[di Emanuela Macrì] È un’ovazione quella che nella serata del primo sabato di Trento Film Festival edizione 67 accoglie e un po’ sì, stupisce, Luca Barbarossa. Ospite di una sala piena, quella della Sala della Filarmonica, e di un pubblico entusiasta, l’artista romano non lesina sorrisi e condisce con un’ironia, mai fuori luogo, un evento condotto da Alberto Faustini, direttore del quotidiano locale L’Adige.
Un pubblico che tra le note di chitarra, voce e pianoforte, ripercorre le tappe della carriera di Barbarossa, quella che partita dalla strada l’ha portato a vivere il Festival di Sanremo per ben 18 edizioni, una metà da artista in gara e l’altra da conduttore radiofonico. Un palco che l’ha visto trionfare, nel 1992 con Portami a ballare, brano interpretato in chiusura di serata, ideale e apprezzatissimo congedo.
In mezzo, però, tanta strada, a partire da quella che l’ha visto muovere i primi passi. “Una strada che – racconta il cantautore – mi ha portato ad essere quel che sono, a guidato la mia carriera, iniziata tra le strade della mia città, Roma, in un tempo così diverso da oggi.” In una vita che era ieri ma sembra secoli fa, non contaminata da una tecnologia tanto spinta da allontanarci da una realtà che, invece, dice di voler aumentare.
In un tempo in cui, vivendo la strada e per strada, osservando vicoli e strade, scriverà il pezzo che lo porterà al grande pubblico, passando per il Festival di Castrocaro, kermesse canora che proponeva voci nuove, oggi soppiantata in tv dai talent. Quel pezzo, che apre la serata con voce e chitarra, è Roma spogliata.
Ma a catapultare sala e pubblico in una città eterna che con Barbarossa sembra lì, un piano più sotto, non sono solo le note di Via Margutta, ma le storie che in essa, e con essa, racconta. Quella “di una romanità che oggi puoi trovare solo nel ghetto insieme alle sue tradizioni, i suoi sapori e sonorità”.
Ritmiche e metriche capaci di accorciare le distanze e condurre in territori personali come quello famigliare che apre una finestra in Passame er sale, canzone dal titolo poco romantico ma che racchiude tutto un universo di sentimenti e intimità o come L’amore rubato, che racconta una tragedia altrui, quella di una violenza subita, ma non per questo meno intensa.
“Perché le canzoni, tutte le canzoni, sono autobiografiche. Raccontano una parte di noi. A volte ci spingono a fare della sana autocritica, mettendoci davanti uno specchio, per restituirci una immagine che non sempre ci piace.” Come racconta Al di là del muro, il brano che non si rifiuterebbe mai di cantare, a nessuna ora e in nessuna condizione, in cui tratta di pregiudizi come muri, da abbattere e oltrepassare.
Fino alla montagna e ai motivi che conducono Luca Barbarossa al TFF67, un festival cinematografico a tema montagna. Che non risiedono solo nella sua partecipazione, qualche anno fa, alla manifestazione estiva Suoni delle Dolomiti. La sua storia con la montagna “è quella di un romano che si fa sette ore di auto (sfidando letteralmente la sorte: basterebbero due centimetri di neve, infatti, a rivelare quanto le catene che fanno bella mostra di sè nel bagagliaio dell’auto, abbiano la medesima funzione di un soprammobile) per raggiungere la montagna e respirare silenzi e libertà. Che a volte si stupisce, anzi infastidisce, quando scopre che in alta quota, ci sono rifugi che impongono la disco music sparata ad alto volume. Quando anche nei luoghi deputati al silenzio e la contemplazione, dunque, trova la riproduzione di alcuni mali del presente, come la cattiva abitudine della musica imposta, e quasi mai rispondente alla situazione. Perché, ormai, siamo una civiltà spaventata dalla noia e dall’assenza di rumore.” Eccezioni che, però, non intaccano la sua meraviglia per il paesaggio di montagna.
E per un festival cinematografico che ci avvicina al suo rapporto con la Settima Arte e al suo presente, con Paolo Genovese a dirigere il videoclip di La dieta, interpretato da Barbarossa, Marco Giallini e Anna Foglietta, ma allo stesso tempo ci riporta al passato. Al 1987 e a Come dentro un film unico pezzo a mancare in una serata piacevole, carica di ricordi, risate e temi importanti. Sarà per la prossima volta, quando come dentro un film, un giorno, mi vedrai arrivare, tra luci e riflettori accesi e scene da smontare e… gira il nastro gira.





