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  • Raccontare per reagire. Perché la violenza non è mai amore

    Marito+amore+incubo_cop[di Emanuela Macrì – foto fonte web] “Come in fondo ad un pozzo senza fine, da cui tentavo di risalire, ma senza successo”. Sono queste le parole che Julia usa per descrivere una vita vissuta, nonostante tutto. Nonostante la presenza di Daniel, marito indecifrabile che con manifestazioni d’ira e ingiustificabili gesti premurosi ha modellato a suo piacere ogni attimo della vita familiare, obbligandola a una quotidianità di situazioni pronte a ribaltarsi da un minuto all’altro, di attimi di quiete apparente ma pronti a trasformarsi in inferno. Anni di violenze domestiche, con i figli per platea, la famiglia d’origine dietro le quinte e lei al centro di tutto.

    Di una vita spesa a subire il temperamento violento di un uomo, rimandando al futuro la ricerca della forza di reagire, con l’illusione che domani potrebbe essere il primo giorno di una vita migliore. Un giorno mai arrivato per Julia, cresciuta e invecchiata accanto all’uomo che ha trasformato il matrimonio in una gabbia senza uscita.

    Fino a quando arriva il momento di affrontare tutte quelle cicatrici. Non per rimarginarle certo ma, almeno, per disinfettarle, per farle smettere di bruciare così tanto. È il momento dell’incontro di Julia, nome di fantasia, con Paola Maria Taufer, autrice di MARITO, AMORE, INCUBO (Reverdito Editore) in uscita il prossimo 24 aprile, nello studio di quest’ultima. Julia, infatti, decide che è arrivato il momento di riavvolgere il nastro della sua esistenza, di rivedere quel film che spesso aveva negato, soprattutto a sé stessa, di aver girato. Ma sa che per affrontare questo passaggio avrà bisogno di qualcuno che sappia supportarla, con competenza e professionalità.

    In Paola Maria Taufer non troverà solo una psicologa e psicoterapeuta preparata e attenta ma anche la persona a cui affidare un compito delicato e importante: quello di trasformare il racconto in un romanzo, un libro che raccolga ricordi dolorosi e possa essere da monito per tante altre donne. Perché possano imparare a leggere i segni premonitori di situazioni destinate ad aggravarsi, perché riescano a trovare il coraggio di mettere la propria vita su un altro binario, di allontanarsi da ambienti contaminati per vivere libere e lontane dalla violenza.

    Tema, quest’ultimo, ancora tragicamente d’attualità. I numeri, peraltro, parlano chiaro. Quegli stessi numeri che, però e purtroppo, descrivono solo una parte di un fenomeno che non mostra segni di stanchezza: sulla violenza di genere, infatti, i dati sono innegabili. Ancora oggi, diciotto anni dopo il Duemila, tra le tante conquiste del genere umano, siamo ancora lontani dal traguardo del rispetto. E troppe sono le storie che somigliano a quelle di Julia. Che ha “imparato l’arte della sopravvivenza. Sacrificandomi, rinunciando a una parte di me, annichilendola. La strategia era compiacerlo, dire sempre di sì”.

    Fino a quando arriva il momento di fare i conti, di trovare una valvola per sfogare anni di ingiustizie e angherie, di raccontare in forma anonima sì, ma incisiva. Senza bisogno di esagerare perché la realtà, ancora una volta, è già molto più feroce di qualsiasi fantasia, fatta di giorni trascorsi a espiare colpe inesistenti ed altri a confrontarsi con inutili speranze. Una vita che ora ha trovato casa tra le pagine che Paola Maria Taufer ha scritto, nella speranza che possa essere il nuovo capitolo di questa storia.

  • Miriam Sylla: volley e colori, sulle note di Vasco

    Miriam Sylla Get Sport Media vivovolley (1)[di Emanuela Macrì – foto Fabio Cucchetti e Andrea Baratella] Tre atomi di adrenalina e due di volley: questa la formula molecolare capace di descrivere l’essenza del suo carattere, ruggente. Ma chi conosce Miriam Fatime Sylla sa che sarebbe sbagliato fermarsi a questo. “E potremmo iniziare – racconta la schiacciatrice della Foppapedretti Bergamo – dall’aggiungere un atomo di danza: da piccola, infatti, sognavo di diventare una ballerina. Poi, la vita, ha scelto altro e… eccomi qua!” Da una carriera col tutù a una di tutto riguardo nella pallavolo con uno sport di squadra, un campo e una rete che sembrano meglio adattarsi a quel carattere esplosivo, a quell’energia traboccante che fatichiamo a pensare costretta a punte e sbarra.

    Un percorso che parte dalla squadra dell’oratorio per proseguire spedito, perché Miriam non ha mai avuto tempo da perdere e da giovanissima arriva a Orago, per trascorre le sue prime due stagioni in serie A1 con la squadra di Villa Cortese. Poi il più bel regalo che potesse immaginare per i suoi diciotto anni con il passaggio in una delle società più prestigiose e titolate della storia del volley italiano, la Foppapedretti Bergamo dove oggi sta vivendo la sua quinta stagione consecutiva.

    “La società dove sono cresciuta, dove ho imparato moltissimo. Penso al mio arrivo qui, a Bergamo, con uno zaino già importante: a Orago avevo incontrato atlete di grande calibro come Taismary Aguero e Katarina Barun che guardavo quasi da lontano, io piccolina con tutto da imparare e nulla da dare. E poi la maglia della Foppa e l’incontro che, dal punto di vista della pallavolo ricordo come quello che mi ha cambiato la prospettiva, è quello con Jelena Blagojevic la schiacciatrice serba che tra le tante doti ha quello di essere un vero talento in difesa tanto da riuscire a trasmettermi quell’amore per il bagher che mi mancava. Anzi, che proprio non conoscevo. Se oggi ho imparato non solo ad apprezzare ma, anche, a trovare soddisfazione nelle azioni difensive sì, lo devo a lei, questo ruolo che ora so vivere al 100%”.

    Una sorella maggiore acquisita in mezzo a molte ragazze che sono diventate la sua famiglia, anche dopo il cambio di maglia “perché uno sport di squadra, inevitabilmente, ti porta a condividere la vita con altre persone. Con alcune nascono legami fortissimi, come quello con Eva Mori, fino alla passata stagione in squadra. Un elenco lungo al quale, in coda, aggiungerei anche quelle compagne con cui non è scattata la scintilla. Perchè in un gruppo a cui appartieni ma non scegli, capita anche questo e non è necessariamente una cosa negativa.

