Lucia Bosetti, schiacciatrice classe 1989, è una delle migliori bande italiane in attività; per lei, parlano il palmares, già pieno di successi, con le squadre di club, e la costante presenza nel gruppo della Nazionale Italiana, vincitrice della World Cup in Giappone lo scorso novembre e con cui ha partecipato alle Olimpiadi di Londra. Affacciatasi al volley con un nome “pesante”, è approdata sui palcoscenici che contano con la sua volontà e la voglia di migliorarsi. L’abbiamo incontrata al Pala Banca,la sua nuova casa, per un interessante confronto sulla materia pallavolo in cui affiora una “Bose” più matura e più consapevole di sè..

Lucia, hai intrapreso la carriera di pallavolista molto giovane e con il “peso” di essere figlia d’arte. Quanto ha influito questo fattore, secondo te? Ti ha, in qualche modo, caricato di ulteriore pressione?

 Ho iniziato a giocare a pallavolo da piccola ma non troppo presto rispetto a quasi tutte le mie “colleghe” che sono arrivate ad alti livelli. Infatti nessuna di loro ha cominciato a giocare a volley a vent’anni. Io ho fatto un percorso partendo dal minivolley perché mia mamma insegnava proprio questa disciplina e il pomeriggio portava me e mio fratello (che tra l’altro non gioca a pallavolo adesso…) in palestra con lei. In realtà ho iniziato a giocare la pallavolo “sei contro sei” attorno ai 14anni, con l’Under14 seguendo poi un percorso “normale” di giovanili, come tutte le altre ragazze. Quando ho avuto la fortuna di essere chiamata da Sassuolo, ho provato ad andare in Serie A, perché comunque venendo dalla B1 potevo anche non riuscire a sfondare in un campionato molto difficile. Sinceramente, il cognome non mi ha mai pesato perché non ci ho mai pensato davvero, soprattutto quando giocavo nelle giovanili o in serie B.

Più che altro, posso dire che sono stata indirizzata alla pallavolo dai miei genitori, perché era il loro sport, è quello di cui vivono e mi portavano a seguire le partite o gli allenamenti, ma non sono mai stata forzata a giocare a pallavolo. Fino ad una certa età ho praticato anche il nuoto, così come i miei fratelli; la pallavolo è stata una scelta mia, qualcosa che ho voluto fare io.

Cosa significa per te la pallavolo? 

Alla base di tutto c’è la grande passione, il grande amore per questo sport, altrimenti non avrei mai fatto tanti sacrifici, soprattutto in passato; crescendo mi sono resa conto che ha anche un aspetto lavorativo, perché inizi a pensare che non giocherai per sempre. E’ parte della mia vita, come per ogni giocatrice. Io vengo in palestra due volte al giorno e lo faccio praticamente per tutti i giorni dell’anno, sia in estate che in inverno, anche perché trovare una pausa è veramente difficile ma, ripeto, sempre con passione.

Hai una sorella più giovane che gioca nel tuo ruolo. C’è competizione tra di voi, nell’ambito sportivo, fermo restando il vostro rapporto personale? Come è stato giocare con lei anche nel club, oltre che in Nazionale? 

L’anno scorso nella squadra di club non c’è stato nessun problema perché i ruoli erano molto chiari e definiti fin dall’inizio. In Nazionale, però, è successo qualcosa che non mi aspettavo nemmeno io. Durante l’estate ho sentito la competizione, perché si era creata quella situazione di difficoltà, di disagio, una situazione inaspettata e nuova, che non avevo mai vissuto prima. Questa è una situazione che probabilmente si ripeterà, ma si impara dagli errori e anche dalle circostanze della vita, e col tempo ci si fa l’abitudine. Non siamo le prime, non saremo le ultime sorelle che praticano lo stesso sport, come detto ci faremo l’abitudine.

In una pallavolo sempre più “fisica”(come, ad esempio, la scuola americana insegna), hai adattato le tue caratteristiche al servizio della squadra, in un ruolo che richiede, secondo un luogo comune, una certa altezza, raggiungendo traguardi importantissimi. Cosa puoi dire ad una ragazza giovane che approccia la pallavolo ma che si potrebbe sentire “inadatta” alla banda?  

La scuola americana è incentrata molto sul fisico e basa molto del suo gioco su questo aspetto, eppure abbiamo visto alle Olimpiadi che sono crollate proprio in vista del traguardo, nel momento in cui non avrebbero mai dovuto mollare. Nella pallavolo, anche nello stesso ruolo, si possono svolgere funzioni diverse, sempre nell’economia del gioco e al servizio della squadra. La “norma” vorrebbe la banda come la giocatrice alta che mette giù i palloni, così come l’opposto, però ci sono certi giocatori che devono dare equilibrio alla squadra. Senza questi giocatori, si può avere una squadra alta ma che non gira, che non ha una sua stabilità. Le giocatrici meno alte sono quelle che danno l’equilibrio. Per esempio Larsson, nel team USA, dava equilibrio e giocava pur non essendo altissima, così come Marcon a Busto Arsizio, o anche la stessa Piccinini (anche se forse è più attaccante), Del Core in Nazionale e tante altre. Quest’anno a Piacenza io e Meijners giochiamo nello stesso ruolo ma abbiamo compiti diversi. Da fuori questo dettaglio non si vede molto, probabilmente, perché si è spesso portati a vedere solo il pallone “messo giù” dall’attaccante alta e forte, però non bisogna dimenticare il lavoro che fanno anche le altre dietro. Io attacco meno ma il mio compito è aiutare in difesa e tenere su i palloni in ricezione sul “più” e “doppio più”. Comunque il segreto per chi non è tanto fisico è la tecnica; con la tecnica, si può colmare il divario con giocatrici che mettono la palla a terra perché devono solo saltare e schiacciare. I sacrifici? si, io ne ho fatti tanti come tutte le giocatrici;quando sei giovane non te ne rendi bene conto, sei in palestra tutti i giorni, rinunci magari alle feste di compleanno piuttosto che delle uscite con gli amici, perché quando sei nei campionati giovanili giochi la domenica mattina alle 9, in serie B giochi il sabato sera alle 21, quindi alcune cose belle dell’essere giovane le perdi; sicuramente bisogna avere tanta pazienza e perseveranza, perché per una giovane adesso è davvero difficile rinunciare a queste cose però io sinceramente sono molto contenta dei sacrifici fatti e di come sono stata ripagata. Per qualsiasi obiettivo che uno si ponga, la cosa fondamentale è non arrendersi al primo ostacolo. In qualche modo, torna tutto indietro!

