[di Emanuela Macrì] Una montagna insolita, quella che passa nei fotogrammi di La Grand-Messe, il film di Méryl Fortunat-Rossi e Valéry Rosier vincitore del Premio Genziana d’oro 2019 alla 67ma edizione di un festival che qualche nostalgico (più di uno, in verità) si ostina a chiamare Film Festival della Montagna, denominazione che da qualche anno ha lasciato il posto a un più generico Trento Film Festival ma che non ha mutato la sua sostanza. Perché il fulcro è pur sempre la montagna, con i suoi contorni e volti anche insoliti.

Una montagna fatta non solo di pendii innevati e pareti da scalare ma, anche, di gruppi improvvisati e non organizzati di camperisti (come quelli ritratti nella pellicola) accomunati dalla disponibilità di tempo libero e una religione, abitata da dei su due ruote e traguardi a 2.000 metri sopra il livello del mare: il ciclismo. Uno sport di fatica e sacrifici (a volte anche scandali) che proprio in montagna ha scritto pagine di epica bellezza.

Una comunità variegata e non ordinata, che senza darsi appuntamenti si ritrova ogni anno senza impegno ma con assoluta puntualità al Colle d’Izoard (2.361 slm) nella Francia meridionale, per seguire una delle tappe storiche del Tour de France che qui, nel 2017, ha lasciato sull’asfalto i segni del suo trentacinquesimo passaggio.

Un’avventura fatta di arrivi tempestivi e di giornate trascorse nell’attesa, tra risate e canzoni dai testi elaborati al momento sulle note di una fisarmonica, di travestimenti e riti preparatori e propiziatori. Di territori conquistati e posti in prima fila da mantenere, difendere dal nemico che vesti i panni del supporter di giornata.

Giorni di lacrime, quando i ricordi peggiori riaffiorano ma non puoi non raccontarli allo sconosciuto che di siede di fianco, quasi fosse un dazio da pagare. Ma anche di preoccupazioni più leggere, come quelle di finire nell’inquadratura televisiva “sperando – ripete una protagonista – che non vada a finire come lo scorso anno quando a pochi metri da noi, a interrompere la diretta è entrato uno spot pubblicitario e… addio saluto a casa!

Protagonisti, ma non attori, perché non interpretano ma accettano di condividere giornate con una telecamera, di far entrare nel loro cerchio magico una comunità (quella cinematografica) di sconosciuti, aprendo la portiera di un camper ma compiendo un gesto molto più significativo, come quello di svelare piccoli segreti destinati a rimanere lassù, in un paesaggio diviso tra rocce nude e boschi dove le stele a bordo strada ci ricordano le imprese di due giganti delle due ruote come Faust Coppi e Louison Bobet.

Un film (Holy Tour nella versione inglese) senza copione, dunque, con il preciso obiettivo (peraltro centrato) di narrare un’altra montagna, quella vissuta da una comunità sospesa tra immagini televisive e tifo dal vivo, parcheggi millimetrici e privacy in stand by. Di persone che non vivono il ciclismo nella sua pratica sportiva ma che lo praticano come culto. Come una religione con le sue ritualità, quella grande Messa a cui si rifà il titolo del film, un credo costruito sull’umana necessità di condivisione e senso di appartenenza, in un’addizione capace di regalare aggregazione ed emozioni quale risultato.