    Miriam Sylla Get Sport Media vivovolley (2)Ho imparato, infatti, anche da questi rapporti, a prendere quello che le persone ti possono dare, dentro e fuori dal campo, anche se non ti piacciono o tu non piaci a loro. In questo ha giocato un ruolo decisivo anche la società: qui l’atteggiamento negativo e distruttivo non si sposa con la filosofia rossoblù. Qui si impara il rispetto per la maglia e a raggiungere, passo dopo passo, quella maturità che permette di collaborare e stimarsi, di comportarsi da professioniste e persone adulte. Aggiungo, poi, che tra le compagne di squadra ho la fortuna di avere persone di grande esperienza tra cui la Capy(tana ndr) Paola Paggi, una presenza fondamentale per le indicazioni e il supporto, soprattutto nei momenti in cui il cielo sopra la rete non poi così sereno”.

    Momenti di difficoltà che nella vita, e purtroppo, possono essere sgraditi ma inevitabili ospiti. E se il campo si sa, insegna, la famiglia è una porta sempre aperta e un rifugio accogliente. “Ci sono stati momenti difficili in questo ultimo anno. E tra tutte le cose che mi porto in quello nuovo ci sono anche le parole della mia mamma, Salimata, che suonano così: Io sono forte il tuo papà è forte e tu non puoi non essere forte.” Una frase per nulla banale, anche perché detta da una donna che insieme al marito ha affrontato e superato grandi difficoltà e dolori. Dalla partenza dal paese natale, la Costa d’Avorio alle complessità di una vita lontana dalle proprie radici e cultura. “Quando penso a loro, alla vita e i tanti ostacoli che hanno superato beh, mi è chiaro come non potesse che nascere una ragazza di carattere!”

    Con un temperamento a tinte forti, come il vestito tradizionale che la nonna Miriam Fatime dalla quale ha preso il nome, le ha regalato. “Una tunica coloratissima e decorata come si usano in Costa d’Avorio. Un abito ricavato confezionato con le stoffe tipiche, come quelle che la mamma custodisce gelosamente in un armadio della casa dove sono nata: un armadio che da bambina non vedevo l’ora di aprire, per vedere tutti quei colori. Li ho sempre trovati energizzanti, come i sapori di quella terra lontana. Quando torno a casa, infatti, ad aspettarmi a tavola ci sono i piatti ivoriani e, spesso, il mio preferito, a base di basmati e carne accompagnati da una ratatouille e una salsa. E anche se non ricordo il nome (ma la mamma, leggendo, avrà già capito!) ho già l’acquolina, al solo pensiero”.

    Miriam Sylla Get Sport Media vivovolley (3)E a proposito di energia “la fonte dove ricaricarmi è lo sport, in generale. Quando non gioco seguo molte le altre discipline, dal nuoto al basket e l’atletica, fino al calcio: tra le cose che ho messo nella lista da fare c’è pure quella di assistere a una partita dell’Atalanta. Ma questo solo a campionato terminato, quando potrò andare in curva senza timori, perché si sa che quando gli ultrà esultano può succedere di tutto e io non possono non partecipare: non sono certo una da tribuna!”. Così mentre la stagione del volley entra nella sua fase finale, nell’aria comincia a diffondersi l’eco di un qualche coro da stadio, a cui Miriam accosta la musica di Vasco Rossi. “La vera passione del mio papà Abdoulaye (anche se per tutti è Sylla). Una passione che oggi, da quando ho imparato ad ascoltare con attenzione i testi, condivido con lui e con il mio fidanzato, un altro grande fan di Vasco. Insieme ascoltiamo spesso Come nelle favole.

    Non solo rock nostrano, però, per Miriam che ascolta con piacere le canzoni di Fiorella Mannoia “e, tra queste, Combattente. Come ho già detto l’ultimo non è stato un anno facile e in questa canzone, mi ci sono ritrovata. Quelle parole avrei voluto scriverle io”. E se la scrittura musicale non è nelle corde della schiacciatrice, di certo non le mancano pensieri e fantasie da postare sui social. “L’hastag giusto per i prossimi mesi? Direi #ancoratantesorprese. Perché dopo la pioggia non può che esserci il sole, per compensazione. E non so se a breve o lungo termine ma voglio pensare che il bel tempo arriverà.” La strada, sulla carta, è già tracciata. Ci basti pensare che l’ultimo libro letto è Lasciami contare le stelle di Elvia Grazi, il cui sottotitolo recita: la vita non aspetta. E allora che #ancoratantesorprese siano!

  • Trento torna a sorridere e (con)vincere in tre set con Piacenza

    Trento piacenza vivovolley get sport medfia riccardo giuliani[di Emanuela Macrì foto Riccardo Giuliani] È lo scontro diretto della giornata, quello che sul campo di Trento vede affrontarsi la quinta e sesta forza del campionato. È Diatec Trentino Wixo LPR Piacenza, che si incontrano per la cinquantaquattresima volta della loro storia scritta, anche, tra finali scudetto e grande, sportiva, rivalità.

    Due vecchie conoscenze, dunque, a darsi battaglia per difendere, con le unghie e con i denti, la posizione in classifica, a quattro gare dalla conclusione della stagione regolare. Il primo punto è della partita dei padroni di casa con un attacco di Uros Kovacevic che nelle mani si troverà anche il pallone del set. In mezzo, però, ci sarano tre tempi discrezionali, due chiamati da Alberto Giuliani e due video check, tre punti totali al servizio e qualche tentativo di fuga di Trento che fermata al 17mo punto riprende fiato e ritmo, per chiudere sul 25-22.

    Secondo set con i padroni di casa a iniziare la marcia e PIacenza lì, a inseguire senza perdere di vista gli avversari. E se l’8-5 di Trento è un muro e il successivo 9-5 un ace di Simone Giannelli, quello che segue è il tempo discrezionale chiesto da Alberto Giuliani nella speranza di interrompere il buon momento dei ragazzi di Lorenzetti.  Ma il secondo time out chiamato, sul 15-9 racconta di un set dominato dalla squadra di casa che sul 20-14 può dire di aver messo in cassaforte il primo dei tre punti in palio e un secondo set che, anche grazie al ritrovato fondamentale del muro, termina per 25 a 19.

    Giro di vento, apparente, nel terzo parziale con Piacenza a segnare un 3-0 che porta Lorenzetti a chiamare il primo tempo discrezionale a pochi scambi dal via.  Il vantaggio degli ospiti, però, è destinato ad assottigliarsi fino a quel 9-9 a inaugurare un andamento un punto a punto (o giù di lì). Finale di sorprese, almeno sulle quando una Trento avviata alla chiusura si trova davanti una Piacenza che non vuole arrendersi e rovescia un 24-23 in un 24-25. Ma Nicholas Hoag (MPV dell’incontro) e compagni non sembrano intenzionati a lasciare terreno agli ospiti e chiudono la pratica con un muro a tre per il 27-25 finale e un 3-0 benefico per la classifica e il morale.

