensato la vita ad aprirmi la strada a una seconda possibilità, quella che mi ha portato a Pesaro nel momento giusto. A conti fatti quel no è stato un errore giusto!” E che farà cucire sulla maglietta di Francy il suo primo scudetto. Un tricolore peraltro non estraneo alla reggiana Ferretti: la storia narra, infatti, che per sventolare sulla non ancora unita terra italica, la bandiera scelse la sua regione e più precisamente la sua Reggio. “Al centro di tutto, puntellata di piccoli centri non troppo lontani dalle grandi città, che hanno saputo mantenere la propria vitalità, le tradizioni, la veracità. Credo che l’Emilia sia davvero un posto davvero perfetto per vivere e crescere, anche grazie alla presenza dei suoi abitanti così cordiali e socievoli”.

    Un posto dove vivere “e farsi una famiglia. Quello che vorrei nel mio futuro, anche se non ho ancora un’idea di precisa di quale vorrei fosse il mio domani. Non so quanti anni dedicherò ancora alla pallavolo giocata e tutto mi sembra vicino e lontano nello stesso momento. Da sempre il desiderio è quello di un’attività tutta mia a cui potermi dedicare, a cui dare un’impronta personale, nonostante mi renda conto non essere questo il momento migliore per gli investimenti. Allo stesso modo vorrei fare la mamma, anche se questo non è considerato un lavoro”.

    Soprattutto se di professione sei un’atleta. “Tasto dolente (ma lo sapevamo N.d.R.). Il mondo del lavoro femminile, si sa, in tema di diritti è decisamente lacunoso. Nello sport e nel volley non tira un’aria migliore, anzi. Non ho vissuto il problema in prima persona ma mi è capitato di vedere compagne dover rinunciare al contratto per proseguire una gravidanza. E questo non è difficile capire come possa essere stato, ed essere ancora, un deterrente per molte altre di noi. Negli ultimi anni sono nate delle associazioni che stanno cercando di portare luce e attenzione sulla problematica ma la soluzione sembra ancora un miraggio. È sconcertante dover accettare il fatto di essere lavoratrici senza diritti, e non siamo l’unica categoria, purtroppo. Una normativa che tenga conto delle esigenze e che ci tuteli è quanto mai urgente. Siamo in ritardo di secoli”.

    get sport media francesca ferretti vivovolleyTanti quanti, più o meno, quelli che dividono il Neoclassicismo dalle hit di Madonna, la colonna sonora della carriera di una giocatrice che ha saputo cogliere il lato elegante della semplicità e farne la sua forza. Prima di lasciarci, però, chiedo a Francesca di mettere da parte l’umiltà e pensare a una presentazione che le farebbe piacere facessero di lei: “Beh, se citassero quei cinque scudetti vinti non mi offenderei per nulla. È un grande orgoglio pensare di essere una delle pochissime giocatrici (da qualche giorno raggiunta nel primato da un’altra Francesca, che di cognome fa Piccinini e che quel quinto titolo l’ha vinto affrontando, in finale, proprio Francy e la sua Liu Jo Nordmeccanica Modena) in attività a poterli vantare”. Anche perché non è vanità ma, semplicemente lavoro, dedizione e sudore.

  • Tutto quello che vuoi, se ci credi, è tutto quello che puoi

    tutto quello che vuoi vivocult

    [di Emanuela Macrì – foto fonte web] Terra difficile quella della memoria. Soprattutto quando la senti franare sotto i piedi, perché tradisce o si prende gioco dell’età sparigliando le carte sul tavolo. Di qualsiasi età, ben inteso: perché se spesso diamo la colpa all’avanzare degli anni per i ricordi sparsi come briciole, è altrettanto vero che allo stesso tempo non ci soffermiamo per dare la giusta importanza a tutto quel passato che non ha fatto in tempo a materializzarsi in ricordo.

    Alessandro (Andrea Carpenzano), ventidue anni spesi al tavolino di un bar a dialogare di nulla con gli amici, non ha messo da parte nessun ricordo sua madre, prematuramente scomparsa. Giorgio (Giuliano Montaldo) invece, poeta ottantacinquenne, la vita l’ha vissuta tutta e pienamente, ma nei suoi giorni hanno preso il sopravvento alcuni vuoti che lo trattengono tra un lucido passato e un inesistente presente, vissuto con la leggerezza dell’inconsapevole.

