[di Emanuela Macrì – foto fonte web] È una New York in bianco e nero, bagnata dalle note di George Gershwin ed è impossibile non riconoscerla. È la città che prende forma nei fotogrammi di Manhattan, opera cinematografica di Woody Allen che torna nelle sale italiane a meno di quarant’anni dalla sua uscita ma già in versione restaurata, grazie al progetto Il Cinema Ritrovato della Cineteca di Bologna, al quale è dedicato anche un consigliatissimo festival in programma nella città emiliana ogni anno, a inizio estate.
“Adorava New York, per lui era una metafora della decadenza contemporanea” racconta in apertura Isaac Davis, autore televisivo alle prese con la scrittura, con la sua voce off a correre sulle immagini della città in montaggio, mentre in una sorta di monologo interiore cerca disperatamente l’incipit per il suo libro che trova in “New York era la sua città e lo sarebbe sempre stata”.
Adorava New York e continuerà a venerarla, come dichiarerà in molte delle sue pellicole a venire in cui la sua città avrà sempre un ruolo di primo piano e non finirà relegata a sfondo amorfo e incolore. Profetico, dunque e se vogliamo, Manhattan annuncia molte delle caratteristiche del cinema di Allen, in quegli anni già maturo stilisticamente, sempre riflessivo e pronto a cogliere stimoli dell’interiorità.
Dall’ironia frizzante al sarcasmo fintamente appena accennato, passando per la difficoltà dei rapporti interpersonali, trattati con il filtro autoriale di un’estetica che impareremo ad apprezzare e continueremo a cercare tra i fotogrammi del regista, tra dialoghi serrati e una mimica inconfondibile, con un’isteria fattasi arte e un’onestà intellettuale e umana che non si può non riconoscergli.
Non sono i premi, molti anche mancati, a fare grande questa pellicola ma le scelte stilistiche operate, dal bianco e nero al formato panoramico, dalla colonna sonora al montaggio attento. E se ancora non siete convinti, ecco la scena in cui un Allen/Davis sdraiato sul divano registra su cassetta alcune riflessioni, finendo per interrompere per l’ennesima volta i pensieri e voltarsi a ripensare al passato e alle sue tante sfumature sul presente.
Il tutto muove da un “Perchè vale la pena di vivere” a cui si potrebbero aggiungere le motivazioni per le quali, vale la pena di rivedere un capolavoro come Manhattan. Uno su tutti? La risposta del protagonista all’accusa di sentirsi Dio: “Beh, a qualche modello dovrò pure ispirarmi!”. E allora prendiamola come un consiglio e… lasciamoci ispirare.