    “Un piccolo passo– commenta Angelo Lorenzetti nel post gara – ma importante. Avevo chiesto di essere umili e mi sembra che la partita sia stata interpretata bene dai ragazzi, nonostante le difficoltà”.

    “Qualche palla sbagliata all’inizio del primo set – dice, sorridendo, Aidan Zingel- ma poi non abbiamo calato il ritmo. La squadra sta lavorando bene e dobbiamo continuare così. Anche in vista dell’appuntamento con la Champions League”.

    Fotogallery della partita e le interviste post gara su https://www.facebook.com/getsportmedia/

  • Marco Mencarelli, la pallavolo e l’importanza del fattore Tempo

    Marco Mencarello vivovolley Emanuela Macrì (4)[di Emanuela Macrì – foto Michele Baruffi, Fabio Cucchetti e Riccardo Giuliani] Sul comodino una copia di Resisto dunque sono di Pietro Trabucchi, la sua lettura da prima, personale, posizione del 2017. Nelle mani molti altri libri, tra quelli che ha scritto, letto e leggerà. Perché Marco Mencarelli è un lettore per passione e necessità in un mestiere che abbisogna di aggiornamenti continui e a largo raggio per lui che non è solo un allenatore ma, anche, docente e preparatore fisico. Una professione, anche se il plurale sarebbe più adatto, che aveva immaginato fin dai primi anni del liceo, quando praticava più di una disciplina sportiva e già aveva deciso di proseguire gli studi sulla strada delle Scienze Motorie. “Un pallavolista dalla carriera non troppo brillante, che ha dovuto fare i conti con i limiti fisici e tecnici – racconta di sé Mencarelli – sommato a uno studente motivato, che da bambino sognava i Giochi Olimpici. Un’addizione che porterà, come risultato, un futuro da tecnico.” E un’Olimpiade, quella di Atene 2004, non da atleta ma da vice allenatore e preparatore della Nazionale italiana femminile.

    La pallavolo, ancora, come elemento capace, letteralmente, di far piazza pulita della concorrenza per mettersi al centro del suo universo. “Per un certo periodo mi ero avvicinato alla musica, dilettandomi a suonare la chitarra classica. Una via che ho dovuto ben presto abbandonare, però, a causa di un infortunio alle dita della mano rimediato giocando a volley. Uno sport che, evidentemente, sa imporsi senza mezzi termini.” Senza ripensamenti. “Non posso individuare un evento in particolare in cui ho capito che la pallavolo era stata la scelta giusta ma, semmai, il contrario: ho avuto, cioè, modo di confrontarmi con i risultati di scelte oculate e strategie, sommate a botte di fortuna importanti. Se mi guardo indietro, quindi, posso dire di aver colto l’attimo in qualsiasi situazione creatasi. Magari buttandomi con quel pizzico di avventatezza che per me rappresenta l’eccezione poiché sono riflessivo e non istintivo, imboccando la giusta via in determinate e determinanti scelte.”

    E se di scelte vogliamo parlare allora eccone una che davvero contraddistingue la storia di Marco Mencarelli da quella della maggior parte dei suoi colleghi. Quella, cioè, di passare dalla panchina della Nazionale a quella di una squadra di club, in un percorso inverso rispetto alla norma. “Una decisione presa perché era l’esperienza che mi mancava e sognavo di fare. Trovavo anomalo per un allenatore come me, cresciuto nelle realtà giovanili, il fatto di essere arrivato alla guida di una Nazionale seniores senza alcuna esperienza in un club. Ammetto di aver avuto qualche timore nel momento in cui mi sono trovato faccia a faccia con l’offerta della società, perché volevo ci fossero delle sicurezze nei miei confronti, che si capisse come le mie idee andassero verso una certa direzione, e se non proprio controcorrente, fossero comunque orientate a tracciare un solco.”

    27849220_10215887874938055_1630484507_nUn’opportunità, poi, dal tempismo perfetto “in un momento particolare – continua l’allenatore oggi sulla panchina di Busto Arsizio – in cui non mi riconoscevo nelle strategie di gestione della Federazione rispetto a quel progetto. Non eravamo più allineati e, quindi, la situazione era matura e favorevole per un cambio.” Sarà, così, il momento di passare dalla panchina del Club Italia, per una stagione, e così a quella della Nazionale U18, per un’avventura che tuttora continua.

    Arriviamo, così, a quel presente che si chiama Unet E-Work Busto Arsizio Busto, al terzo anno di un progetto che, oggi, comincia a mostrare i propri frutti. Un disegno che ha avuto la necessità di svilupparsi nel tempo, per diventare la squadra rivelazione del girone d’andata del campionato. Segno che nel volley, come nella vita la pazienza gioca un ruolo di primo piano. “Inevitabilmente. Il fattore tempo per noi allenatori è imprescindibile, anche se questa necessità confligge con molte delle logiche dominanti. Il risultato è quel fenomeno, peraltro non tipicamente italiano ma che nel nostro paese assume proporzioni non accettabili, che prende il nome di esonero e dipende dalla logica del risultato a ogni costo.

    Guidare una squadra significa essere alle prese con uno sviluppo di prestazioni e ci sono componenti che possono dare il risultato a brevissimo termine, ma che nello stesso momento non sono garanzia di continuità di quello stesso risultato. Nel medesimo tempo, ma di segno inverso, vi sono componenti a cui si correla una maggior linearità, ma richiedono tempo. Sono convinto che andrebbe fatta una politica a priori, un’operazione di mercato più oculato, più attento. Perché dietro ad un esonero può nascondersi la scarsa considerazione, a livello dirigenziale, del rapporto corrente tra lo stile professionale dell’allenatore e la squadra che è stata formata. Qui a Busto Arsizio, con la UYBA abbiamo intrapreso un percorso che va in questa direzione: ho adattato il mio stile alle esigenze della serie A1 senza stravolgerlo ma trovando il giusto senso.”

    Un compromesso capace anche di accompagnare le situazioni, per arrivare alla fine della stagione “con la certezza di aver saputo cogliere le opportunità. La conquista dell’accesso alla fase finale della Coppa Italia – sottolinea Marco Mencarelli – che si terrà a Bologna ne è un esempio chiaro non solo nella sostanza dell’aver raggiunto un obiettivo ma, soprattutto, nel modo in cui ci siamo arrivati, con una gara di ritorno su cui pesava una sconfitta subita a Modena e un risultato sfavorevole a cui dover porre rimedio, a cui dover dare una risposta di carattere. Lo spirito visto in campo in quell’occasione è quello giusto, consono al tipo di lavoro che stiamo facendo e molto vicino alla mia idea di pallavolo. È dunque questo che mi auguro di poter dire tra qualche mese, di aver visto una squadra pronta a vivere le opportunità in maniera sfacciata e decisa, senza freni inibitori. Perché considero questa la porta per le possibilità e soddisfazioni importanti.”