    Il loro sarà un incontro fortuito per un’amicizia improbabile capace, però, di trasformarsi in dono. Così Tutto quello che vuoi (regia di Francesco Bruni) può diventare tutto quello che ottieni, se sei pronto a gettare lo sguardo appena più in là di un “potrei” per superare la barriera dell’età e della distanza. Il resto è un racconto di passeggiate pomeridiane infarcite di dialoghi sospesi tra la profondità dell’esperienza e la noia della gioventù.

    Tema e svolgimento, quelli scelti da Bruni, non nuovi alla settima arte, ma non per questo dal risultato disprezzabile, anzi. Piace e convince il gioco della rivisitazione del passato che pare davvero azzeccato: se le frasi incise dall’anziano poeta in preda alla disperazione sulle pareti di casa agli occhi dei ragazzi appaiono come graffiti, ecco che una partita di calcio alla Playstation può ricordare il grande Torino, con la sua formazione da recitare a memoria, quasi come fosse una preghiera.

    Iniziato come un teen movie, Tutto quello che vuoi si rivela presto un film capace di andare un po’ più in là. Senza la pretesa di essere un capolavoro ma con la sapienza di aver scelto due interpreti, , pieni nel loro ruolo e per questo credibili, distanti il punto giusto sulla scala della vita, ma non per questo riluttanti all’incontrarsi a metà strada.

    Tra qualche sigaretta e parolaccia di troppo, frasi che sembrano insensate e fuori tempo, di uno ieri di sofferenza mischiata a bellezza, di guerra e amori vissuti. Di tesori che arrivano a noi, in un presente che filtra tutto attraverso lo schermo di uno smartphone, dove il confronto con una casa piena di libri e ricordi è il giusto contraltare del vuoto delle famiglie contemporanee, e del vuoto delle stanze che rispecchia quello dei propri rapporti.

    Da vedere per: capire che il tempo lascia eredità che non possiamo permetterci vadano soffiate al vento. Consigliato all’adolescenza e prima maturità, magari in una visione in compagnia di qualcuno con qualche anno in più tra le mani. Per comprendere tutti quei valori che non possono essere dimenticati. E che un “Posso?” può aprire una storia che è tutta un’altra storia.

  • Cose per cui vale la pena vivere: il ritorno nelle sale di Manhattan di Woody Allen

    Manhattan vivocult[di Emanuela Macrì – foto fonte web] È una New York in bianco e nero, bagnata dalle note di George Gershwin ed è impossibile non riconoscerla. È la città che prende forma nei fotogrammi di Manhattan, opera cinematografica di Woody Allen che torna nelle sale italiane a meno di quarant’anni dalla sua uscita ma già in versione restaurata, grazie al progetto Il Cinema Ritrovato della Cineteca di Bologna, al quale è dedicato anche un consigliatissimo festival in programma nella città emiliana ogni anno, a inizio estate.

    Adorava New York, per lui era una metafora della decadenza contemporanea” racconta in apertura Isaac Davis, autore televisivo alle prese con la scrittura, con la sua voce off a correre sulle immagini della città in montaggio, mentre in una sorta di monologo interiore cerca disperatamente l’incipit per il suo libro che trova in “New York era la sua città e lo sarebbe sempre stata”.

    Adorava New York e continuerà a venerarla, come dichiarerà in molte delle sue pellicole a venire in cui la sua città avrà sempre un ruolo di primo piano e non finirà relegata a sfondo amorfo e incolore. Profetico, dunque e se vogliamo, Manhattan annuncia molte delle caratteristiche del cinema di Allen, in quegli anni già maturo stilisticamente, sempre riflessivo e pronto a cogliere stimoli dell’interiorità.

    Dall’ironia frizzante al sarcasmo fintamente appena accennato, passando per la difficoltà dei rapporti interpersonali, trattati con il filtro autoriale di un’estetica che impareremo ad apprezzare e continueremo a cercare tra i fotogrammi del regista, tra dialoghi serrati e una mimica inconfondibile, con un’isteria fattasi arte e un’onestà intellettuale e umana che non si può non riconoscergli.