Negli ultimi 3 anni hai cambiato 3 squadre di club. Quali sono le principali differenze che hai notato, nella preparazione, nel gruppo… 

A livello di preparazione, posso dire che quest’anno sia la prima volta che vi posso prender parte fin dall’inizio, perché negli anni precedenti arrivavo al club sempre dalla Nazionale con l’inizio del campionato alle porte. Avere la possibilità di allenarsi con calma, di avere giorni di riposo, come adesso che il sabato e la domenica sono libere, cambia completamente la mia vita. Prima pensavo di essere fortunata perché saltavo questa fase, ma mi sono resa conto che una preparazione completa fa la differenza. Essere catapultata sempre dalla Nazionale al club è anche un po’ spiazzante, perché in brevissimo tempo devi cambiare mentalità ed adattarti al nuovo contesto, mentre vivere l’approccio in maniera graduale è bellissimo.

L’anno scorso a Villa Cortese è stato un anno un po’ particolare, c’è stata la World Cup all’inizio della stagione e l’Olimpiade alla fine, abbiamo giocato in continuazione senza fermarci in competizioni diverse…è stato così veloce che onestamente faccio fatica a dire cosa sia successo!

Qui a Piacenza ritrovo Mazzanti, che ho avuto come allenatore già ai tempi di Bergamo; io sono cambiata da allora, perché l’esperienza ti fa vedere le cose sotto altri aspetti e altri punti di vista. Sono molto contenta del gruppo, perché siamo davvero una buona squadra e possiamo fare una bella stagione; speriamo di riuscire a concretizzare questo potenziale che sono convinta abbiamo.

Ho avuto una settimana di vacanza dopo le Olimpiadi e ho ritrovato le altre ragazze che erano ferme, almeno con gli allenamenti di gruppo, da aprile; abbiamo cominciato la preparazione gradualmente, come è giusto fare. Adesso che ci alleniamo da qualche tempo si comincia a notare che la squadra gira, stiamo lavorando bene nonostante alcuni meccanismi, come è naturale, devono ancora essere affinati.


Un’esperienza all’estero? La tua carriera è ancora lunga… 

L’anno scorso e quest’anno ho avuto delle proposte dall’estero, ma ho sempre detto al mio procuratore che io volevo rimanere ancora qualche tempo in Italia. Il campionato italiano forse si sta indebolendo, perché le giocatrici straniere non vengono in Italia perché da altre parti prendono più soldi e anche  perchè giocatrici italiane  scelgono di andare all’estero, però ci sono anche altre componenti da valutare; per esempio, il gioco che si vede in Italia, gli allenamenti che si fanno qui difficilmente si fanno da altre parti. Dipende anche “come vai all’estero”, chi è l’allenatore…Per esempio, in Turchia rischi di giocare solo la Champions per le regole interne; potrei prendere probabilmente più soldi ma rischierei di giocare due partite in tutta la stagione. O sei veramente forte o rischi di non giocare mai. La Russia sarebbe una scelta di vita difficile, per il clima, per il fatto delle grandi distanze, in pratica saresti sempre in viaggio, mentre l’Azerbaijan ha un campionato interno non molto competitivo.

Io però ho fatto la scelta di mettermi alla prova ancora in Italia, per giocarmi il posto da titolare in un campionato di un certo livello con partite importanti.

Certo, quando sarà il momento, tra qualche anno, mi piacerebbe fare un’esperienza all’estero, che sarebbe davvero molto interessante.

Magari in Gran Bretagna, chissà? Le Olimpiadi hanno acceso la passione per questo sport… 

Sì, è stata davvero una grande sorpresa vedere così tanta gente al seguito delle gare di pallavolo, per un Paese senza tradizione. Quando abbiamo fatto allenamento ad Earls Court, guardavo le tribune e pensavo che il palazzo non si sarebbe mai riempito…non ero molto fiduciosa, ma sono stata smentita e, ripeto, è stata una bella sorpresa. Il pubblico sugli spalti fa davvero la differenza, ti senti apprezzato e ti dà soddisfazione. Speriamo che possa essere un nuovo Paese che investa sulla pallavolo..

Hai mai pensato di prestare la tua immagine, tu che sei una giocatrice famosa, per qualche iniziativa benefica? 

Ci ho pensato qualche volta, ma al momento devo dire che non ho mai ricevuto particolari proposte in merito. E’ ancora difficile per una giocatrice di pallavolo fare certe iniziative, perché al di fuori del nostro ambiente non tutti ti conoscono, a differenza, per esempio, del calcio. Sicuramente se mi verranno fatte delle proposte le prenderò in considerazione; è una cosa stimolante per far conoscere magari la pallavolo anche a chi non la vive, per provare ad aumentarne la visibilità. Potrebbe essere sicuramente un’esperienza interessante.

Matteo Mangiarotti – Cristina Gatti. Foto Fabio Cucchetti, Matteo Quaglia e Luca Renoldi.