Quell’attimo prima che un giorno termini e lasci il posto ad una nuova alba. Quella bolla temporale, rarefatta e concreta, che il regista statunitense Spike Lee chiamerà La 25ma ora. Uno spazio, transitorio e immaginario, da ricavarsi per chiudere i conti con quanto è stato per riaprire la partita con quanto ci aspetta.
Simona Ghisellini, si trova proprio lì. Tra una carriera che si sta per concludere dopo (più di) venticinque stagioni sul campo di gara e un’altra che sta per avere inizio, pochi centimetri più in là, sulla panchina della Beng Rovigo, la squadra della sua città natale, neopromossa in serie A1.
Registi, in settori diversi e lontani, ma entrambi alle prese con il numero 25 e itinerari da raccontare. “Un percorso strano, il mio e per nulla lineare. Ho giocato in tutte le categorie – racconta l’alzatrice di Occhiobello – dalla serie C fino alla massima serie, dove sono arrivata quando mi potevo considerare ormai un’atleta matura, a fine carriera. Quando, però, anziché appendere le ginocchiere al chiodo si apriva una seconda fase dell’attività, piena di battaglie da combattere. Tra queste un ritorno in serie B1 e altre due promozioni da conquistare per tornare in vetta. Fino alla panchina e un posto da vice allenatrice con cui devo ancora prendere confidenza”.
Nelle parole di Simona non è difficile cogliere del sano timore reverenziale nei confronti di un ruolo di grande responsabilità. Ma lei, tanto consapevole quanto umile, sa che ad assisterla ci saranno anche i ricordi, tutti quei fotogrammi di vita sportiva in cui cercare motivazione e trovare buoni spunti. “Sono stati tanti gli allenatori che hanno scandito le tappe del mio viaggio, lasciando un segno sulla strada che andavo asfaltando. Dall’incontro con Pietro Pantaleoni, che mi ha insegnato a palleggiare, all’esordio in serie B a soli tredici anni voluto e guidato dal coraggioso Vanni Sacchetto. Qualche anno più tardi, poi, il ritorno in campo, con Conegliano e Gigi Lucchetta a bordo campo, dopo un anno critico complicato da un serio infortunio da recuperare. Ed infine Delio Rossetto con cui ho condiviso le ultime stagioni giocate, quelle a Vicenza. Un rapporto, il nostro, affatto facile ma determinante nel farmi scontrare con alcuni lati del mio carattere e affrontare questioni che fino ad allora avevo accantonato per rimanere chiusa nel mio guscio”.
Poi un’emozione sale negli occhi di Simona e ne rivela l’anima delicata “Non è stato facile lasciare il campo. La palestra è la mia vita. Non potrei vivere senza l’odore del pallone, il rumore delle suole che stridono sul pavimento. Per me, là dentro, c’è il cuore e l’essenza di un’esistenza”. E c’è passione, tanto vera che ti sembra di poterla toccare, quando dice con un filo di voce: “Vorrei che le ragazze leggessero nelle mie parole la positività delle sensazioni che questo sport sa regalare, la felicità dietro la fatica, la soddisfazione dopo ogni sforzo e quel senso di solidarietà che va cercato nella squadra, insieme alla voglia di non far cadere nemmeno un pallone in più. Tutti quei brividi che ho lasciato nel rettangolo di gioco, che hanno reso faticoso il mio addio alla pallavolo giocata”.
Inizia così, il secondo tempo di una vita professionale di un’atleta concreta e generosa. “Ora – continua Simona – ho una nuova identità all’interno della squadra, da costruire e gestire. E molto da imparare perché ci sono dinamiche a me estranee: fino a ieri mi rapportavo con un gruppo di lavoro. Oggi, invece, devo fare i conti anche con lo staff tecnico e allargare gli orizzonti. Per questo confido nell’esperienza e nel supporto di Alessio Simone, con cui vivrò questa nuova avventura. Davanti a noi c’è un gruppo già affiatato ma anche molto giovane che ha bisogno di essere preso per mano, in una stagione e un campionato impegnativi. Da affrontare con impegno ma senza farci intimidire”.
E allora via, con metri di pellicola da impressionare e una nuova storia da raccontare. Senza dimenticare quel che diceva J.W.Goethe: “Qualunque cosa sogni intraprendere, cominciala. L’audacia sa di genio, potere e magia”.
A cura di Emanuela Macrì – Foto Riccardo Giuliani