    Non sono i premi, molti anche mancati, a fare grande questa pellicola ma le scelte stilistiche operate, dal bianco e nero al formato panoramico, dalla colonna sonora al montaggio attento. E se ancora non siete convinti, ecco la scena in cui un Allen/Davis sdraiato sul divano registra su cassetta alcune riflessioni, finendo per interrompere per l’ennesima volta i pensieri e voltarsi a ripensare al passato e alle sue tante sfumature sul presente.

    Il tutto muove da un “Perchè vale la pena di vivere” a cui si potrebbero aggiungere le motivazioni per le quali, vale la pena di rivedere un capolavoro come Manhattan. Uno su tutti? La risposta del protagonista all’accusa di sentirsi Dio: “Beh, a qualche modello dovrò pure ispirarmi!”. E allora prendiamola come un consiglio e… lasciamoci ispirare.

  • Al Trento Film Festival, per un pieno di Islanda e tante storie d’alta quota

    18301329_10158623504200335_743377455718216129_n[di Emanuela Macrì] La montagna al centro dell’universo cinema, a Trento per una settimana, quella del Trento Film Festival che compie sessantacinque anni, anche se non li dimostra. Lasciatosi alle spalle la dicitura di Film Festival della Montagna per aprire nuove prospettive, gode di ottima salute e vanta un netto trend di miglioramento, con sale piene, biglietti esauriti già nei giorni precedenti e tante occasioni per parlare, ascoltare, respirare l’aria buona dell’alta quota. Per scoprire che non è indispensabile essere degli alpinisti o abili sciatori per amarlo. Dagli incontri programmati fin dal mattino alle proiezioni pomeridiane e serali, si può passeggiare tra le immagini delle mostre fotografiche, i brunch, le serate con ospiti speciali e le chiacchiere con gli autori e le loro opere, da consultare e comprare presso MontagnaLibri, il tempio della letteratura tematica. E ci si può innamorare di un universo anche se lontano, non per questo ostile.

    Un’occasione per approfondire, conoscere e amare il mondo sopra il livello del mare, ad ogni latitudine. Anche quelle dell’Islanda, paese ospite dell’edizione 2017, da oggi più vicina al Trentino, con i suoi luoghi magici, i panorami mozzafiato e le aurore boreali a cui dare appuntamento. A condurre nell’isola, le immagini e i racconti di chi l’ha vissuta da turista o per professione, da amante o di chi l’ha conosce da vicino perché ci è nato, come Johanna Hauksdottir,  compagna di vita di Fabio Volo.

    La coppia, ospite di un Auditorium S.Chiara strapieno, racconta al pubblico divertito di una vita ad altre velocità e temperature, di abitudini tanto diverse da suscitare un po’ di invidia, per quel rapporto così speciale con la natura invadente e traboccante, di un paese orgoglioso delle proprie origini e della propria forza di resistere.

    Ma c’è anche un’altra montagna a passare dalle sale trentine, la compagna di scalate o palcoscenico di una guerra lontana, ma pur sempre protagonista, madre e figlia di ogni storia in pellicola, molto donna. Come nel caso di Gulistan – Land of roses, Premio della Giuria, il documentario della regista canadese di origini curde Zayné Akiol capace di narrare la lotta delle donne PKK attraverso gli occhi, le espressioni, l’addestramento e le battaglie quotidiane di un gruppo di guerrigliere minacciate dall’ISIS e pronte a sacrificare la propria vita per il popolo e la propria terra.

    Fa parte della sezione Alp&Ism, cambiando sguardo, la storia di Vanessa Francois, alpinista francese vittima di un incidente che la priverà dell’uso delle gambe ma non dell’amore per la roccia. Eloise Barbieri, videomaker e climber, decide di seguirla nella sua impresa di affrontare il Gran Capucin, nel massiccio del Monte Bianco, e il risultato è Une vie a apprendre, un documentario intimo e intenso, sul senso del limite e dell’accettazione quale consapevolezza della capacità e mai rinuncia.

    Bisogna andare molto più a sud, invece, in un altro emisfero, per raggiungere Samuel in the clouds, l’opera vincitrice che alla Genziana d’Oro di Miglior Film aggiunge altri premi e ci trasporta tra i ghiacciai della Bolivia. Qui, dalle mani del belga Pieter Van Eecke, nasce il racconto di una vita in alta quota, sospesa tra i cambiamenti degli anni e la volontà di tradizioni, nonostante tutto e tutti, da portare avanti.