    Marco Mencarello vivovolley Emanuela Macrì (3)Soddisfazioni che nella vita non sono mancate al Menca, come lo chiamano le ragazze che hanno lavorato con lui e e le stesse che lo descrivono come un grande insegnante, un punto di riferimento per la propria crescita sportiva. E se alla pallavolo ha dato molto, molto può dire di aver ricevuto. “In tutti questi anni di lavoro ho cercato di fare in modo che l’onestà e la schiettezza nei rapporti non venissero mai meno, anche quando questo ha significato prendere decisioni difficili e doverle comunicare direttamente alle persone interessate. Ho diretto nove diversi staff dal 2006 ad oggi ed è in questi gruppi che individuo i rapporti tra i più sinceri e profondi che ho. Questo significa che siamo andati molto oltre l’obiettivo, entrando nel rapporto personale. Questo significa che la pallavolo, più dei titoli e delle medaglie, mi ha fatto un grande dono, quelle amicizie che continueranno comunque, oltre la pallavolo stessa.”

    Amicizie che resistono, come recita il titolo del libro che Marco Mencarelli ha appena terminato di leggere ma non ha voglia di archiviare. Perché racconta storie di sport e situazioni di disagio mentre spiega come la vita si fondi sulla capacità, tutta umana, di affrontare e superare le difficoltà. E chissà cosa ne penserebbe Seneca, filosofo che già nel I° sec d.C. scriveva: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, ma è perché non osiamo che sono difficili.”

  • Gabriele Nelli e le strade che portano al volley

    Gabriele Nelli Get Sport Media (7) vivovolley[di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani e Paolo Miccoli Get Sport Media] Secondo Ernest Hemingway diventare grandi significa rassegnarsi al fatto che davanti ai bivi più importanti della vita non ci sia una segnaletica di supporto. Quello che lo scrittore, però e forse, non considerava nel suo ragionamento, sono i disegni che il destino traccia a nostra insaputa. Ne sa qualcosa Gabriele Nelli, oggi opposto della Kioene Padova serie A1 del campionato italiano di pallavolo, ieri pallavolista a tempo perso nella squadra di Camaiore, paese a qualche chilometro dalla sua Monsagrati. Perché la pallavolo come professione, no, davvero non l’aveva proprio immaginata.

    Per Gabriele era solo un mezzo per stare con gli amici, senza nessuna pretesa, senza nessun calcolo o ipoteca sul domani. Ma poi capita che arriva la chiamata, quella giusta e che sia proprio il tuo allenatore a spiegarti che Trento è una buona, ottima opportunità, uno di quei treni che passano e non puoi permetterti di perdere, anche se sei giovane a allontanarti da casa può essere difficile. E allora ti fai un giro sul web a caccia di informazioni e stacchi un biglietto di sola andata. Anche se ancora non lo sai che quella è solo la prima tappa del tuo viaggio. “Giocavo per divertirmi e lo facevo con i ragazzi più grandi, le classi 1990 e ’91. In squadra con me c’era Federico Tosi, oggi libero nella squadra di Modena ma allora il mio schiacciatore di riferimento ed io il regista”.

    Gabriele Nelli Get Sport Media (4) vivovolley

    Un altro bivio, anzi, un tornante che cambia il verso di marcia.“Sono arrivato a Trento – continua Gabriele – da palleggiatore. Poi, durante una stagione in serie B2 le necessità di spogliatoio, anzi di infermeria, mi hanno portato ad iniziare gli allentamenti da schiacciatore” e un altro biglietto di sola andata era strappato.

    Ma la strada è lunga e in salita, materialmente. L’opposto della provincia lucchese, infatti, approda nella massima serie quando a Trento, sulla panchina, siede Radostin Stoytchev che proprio nel capoluogo trentino è impegnato a scrivere alcune delle pagine più importanti del volley nazionale e mondiale a livello di club. “Tra le cose che Rado mi ha insegnato la più importante, per la mia crescita da atleta, credo sia stato il suo modo di farci capire l’importanza di ogni singolo momento nel volley, facendoci affrontare la pressione del risultato anche in palestra. Quella premura nel tenere alta la soglia d’attenzione, per essere pronti ad affrontare le tante situazioni che il campo, le competizioni e il calendario mettono sul cammino di un giocatore della massima serie. Lo scorso anno, poi, con Angelo Lorenzetti è cambiato il metodo di lavoro ma non le occasioni per sperimentare”.

    Esperienze preziose da mettere in valigia, quando la strada indica Padova. Quando all’orizzonte si profila una nuova sfida e un posto tra le fila della Kioene. “Nuova perché si tratta di una squadra con una storia e caratteristiche diverse. Con Valerio Baldovin stiamo lavorando a un progetto e i numeri parlano, non solo quelli della classifica. Stiamo lottando per fare il miglior campionato possibile, festeggiando le vittorie e riflettendo sulle sconfitte. Costruendo giorno per giorno un percorso, imparando anche ad inciampare e rialzarsi, senza scoraggiarci, senza dare troppo spazio all’entusiasmo. Imparando, con misura”.

    Gabriele Nelli Get Sport Media (5) vivovolleySenza perdere la grinta, quella carica che lo fa esultare, cercare il pubblico. “Sì, cerco molto il contatto con i tifosi, perchè sono un elemento fondamentale nell’economia della partita. Un’atmosfera favorevole, quell’elettricità che crea un ambiente unico, unendo chi è in campo e chi sta fuori, è di grande supporto, che non toglie concentrazione ma, anzi, dà un aiuto, caricandoti”. Una concentrazione che Gabriele cerca di non perdere anche attraverso piccoli riti in campo. “Come quando è il mio turno al servizio e dopo cinque passi e aver fatto toccare la palla a terra per due o quattro volte, attendo solo il fischio del primo arbitro. Per alcuni, forse, è una scaramanzia ma per me è un modo per rimanere completamente nel match”.

    Mentre fuori, ad aspettarlo, ci sono Pongo, l’alano grigio a macchie nere (e qualche ciuffo bianco ereditato dalla mamma albina) con cui divide la vita e la casa, e una passione, di quelle vere e viscerali, per la pesca. “Appena posso, durante le pause tra gli allenamenti o nei giorni liberi, cerco il tempo per andare a pescare. Di rilassarmi dedicando del tempo a un’attività che ha sempre fatto parte della mia vita lontana dal volley”.

    Una vita di bivi senza segnaletiche, di cambi di marcia, incroci e decisioni, di percorsi nemmeno immaginati. Una strada, quella di Gabriele, che tra qualche mese diverrà a doppia corsia: finiti gli impegni del campionato, infatti, a camminare accanto a lui ci sarà Florinda, la fidanzata conosciuta in Trentino, che nel mese di luglio diverrà sua moglie. Diventare grandi, dunque, significa anche trovarsi davanti a bivi senza segnaletica e saper distinguere la strada migliore da prendere.

  • Perugia chiude il 2017 col botto. Padova brilla per due set

    vivovoley riccardo giuliani get sport media[di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani] Ultima gara dell’anno e prima del girone di ritorno. Uno scontro diretto tra i campioni d’inverno della Sir Safety Conad Perugia ospitati dalla Kioene Padova, formazione che ha chiuso la prima parte della stagione regalandosi la soddisfazione di vincere in casa di Modena per aggiudicarsi il quinto posto in classifica. Un big match, dunque, annunciato e impreziosito da uno scambio di sciarpe da parte delle tifoserie, all’ingresso delle squadre in campo. Quale miglior auspicio per un sabato di volley e spettacolo? Ci sarebbe bastato questo, un gesto semplice per parlare di spirito sportivo. E invece, abbiamo avuto molto di più in una Kioene Arena senza nemmeno un posto libero (i cartelli all’ingresso non lasciavano alcuna speranza ai tifosi non bigliettati) festante e colorata.

    Un palazzetto intero a salutare le formazioni in campo e un primo set che a dirla lunga sullo spessore della formazione di casa. Ad aprire la prima frazione di gioco, il punto al servizio dell’opposto Gabriele Nelli che fa esplodere il palazzetto e scaldare il tifo. Gli fa eco il muro di Volpato, il migliore in questo fondamentale, tre volte a referto nel solo primo parziale. Gli altri attori protagonisti? Il video check su tutti, interpellato a turno da entrambi le panchine. Il primo per decretare un in-out sulll’11-8 dalla panchina della Sir Safety Perugia con il frame a dare torto a coach Bernardi che ne approfitta per fermare il gioco con un tempo discrezionale. Stessa sorte al successivo controllo, chiesto dalla formazione di casa, che decreterà un servizio out, fischiato in dal primo arbitro Pasquali. Ultimo scampolo di set che inizia con un muro di Randazzo su De Cecco a firmare il 20-15 e il ricorso al tempo tecnico chiesto dalla panchina di Perugia e arriva con un 25-20 salutato dall’entusiasmo dei ragazzi in campo e del pubblico. A farla da padroni nella parte più calda del set saranno il fondamentale del servizio, con errori e qualche ace e una pausa più lunga del solito, quella sul 18-14 per un controllo di formazione che ha messo in standby la partita per qualche minuto.

    L’apertura del secondo set è dominata da un equilibrio disturbato da una fuga della formazione padovana che sull’8-7 mette la freccia riproponendo la situazione già vista nel primo parziale. Lo scatto sembra esaurirsi sul 13-12, con Perugia lì, senza timori e tanta voglia di riscatto nelle mani, fino a quel 15-15 che mette un po’ di pepe alla formazione di casa. E allora ecco di nuovo il muro e il servizio, gli assi nella manica della prima frazione di gara. Sul 20-18 la strada potrebbe sembrare in discesa per la formazione di casa ma Perugia è Perugia e non solo recupera forze e convinzione (21-21) ma chiude con un 23-25 che rimette in equilibrio e in discussione la partita. Tutto sembrava facile. Ma non è bene fidarsi delle apparenze.

    Ci vuole concentrazione e concretezza. Quella che ai padroni di casa non sembra mancare nemmeno nel terzo set, quando in apertura si presenta, puntuale come le tasse, l’equilibrio, il vero divo della prima parte di gara, pronto ad andarsene dopo quell’8-7 che sembrava il marchio di qualità. Sembrava. Poi sarà l’11-15 e Perugia show con un 12-20 ad aprire a un finale di set con un 15-25 a raccontare di una Sir che ritrova le mani per il muro e per il servizio, assenti (quasi del tutto) in casa Padova, mentre i Block Devils si danno da fare a recuperare in volo palloni e voglia di vincere.

    Non si ripete nel quarto set la situazione fotocopia dei primi tre. È, infatti, Perugia a partire con il piede pesante sull’acceleratore (1-11) e nessuna intenzione ad alzarlo, in una sequenza in cui tutto sembra funzionare. In cui tutto funziona, per la verità, perché qui nulla pare, ma tutto è. E Padova? Qualche lamentela, e qualche bisticcio sotto rete con Pasquali a richiamare capitan Travica e l’opposto di Perugia Atanasijevicsievic, che si vede gravare di un cartellino giallo. Quel che segue è un risveglio della Kioene, con il muro di Randazzo (4-12) e l’ace di Nelli (7-13) ad impensierire la panchina della Sir. Meglio optare per un tempo discrezionale per arrivare a quel 9-20 che alza il sipario sull’atto finale della partita, sul 14-25 finale.

    “Siamo partiti con il freno tirato. Sapevamo che non sarebbe stato facile – racconta a fine gara capitan De Cecco – perché Padova ha un buon gioco. E lo abbiamo visto! Per fortuna abbiamo ritrovato un buon ritmo e coesione. Un buon mood per il 2018 alle porte”.

    Coesione che è mancata a Padova. “Sul finale del secondo set ci siamo disuniti – commenta Valerio Baldovin, primo allenatore della squadra di casa – non riuscendo a trovare continuità. Rimane un po’ di amaro in bocca, per quel punto che forse potevamo strappare. C’è del lavoro da fare, ma anche consapevolezza sul cammino intrapreso”.

    E allora questo 2017 lo salutiamo così, con un Kioene Padova – Sir Safety Conad Perugia 1-3 (25-20; 22-25; 15-25; 14-25) e 4220 spettatori. E, vale la pena di dirlo, con le luci del palazzetto quasi completamente spente e Ivan Zaytsev ancora a firmare autografi. Magie del volley e di uno Zar che non si nega a nessuno (nel vero senso della parola NESSUNO), tra cori e giovani fans in attesa.