    In marcia, come il Trento Film Festival che terminate le giornate in città inizierà un viaggio per in altre terre, con tutte le sue pellicole, emozioni e colori per i prossimi 365 giorni, quelli che mancano alla prossima edizione. Il conto alla rovescia, per chi lo conosce, ama e aspetta, è già iniziato. Perché di certe altitudini, quando impari a respirale, non riesci più a farne a meno.

    Tutte le informazioni, in costante aggiornamento, sono disponibili sul sito http://trentofestival.it/ Una  raccomandazione, invece, è d’obbligo: se avrete l’occasione di imbattervi in TFF365, non lasciatevela sfuggire. Vale molto, molto di più del prezzo del biglietto!

  • CLF4Rome: è una Sir-spettacolo quella che conquista la finale con il Kazan

    sir semifinale champions macrì papa vivvolley getsportmediadi Emanuela Macrìfoto Laura Papa] Una squadra russa in cerca del tris, dopo la vittoria del titolo nelle ultime due edizioni e un allenatore italiano, Roberto Serniotti, sulla panchina della squadra della città famosa per il Muro caduto nel 1989: è Berlin Recycling Volleys – Zenit Kazan la sfida che apre la due giorni di Final Four CEV Champions League a Roma. E per un muro protagonista della storia contemporanea c’è un tocco, a muro, che porta alla prima chiamata di challenge del lungo weekend di volley. Un’azione da rivedere fotogramma per fotogramma, per confermare il punto per una formazione tedesca che ci prova per due set, ricorrendo e persino portandosi in vantaggio fino a quando la squadra russa, nel terzo parziale cambia marcia, mette la freccia e chiude la pratica. Il tabellone fissa, così, il 0-3 (21-25; 22-25; 13-25) che proietta il Kazan verso una finale che, negli occhi sorridenti di Mattew Anderson: “Sarà bellissima comunque vada, perché è meraviglioso giocare in Italia!”, mentre coach Serniotti, a caldo riconosce di non aver sfruttato le già poche possibilità concesse da una squadra come quella del collega Vladimir Alekno. Ma apprezza il buon gioco visto nella propria metà campo nei primi due set.

    Finisce così, con le dichiarazioni di squadre e tecnici ai microfoni dei giornalisti disseminati lungo il corridoio adibito, la prima parte del sabato pomeriggio in un PalaLottomatica che non ha deluso in termini di presenze: se per la prima semifinale i posti occupati risultavano 9mila, per la seconda si aggiungeranno altre duemila persone.  11mila anime per la festa, quella vera, quella che parte dagli spalti e rimbomba nello stomaco, con la Sir Sicoma Colussi Perugia e Cucine Lube Civitanova a darsi battaglia sul campo.

    Da una parte la squadra di Lorenzo Bernardi a giocarsi l’obiettivo della stagione, quella Champions League voluta dalla società di patron Gino Sirci e portata in terra capitolina, dall’altra il sestetto di Gianlorenzo Blengini, a cercare nella finale un altro anello da aggiungere alla catena di una stagione sugli scudi e ancora da concludere.

    Sulle gradinate, in mezzo alla marea bianca dei tifosi di casa (per l’occasione) una scritta su uno striscione suonava come un incoraggiamento, un comandamento “Non basta ruggire, bisogna sbranare”. Un messaggio forte e chiaro quello dei tifosi della Sir che i ragazzi di Mister Secolo dimostreranno di aver compreso. Ma solo al termine di cinque set e altrettanti ribaltamenti di fronte, con le due formazioni a dare spettacolo per più di due ore e mezzo di tensione, azioni di potenza, recuperi (quasi) impossibili e tanta tecnologia a coadiuvare il lavoro dei direttori di gara e a dividere, in alcuni frangenti, per le decisioni prese.

    Termina 3-2 (25-19; 22-25; 25-19; 21-25; 15-9) Sir Sicoma Colussi Perugia – Cucine Lube Civitanova, “La partita che dovevamo, volevamo giocare, liberi e tranquilli!” secondo Luciano De Cecco il palleggiatore di Perugia, a segno sei volte, divise in parte uguali tra attacco e muro, dormirà u mentre coach Blengini puntualizza “una squadra che non è riuscita a creare grossi danni alla linea di ricezione di Perugia e quindi ne ha subito le qualità. Hanno sortito pochi effetti anche le soluzioni per porre rimedio, quindi ora dobbiamo capire come stiamo per affrontare la partita di domani”.