    Tutti le immagini della partita e le interviste di fine gara(Valerio Baldovin, Gabriele Nelli, Luciano De Cecco, Ivan Zaytsev), sono disponibili sulla pagina fb di GetSportMedia, a questo link https://www.facebook.com/getsportmedia/

  • Cristina Chirichella, il gusto di essere una campionessa

    Cristina Chirichella Get Sport Media vivovolley (2)[di Emanuela Macrì – foto Fabio Cucchetti] Con l’approssimarsi del Natale, tra spot pubblicitari e luminarie a invadere la città, ogni qualvolta ci si avvicini ad un presepe, il pensiero non può che volare lì, a Napoli. Un po’ perché la città stessa ce lo ricorda, molto di più perché si tratta della patria di pastori e pecorelle tra muschio e stelle comete. E, inevitabilmente, ogni volta si finisce per chiedersi quale personaggio si sarà guadagnato l’onore di vedersi riprodotto in una delle preziose, famosissime, statuine napoletane.

    Cristina Chirichella, (forse, ma ben vengano le smentite! N.d.R.) ancora non può dire di aver avuto questo onore, ma la strada è lunga per lei, giovanissima, che con la sua città natale, Napoli appunto, ha un rapporto molto stretto. “Anche se manco da tanto tempo – racconta la centrale da quattro stagioni alla Igor Gorgonzola Novara – rimane un posto molto importante per me: la mia casa, la mia famiglia e la mia storia sono lì”.

    È una città che le somiglia: “Perché noi napoletani – continua – siamo spontanei in tutto, abbiamo la battuta pronta ma, nello stesso momento, siamo sempre anche predisposti ad adattarci a qualsiasi evenienza”. E per fortuna. Perché la chiamata del volley, per Cristina, arriva presto e a 16 anni si vede già a chiudere la prima valigia e partire per un’avventura che la porterà in alto: al Club Italia prima e a vestire la maglia della Nazionale poi. Anche se tutto questo ha un prezzo e il conto consiste nell’accettare il distacco dalla famiglia, gli amici, la vita di tutti i giorni. “Dalla cucina napoletana – aggiunge Cristina – e dalla pizza che spesso preparo, per sentirmi a casa e perché quella che trovo qui al nord, inutile dirlo, è tutta un’altra cosa”.

    Cristina Chirichella Get Sport Media vivovolley (1)In Piemonte, però, lontana dal casatiello e dalla pastiera, ha trovato altri sapori. Uno su tutti, quello del tricolore “quello scudetto vinto lo scorso anno. Un traguardo importante per me e per il gruppo, ma anche e soprattutto una grandissima emozione. Il primo titolo della squadra che è la mia casa da alcune stagioni, in cui sto crescendo… Che magia!”. Tanto che se dovesse fissare un momento della carriera “il fermo immagine sarebbe la finale scudetto, quell’incancellabile 11 maggio e quel 3-0 al PalaPanini di Modena. Senza oscurare gli altri trofei e le altre vittorie, ad oggi scelgo questo!”

    Scudetto che nel capoluogo partenopeo ricorda anni gloriosi e un campione assoluto che portava una maglia oggi ritirata, in suo onore. “So bene che a Napoli, quando si vede il numero 10 la mente va subito a Maradona e a quello che di straordinario ha rappresentato per la città. Ma io l’ho scelto perché è il giorno del mio compleanno; di certo a oggi mi ha portato molto bene e, quindi, me lo tengo stretto”. Perché la scaramanzia non fa mai difetto a una napoletana verace e poi perché, è bene ricordarlo, Maradona era già lontano, indossava già altri colori quando Cristina emetteva i suoi primi vagiti. Era il 1994.

    Da lì passeranno appena vent’anni e il nome Chirichella diverrà familiare ai più grazie al Mondiale disputato in Italia poratando la popolarità quella vera, che tocchi con mano. “Una fama che non ha comportato, fortunatamente, alcuna pressione, Anzi, al contrario, mi sono sentita più apprezzata e conosciuta: è stata una spinta in più per lavorare sodo e crescere e dimostrare alla gente quello che sono in grado di fare e dove voglio arrivare in futuro.”

    Diventando, anche, un modello per le tante ragazze del movimento del volley italiano: “Le mie fan hanno mediamente un’età molto giovane e io non posso che essere felice e orgogliosa di essere per loro un punto di riferimento. È bello sapere di essere un esempio per una generazione che ancora non conosce a pieno il mondo reale: per questo cerco di essere sempre sorridente e gioiosa, una cosa che mi viene spontanea e che permette di trasmettere, così, anche le emozioni più belle e positive che la pallavolo può dare.”

    Cristina Chirichella Get Sport Media vivovolley (3)In uno sport di squadra, dove il rapporto umano conta quanto la tattica, la preparazione, il gesto atletico. “Le compagne più esperte mi hanno insegnato tantissimo, sia dal punto di vista tecnico sia per quanto riguarda lo stare in campo. È un processo – spiega Cristina – che prosegue, ogni giorno: continuo ad apprendere da loro per crescere e migliorarmi. Il rapporto con le più giovani? Semplicemente sono una di loro.” L’elemento di un tutto, parte di un gruppo e di una squadra, la Igor Gorgonzola Novara “molto unita, aggressiva e coraggiosa: non molliamo mai, anche nei momenti di difficoltà riusciamo a emergere come gruppo. Si sta creando tanto feeling tra noi ed è bello vivere tutto questo in campo: credo possa davvero essere il punto di forza di questa squadra.” E se fosse lei sotto la lente d’ingrandimento? “Di me, mi piace tutto e non mi piace niente. Amo essere solare, sorridente ed entusiasta, molto meno quando non riesco a mantenere la calma e perdo le staffe nei momenti delicati.”

    Ma facciamo due passi fuori dal campo per capire la Chirichella com’è. “Mi piace uscire, passeggiare in montagna o al mare, perché non amo stare chiusa in casa. Ogni tanto guardo qualche serie tv sul computer, ma tendenzialmente mi piace stare all’aria aperta e fare attività. Tra queste, lo shopping su tutte!” e chissà che prima o poi, passeggiando tra le bancarelle della sua Napoli, non riesca a trovare una statuina con il numero 10 e un pallone da volley sotto il braccio.

  • XFactor11, nessun trionfo annunciato per un’edizione dai troppi MA

    xfactor11[di Emanuela Macrì – foto fonte web] Ebbene sì, ci saremmo aspettati il trionfo del rock e del glitterglam. Ebbene no, l’Italia della musica e del televoto, a quanto pare, preferisce il bel canto e i modi garbati. Ma il pubblico è sovrano, si diceva qualche anno fa, ed il suo pronunciamento deve essere accolto senza contestazioni. Si chiude così l’undicesima edizione XFactor, con Samuel Storm ad abbandonare la gara dopo la prima manche, quella dei duetti con James Arthur, star consacrata dalla vittoria di XFactor UK ed Enrico Nigiotti a festeggiare il terzo posto prendendosi lo spazio per suonare il suo inedito, con un’uscita di scena da vera divo.