    E allora che finale sia! Con le foto e tutte le interviste come sempre, sulla pagina facebook di Get Sport Media, a questo link https://www.facebook.com/getsportmedia

  • Nessuno muore in sogno, geografia di un giallo

    katia tenti macrì vivocult nessuno muore in sogno[di Emanuela Macrì] La giallistica è quel territorio della narrativa dove chi scrive può permettersi lunghe pause e qualche digressione senza far arrabbiare chi legge, nonostante i respiri lasciati a metà e qualche batticuore. Questo, in buona sostanza, il sunto di un discorso, sul tema, sentito qualche giorno fa. E se nulla accade per caso ecco che a quel ragionamento, da lettrice, non assistevo per un imprevisto. Il primo pensiero, infatti, correva all’ultima fatica di Katia Tenti, la scrittrice bolzanina tornata nelle librerie dallo scorso febbraio con il suo secondo romanzo, per Marsilio Editore.

    Con l’autrice e il pubblico ministro Jakob Dekas, ci eravamo lasciati all’ultima riga dell’ultima pagina di Ovunque tu vada, il “loro” primo libro, con gli sbarrati per lo stupore davanti a un colpo di scena che lasciava sospesi e fluttuanti, forse insospettiti, di certo desiderosi di fissare un secondo appuntamento. Quello fissato con Nessuno muore in sogno, che si presenta puntuale, avvolto nel vestito intrigante di una copertina illustrata da Fabio Visintin e spiegata già nelle prime delle sue ben 412 pagine, tutte da divorare. Non solo per via di uno stile scorrevole e piacevole ma perché da scrittrice capace, quale si conferma, Katia Tenti è riuscita nell’operazione di cui sopra.

    Un giallo molto noir il suo, anche se so non le piacerà poi molto questa etichetta. “Ma questa volta – e sorride – non posso darti torto. C’è molta notte in questa storia.” In tutte queste storie che si intrecciano e si sfiorano, che sembrano vivere molto lontane fra loro e, invece, si scoprono così terribilmente vicine. “Sono storie di una provincia che si muove al buio e sottotraccia, nei suoi appartamenti nascosti, tra realtà e immaginazione.”

    Tra ciò che è accaduto e quel che, invece, è stato inventato. “La base di partenza è sempre la stessa, quella cronaca che anche quando non vuoi riesce a raggiungerti, con i suoi aspetti terribili destinati a lasciarti piccole macchie indelebili nella memoria. Sono andata a frugare tra i ricordi ma poi ho lasciato spazio alla sottrazione e all’invenzione, come era giusto che fosse. Gli eventi mi hanno aiutata a formulare, la fantasia a trovare il collante.” Il dosaggio esatto di ogni ingrediente, invece, rimane segreto, come peraltro è giusto che sia.

    Quel che importa davvero è che Nessuno muore in sogno risulta un composto ben riuscito, pur ruotando attorno a sfere delicate, temi difficili da affrontare e da leggere. “Parlare di violenza – continua la sua autrice – e di maltrattamenti significa camminare su un terreno franoso. Ma la paura di un cammino poco agevole non può, non deve fermare un cammino, una storia che senti di voler, dover raccontare.”

    Ecco quindi che i suoi personaggi, con le loro vicende, seguono linee geografiche e temporali autonome per poi convogliare verso un unico finale. Così all’omicidio di un’altolocata professionista si accostano le vicende di una famiglia che cresce con segreti che si tramanda per via diretta, lungo l’asse ereditario verticale, mentre fuori una città, tra i riflessi del potere e l’inchiostro a volte velenoso della stampa, respira l’aria buona delle sue valli e ma attende il calar del sole per mostrare l’altro volto, quello nascosto dall’oscurità.

    E se Nessuno muore in sogno, c’è pure la speranza che si tratti solo di un incubo. “Il titolo, in realtà, è stato scelto per via del suo messaggio positivo – conclude Katia – e non per il legame con quanto narrato. Quello dei sogni, infatti, è un mondo in cui ogni tragedia, anche la peggiore, si risolve al risveglio, quando una volta aperti gli occhi ci accorgiamo di essere usciti dalla dimensione onirica e rientrati nella realtà”.