    Si chiude con lo sfavorito Lorenzo Licitra (scuderia Maionchi) a trionfare sui Maneskin, vincitori annunciati, forse troppo. Si chiude col botto di una puntata ospitata da un bollente Forum di Assago (nota di merito all’apertura di un Alessandro Cattelan calato dal cielo a cantare in duetto con i Soul System, vincitori dell’edizione scorsa) e una doccia fredda per i tantissimi fan del giovanissimo gruppo rivelazione.

    Una cocente delusione per il trionfo che ci si aspettava, quello di una band, i Maneskin, capaci fin dal primo attacco alle audizioni (sì, non audition…) di farci entrare in un mondo diverso, non nuovo, ma innovativo: il loro. Fatto di voce graffiata e spudoratezza, arroganza stilistica e voglia di stupire. Il disco d’oro per Chosen, il loro inedito, parla proprio di tutto questo, di quella boccata d’ossigeno in un mondo, quello musicale, a corto, ormai, pure di anidride carbonica. Di quelle ali nere da angelo in contrasto con trucco e parrucco da far invidia ai Kiss.

    Certo si finisce, così, per oscurare un ragazzo e un artista dalle indubbie capacità canore, un tenore che ha conquistato cuori e orecchie, con la sua voce potente e i modi da bravo ragazzo che ogni suocera sogna. Il punto, forse, è proprio questo: non sarà che il televoto a favore di Lorenzo abbia palesato il tradimento alla natura di questo programma? Perché se la mission è individuare il fattore X, ossia quella caratteristica che fa di un cantante un artista con peculiarità uniche e originali, beh allora il fallimento è sotto i nostri occhi poiché il confronto con la giovane rock band romana davvero non regge. Licitra è bravo, senza dubbio alcuno, ma. Ma, appunto.

    Del resto la trasmissione stessa dimostra di aver perso smalto, troppo carica di sceneggiature e orpelli extradiegetici a danno della musica, sempre più oscurata: per questo basti pensare alla presentazione delle esibizioni che vedevano i concorrenti alzarsi in volo (con immancabile slow motion d’effetto) sulla scritta dello sponsor, senza menzione né scritta in sovraimpressione che indicasse il titolo della canzone. Emblematico, no? Peccato solo che il programma sia un talent musicale e non un casting per direttori di banca.

    La verità, però e ancora, è un’altra. La verità è che il pubblico ha apprezzato l’edizione nella sua totalità mentre chi scrive, invece, si muove in totale controtendenza. Contro l’invadenza della bega da bar, della canzonetta da heavy rotation e dei passaggi facili al televoto. Per il ritorno della MUSICA e di ospiti che dialoghino con i concorrenti offrendo loro un confronto e una possibilità di crescita, perché quel palco non sia solo l’ennesima occasione di promozione del disco in uscita. Per un ritorno dell’arte suonata e cantata. Ci rifaremo nella prossima edizione? C’è da augurarselo, ma le speranze di riscatto sono minime. Ma, non si sa mai.

  • Storie di sport. Conoscere la crisi, per sfidarla

    25152412_10159678499890335_3499430971204714129_n[di Emanuela Macrì] Il sostantivo di genere femminile più abusato (e, ormai, odiato) dell’ultimo decennio è, senza ombra di dubbio, CRISI. Capro espiatorio di innumerevoli situazioni e insieme reale colpevole di un notevole ribasso del tenore di vita dei più, è la condizione condivisa che sembra non volerci lasciare. Colpa della crisi, evidentemente. Ma siamo sicuri di conoscere davvero ogni sua faccia, ogni sua espressione? Siamo certi che sia un ricettacolo di negatività, un buco nero capace solo di risucchiare energie e ricchezze? Per trovare il primo capo della matassa guardare indietro, a quel Medio Evo a cui ci porta Bruna Rossi, ieri tuffatrice olimpionica e oggi psicologa e docente di Psicologia dello Sport, che muovendo dall’etimologia della parola crisi ci dimostra come l’origine di un termine possa raccontare molto di questo. Perché la crisi è un volto del mutamento e della trasformazione, un momento cruciale della vita, che può prendere la forma di un bivio o di un crocevia.

    E nello sport? Se ne è parlato ieri, in Imparare dalle crisi: la lezione dello sport nel tardo pomeriggio di oggi in un’aula Kessler – presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento – strapiena. Perché vittoria e sconfitta, stanno nella natura dell’agonismo, come ben sa ogni atleta che si troverà, prima o poi, a fare i conti con cali di rendimento e quindi momenti di stallo. Molte i motivi che possono condurre alla difficoltà, dall’infortunio all’invecchiamento quale evoluzione naturale che dal campo porta all’uscita dal mondo dello sport, una situazione di cambiamento o i problemi di relazione con compagni o allenatori, senza contare tutte i grattacapi della vita fuori dallo sport.

    Alessandro Campagna, campione oggi allenatore di pallanuoto, racconta i momenti di crisi nello sport, i suoi. Come l’infortunio del 1984 e quell’anno di inattività per cui dovrà rinunciare all’Olimpiade, superato tenendo la mente impegnata, diplomandosi all’ISEF. Il suo rientro e quindi il recupero lo porterà poi all’argento mondiale conquistato a Madrid nel 1986 e il premio, a 23 anni miglior giocatore del mondo con una gara quasi perfetta. Quasi, perché commetterà l’errore che tramuterà l’oro in argento, aprendo una ferita destinata a rimarginarsi con fatica. Quella che vivrà sarà una situazione di stress a catena che daranno un oro olimpico, quello del 1992. Frutto di una crisi.

    Francesco de Angelis, invece, viene dal mondo della vela, uno sport fatto di spazi ridotti che può generare conflitti anche molto forti. Uno sport che prevede due binari di preparazione di livello tecnico, visto che impiega anche un mezzo. Molte le variabili, poi, tra cui il meteo, la strategia della gara e la lunghezza della stessa con prove in condizioni diverse. Tra i contro la necessità di mediare e la difficoltà di riuscire a controllare il problema, perché si tratta di situazioni in cui la costante e la crisi. E bisogna essere sempre pronti, mentalmente flessibili ma anche concreti. Se il fallimento è il mancato raggiungimento dell’obiettivo, infatti, la domanda vera è quella che porta a considerare se l’obiettivo era raggiungibile, con l’asticella posizionata al livello giusto.