    Accade anche questo nei meandri di una Bolzano divisa fra le indagini della procura e le cartelle mediche del suo ospedale? Per scoprirlo ci sono più di 400 pagine ad aspettarvi, lungo le vie di un giallo, molto noir. Quel luogo dove le pause e le digressioni non vi faranno arrabbiare, ma metteranno quel giusto languore per non abbandonare la lettura.

  • EPCC, VivoCult negli studi di E poi c’è Cattelan

    zaytsev cattelan epcc baruffi getsportmedia vivocult[di Emanuela Macrìfoto Michele Baruffi] E poi c’è Cattelan e, questa volta, ci siamo anche noi di VivoCult negli studi Sky di Rogoredo a Milano. Ci siamo con la curiosità di chi varca gli studi televisivi per la prima volta e scopre quel “dietro” o, meglio, quel “dentro” lo schermo che cambia ogni prospettiva. Non siamo soli, come immaginabile, ma in buona e numerosa compagnia: si contano, infatti, circa 120 persone tra il pubblico, tanti addetti dello staff. 

    E poi c’è Cattelan, Alessandro Cattelan, che per l’occasione si sdoppia e si avvale dell’aiuto di un sosia, il bravissimo Edoardo Ferrario, e non a casa. Le prime ospiti della serata, infatti, sono Angela e Marianna Fontana, le gemelle del film Indivisibili di Edoardo de Angelis, presenti per partecipare alla rubrica, di pura finzione scenica, EPCC Educational, con esperimenti (poco probabili) sul concetto di simbiosi.

    Stacco musicale, ad opera dei Street Clerks, band di EPCC (sul canale 108 della piattaforma Sky in seconda serata dal lunedì al giovedì) e si torna in studio per accogliere l’ospite principale della serata, lo Zar del volley, Ivan Zaytsev “che per un’estate – dice il conduttore – con la maglia della Nazionale e una squadra da medaglia d’argento olimpica, ci ha fatti innamorare di uno sport di cui si parla poco”. Una maglia azzurra che arriva anche a Rogoredo e per l’occasione porta il numero 1 e il nome di Cattelan. “Ma si rosica ancora un po’, pensando a quella finale” precisa Ivan che, dopo qualche frase in russo e un invito ufficiale alla DHL 2017 CEV Champions League Final Four (PalaLottomatica di Roma il 29 e 30 aprile prossimi), racconta di una professione che lascia poco spazio alle vacanze ma ti offre l’occasione di vedere il mondo, con qualche puntatina in discoteca.

    E a proposito di discoteca ecco il finale, che le foto di Michele Baruffi, raccontano meglio di qualsiasi parola. Solo un indizio: ci sono una discoball e… scopritelo voi!

    Qui https://www.facebook.com/VivoCultMag/photos/?tab=album&album_id=653769454825847

  • Elle. Le incomprensibili distanze di un universo chiuso

    Elle Vivocult Macrì cinema[di Emanuela Macrì] È difficile scrivere di un film difficile da digerire. Perché Elle di Paul Verhoeven, regista e sceneggiatore olandese, ma qui decisamente france mood, è proprio questo, un sasso sullo stomaco. E non servono i Golden Globes vinti, peraltro due, o i Premi Cesar, ancora due, a descrivere una pellicola tanto ruvida da trovare in una battuta del copione, in quella “visione asettica del mondo” il suo riassunto più efficace. Il mondo sotto la lente di ingrandimento e lo sguardo del grigio felino di casa, è quello di Michèle (una strepitosa Isabelle Huppert), vero centro della scena e non solo dell’inquadratura. È lei, anzi Elle, a catalizzare ogni attenzione dell’universo chiuso che la circonda, con le durezze del suo atteggiamento e le incomprensibili distanze che mette tra un glaciale sé e le presenze che si aggirano come figuranti nella sua esistenza.

    Poco agevole anche il trattamento che riserva alla propria interiorità, in cui un’infanzia inquietante che esce piano piano dall’opacità, confligge con un presente composto da una costante tensione sessuale, incroci familiari e rapporti interpersonali confusi, a renderlo più vicino a una matassa di lana grezza e aggrovigliata che ai morbidi ed eleganti tessuti che vestono la donna. Nemmeno l’aggressione tra le mura domestiche e la violenza, anche sessuale, subita sembrano riuscire a toccarla davvero.

    Non la nasconde, infatti, raccontando l’accaduto agli amici, ma non si lascia sopraffare: quel che le succede attorno, si tratti della morte di un congiunto o il respingimento da parte del figlio, l’accettazione della nuova compagna dell’ex marito o un’attrazione per il vicino di casa, viene incamerato e archiviato, senza conseguenze emotive apparenti.

    Non a caso Michèle, con trascorsi nel mondo della letteratura e dell’editoria, dirige una casa di produzione di videogiochi, una realtà virtuale e immaginaria che sembra calzarle a pennello: il suo quotidiano è costituito da una serie di schemi da affrontare e superare con un telecomando a guidare il tutto, anche la sospensione del gioco o il suo abbandono.

    Un paradigma ripreso anche dalla sceneggiatura di David Birke (che prende per soggetto Oh… il romanzo di Philippe Djian) e dal montaggio di Job Burg, che insieme danno vita a un racconto sgretolato in scene brevi ma di giornalistica efficacia: nel suo farsi, infatti, la cronaca ricompone i cocci di una vita frantumata dagli avvenimenti, risistemandoli sull’asse della regola delle 5W. Dal quando al dove, passando per il chi e il cosa, sembra però tralasciare il perché, facendone, purtroppo, il peggiore difetto di un film che per questo fatica ad arrivare, nella sua giusta misura, al pubblico delle sale.

    Elle, tanto atteso al cinema dopo il passaggio sulla Croisette di Cannes, è consigliato a un pubblico adulto e non troppo affamato, che accetti il compromesso di un impiattamento egregio a scapito di un menù dalle molte (troppe) mini porzioni, quando alcuni ingredienti avrebbero meritano una attenzione maggiore.

    Se si accettano le condizioni del gioco, quindi, si può passare allo schema successivo e godersi la notevole interpretazione di un’attrice perfetta e credibile in un ruolo, volutamente, indefinibile. Un film da vedere, comunque, perché sa ricavarsi lo spazio per l’analisi, una volta usciti dalla sala.

    Foto fonte web – www.comingsoon.it

  • Al via il BAFilmFestival con Carlo Verdone ospite d’onore

    Carlo Verdone Steve della Casa Baruffi Get Sport Media BAFF[di Emanuela Macrì, foto Michele Baruffi] Attore, regista, autore e pure sceneggiatore, fra televisione e cinema. Ad inaugurare l’edizione 2017 del BAFilmFestival Busto Arsizio Film Festival arriva Carlo Verdone, con l’occasione di festeggiare i primi 40 anni di carriera, che definiamo, parafrasando, “un sacco bella”. Ad accoglierlo il pubblico delle grandi occasioni che, per l’occasione, ha riempito il Teatro Sociale Cajelli e Steve Della Casa, direttore artistico del festival, che ha intrattenuto e premiato il gradito e speciale ospite. Sul palco anche Catrinel Marlon, madrina del BAFilmFestival con il Presidente della manifestazione Alessandro Munari, insieme al Sindaco di Busto Arsizio Emanuele Antonelli, a Eleonora Giorgi e Oriella Dorella. 

    Quarant’anni di set da raccontare, quelli di Carlo Verdone, tra aneddoti divertenti, curiosità dal dietro le quinte, ma spazio anche al cinema, naturalmente, quello da vedere in brevi spezzoni estratti da alcuni film come Viaggi di nozze e L’amore è eterno finché dura.  Chiacchiere e ricordi in un dialogo fitto con Della Casa e il pubblico, su un palco che diventa salotto e si apre come un album dei ricordi, con tante pagine già piene e altre, bianche, ad aspettare. E quarant’anni di set da premiare, con il conferimento del Premio all’Eccellenza Cinematografica Dino Ceccuzzi, tra un’onda di applausi sinceri e tutti spontanei.

    La quindicesima edizione del Busto Arsizio Film Festival non poteva chiedere un inizio migliore quindi, con una serata che si conclude aprendo le porte alla ricchissima settimana del programma di incontri, proiezioni mostre e occasioni per parlare, ascoltare, respirare buon cinema!

    Tutte le immagini della serata, a questo link https://www.facebook.com/pg/getsportmedia/photos/?tab=album&album_id=714823605309384