    E così arriva Julio Velasco, allenatore tra i più conosciuti e apprezzati al mondo, oggi ct dell’Argentina per molti anni in Italia, che subito fa piazza pulita, sgombera il campo da fraintendimenti: sconfitta e crisi non sono sinonimi, si può perdere, infatti, senza necessariamente entrare in uno stato di frustrazione. L’importante è che la squadra non imploda a causa dello scambio di reciproche accuse.

    E allora quando la sconfitta porta alla crisi? “Quando non si riesce a circoscrivere la sua portata, a darle una dimensione reale trovando delle priorità, necessarie, per uscirne. Per non permettere che la crisi si autoalimenti, trovando la chiave per uscirne”. Perché nello sport non è importante far le cose bene ma farle meglio degli altri. Per arrivare a questo non bisogna avere paura di affaticarsi ma prendere quale pratica quella di sovraccaricare, senza temere di farsi odiare dai propri giocatori. Per ottenere il meglio da una squadra bisogna fare in modo di mandarla in crisi, prepararla al peggio per ottenere il meglio. Perché se trattiamo qualcuno come debole otterremo come unico risultato quello indeboliremo.

    Come ha spiegato Bruna Rossi, in chiusura: “Guardiamo alla resilienza, il termine tanto di moda che viene dal passato, da discipline lontane dallo sport. Oggi tutte le ricerche dicono che le persone che hanno affrontato delle avversità, problemi di un certo peso, superandoli hanno acquisito una tempra più forte degli altri.” Eccola lì, allora, la crisi, abusata parola odiata, ma da oggi (forse) meno insidiosa. Perché per dirla con Velasco:“Uscendo da noi stessi, possiamo guardarla con distacco. E sfidarla.”

  • Anna Nicoletti e uno sport di squadra per vincere. Anche la timidezza

    anna nicoletti get sport media vivovolley (1)[di Emanuela Macrìfoto Federica Pozzobon] Di quella vecchia storia degli opposti che si attraggono non riusciamo nemmeno a rintracciarne le origini. Perché risalire con esattezza a chi l’abbia pronunciata per primo, ormai, pare una battaglia persa. Ma c’è una storia di battaglie vinte e di opposti, invece, che conosciamo, così come la sua protagonista, Anna Nicoletti, opposta dell’Imoco Volley Conegliano. La sua prima battaglia vinta risale a qualche anno fa, quando la sua mamma intuisce le potenzialità della pallavolo, di uno sport di squadra, per farla uscire da una timidezza che rischia di farle perdere qualche treno importante nella vita. Non si sa mai. E allora eccola in palestra la giovanissima Anna che frequenta la seconda elementare e ancora non sa.

    Nemmeno immagina che non passeranno poi molti anni per quella valigia, per quel un posto letto al Centro Federale Pavesi che occuperà per tre stagioni insieme al posto in squadra, nel Club Italia. La prima maglia azzurra della vita, azzurrina per la verità. Ad aggiungere una tonalità ci penserà la convocazione in Nazionale U20 del 2015 e quel bronzo al collo, quello della medaglia vinta al Mondiale di Porto Rico “che brilla ancora di più – racconta Anna – perché conquistata a settembre quale coronamento di una lunga estate di lavoro.”

    A guidare le ragazze, in quella stagione, è Luca Cristofani. Ma se di panchine parliamo, allora “non posso non citare Marco Mencarelli – ci tiene a sottolineare l’opposta – perché a lui e ai suoi insegnamenti, soprattutto in fatto di tecnica, devo moltissimo. Quella al Club Italia, che al tempo militava in serie B1, è stata un’esperienza senza uguali.” Un trampolino di quelli che ti permetto un doppio salto. Nemmeno il tempo di riporre maglietta e ginocchiere in valigia, infatti, che già il telefono squilla. Dall’altro capo c’è la società di Conegliano.

    anna nicoletti get sport media vivovolley (2)E, anche se lei ancora non lo immagina, una presenza in campo che si rivelerà fondamentale per la sua crescita: quella di Monica De Gennaro, un libero che non ha bisogno di presentazioni. “Una campionessa vera, che mi ha presa per mano – racconta Anna – e guidata in un momento fondamentale, quello dell’approdo in serie A1, in cui non sapevo cosa aspettarmi, a cosa sarei andata incontro.” La risposta, oggi la conosciamo: uno scudetto e due stagioni in una squadra ai massimi livelli. E un ritorno, quello di quest’anno.

    In mezzo un campionato a Monza nelle fila della Saugella Team. Per un’esperienza diversa, opposta in fatto di classifica a quella fatta ad allora, in un club neopromosso con l’obiettivo della salvezza. “A Monza ho imparato a trovare la forza, mentale, di rialzarti e costruire passo dopo passo; da Conegliano mi portavo la forza della squadra, la coesione e lo spirito di sacrificio per il gruppo. La necessità di sapersi mettere a disposizione degli altri.”

    Come in questo avvio di stagione, con Samanta Fabris da recuperare e Anna a farsi trovare pronta, concentrata e per nulla intimorita. A dare il suo contributo, giocando come sa, come l’avevamo già vista nei momenti importanti: uno su tutti, quel finale di stagione, quello del tricolore, quando alle chiamate di Davide Mazzanti rispondeva con punti e buon gioco.

    anna nicoletti get sport media vivovolley (3)Tanti gli insegnamenti che riempiono il bagaglio, quindi, ma la strada davanti all’opposta di origini vicentine è ancora lunga e c’è molto lavoro da fare. Perché le maglie indossate e il palmares non devono farci dimenticare che sulla torta del prossimo compleanno, peraltro alle porte, le candeline da soffiare saranno soltanto ventidue. Ci sono, infatti, ancora scogli da superare e situazioni da affrontare, nel volley come nella vita. “Sto lavorando su alcune situazioni di chiusura. Spesso, infatti, se le cose non funzionano, ho la tendenza a dilatare i tempi di reazione: l’esigenza e l’obiettivo, ora, sono di ridurli. Per questo conto molto – conclude Anna – su quella tenacia che mi rende attiva al 100% in ogni situazione e che, credo di poter dire, sia il mio aspetto agonistico migliore.”

    Di battaglie vinte e da affrontare, ce ne sono state e ce ne saranno. E di quegli opposti che si attraggono? Pure. Perché a calamitare la sua attenzione di ragazza meno timida di un tempo ma pur sempre riservata, sono le persone espansive, quelle che dimostrano di avere sempre la cosa giusta di dire, di essere sempre sul pezzo. Un po’ in contrasto con lei che alle parole preferisce i fatti, gli ace e i punti da mettere a referto. E una mentalità per cui “Devi sapere, pensare, sentire che puoi vincere.”