La mentalità (vincente) è una qualità determinante in qualsiasi sport,  intesa come qualcosa di insito in una squadra, che ne influenza la “performance psicologica” aiutandola ad ottenere risultati importanti. Vogliamo esprimere delle considerazioni, assolutamente personali, partendo dalla mentalità made in Usa.

Quello che colpisce, guardando gli sport americani (per quanto riguarda il volley – dal vivo quando ne abbiamo avuto la possibilità) è “il mettersi a servizio della squadra”. Durante la gara vedi gli atleti supportarsi, ma soprattutto parlare tra di loro o con il coach. Capisci che la comunicazione è parte integrante dell’essere un gruppo. Parlando con un “amico” che conosce bene lo sport Usa, è uscito questo concetto: “Ogni giocatore può allenare il compagno di squadra”, ovviamente si parla di atleti che hanno lo stesso tipo di background sportivo, che hanno la stessa conoscenza dello sport in questione. Questa mentalità si basa sull’unione e sulla condivisione della propria esperienza. Dal film The Miracle, significativa questa scena: http://www.youtube.com/watch?v=WXbjm8__ffw

La frase in lingua originale è: “You think you can win on talent alone? Gentlemen, YOU DON’T HAVE ENOUGH TALENT TO WIN ON TALENT ALONE!”.. “Pensate di vincere solo con il talento?.. Signori, non avete abbastanza talento per poter vincere solo con quello”…

Perchè quando sei in una squadra non sei più un singolo giocatore.. Sei parte di qualcosa di più grande. Sempre dallo stesso film: “ When you pull on that jersey, you represent yourself and your teammates. And the name on the front is a hell of a lot more important than the one on the back! Get that through your head!!” Quando indossi la maglia della tua squadra (in particolare della nazionale), non conta più il nome scritto dietro, il nome del singolo, ma conta il nome della nazione. E questo discorso si può fare anche nel club. Quando giochi in squadra, devi mettere il TALENTO a servizio di un sistema che migliora tutto il collettivo. In Italia, osservazione personale, spesso manca la condivisione della propria esperienza, quella fatta sul campo. O meglio, ci sarebbe anche, ma non in modo così palese. C’è una mentalità molto egoista.. Non c’è questo mettersi al servizio della squadra in modo così accentuato. Il “problema”, se così possiamo chiamarlo, sta alla base dell’educazione che riceviamo, sia in famiglia sia a scuola e nasce da una mancanza di fondo di comunicazione; negli USA, o più in generale nei paesi anglosassoni, la cultura del lavoro, del lavoro di squadra, di eccellere comunque in tutto quello che si fa è ampiamente radicata. Da noi, si tende sempre ad accentuare il positivo (vedi per es. nel volley la vittoria alla World Cup dimenticando la debacle europea) anche quando non vengono, in alcuni casi anche palesemente, fatti tutti i tentativi per riuscire in quello che ci si è prefissati. Si tende sempre a “consolare”, a coltivare il fatto di “accontentarsi di quello che si ha”, con una mentalità provinciale che non sempre riesce a trascinare i soggetti all’ eccellenza. Sul lavoro, solitamente si cerca un posto fisso, bando all’intraprendenza, quello che viene va bene, non ci si può permettere di rischiare. Per fare un altro esempio, Bargnani e Belinelli, due dei più grandi talenti del basket di casa nostra,  sono in NBA, ma non hanno la minima intenzione di tornare a giocare in Italia, perchè il livello da noi è più basso (e perchè prendono meno soldi, ndr). Le italiane che sono andate a giocare all’estero difficilmente tornano, perchè il livello delle squadre in cui giocano (non dei campionati) spesso è più alto (oltre ad un discorso economico che non fa male di certo alla salute, ndr). I ricercatori italiani, gli ormai celeberrimi “cervelli in fuga”, lasciano l’Italia per andare in Paesi dove è loro garantita la possibilità di coltivare i loro studi e i loro sogni ( insieme alla speranza di maggior guadagno).  Perchè i ricercatori italiani, una volta raggiunti i loro scopi, non rientrano in Italia a coltivare nuovi talenti nelle nostre università? Perchè le giocatrici italiane all’estero, o anche le campionesse che sono rimaste in Italia, nei periodi liberi e in estate non organizzano campus per le ragazzine, facendo un lavoro di “proselitismo” (magari donando in beneficenza parte del ricavato)? In Italia siamo abituati a coltivare il nostro orticello, ad essere sempre diffidenti del vicino, del collega… Non metto la mia esperienza a servizio dei miei compagni, potrebbero “rubarmi” il posto.. In Paesi come quelli anglosassoni, come detto, dove il livello di competizione in certi ambiti è altissimo, si riesce quasi sempre a trasferire il concetto di “squadra”. Magari non in chiave positiva, magari “contro”, la concorrenza, gli avversari, il “nemico” di turno… ma si riesce a creare questo spirito di appartenenza che a noi manca quasi completamente.

Passando allo sport, continuando con le osservazioni, il problema è “tecnico o gestionale”? Partiamo dalla testa per arrivare alle braccia o partiamo dalle braccia per arrivare alla testa? Questa domanda nasconde diversi interrogativi sul ruolo dell’allenatore nello sport e da che ruolo abbia quest’ultimo nella gestione della “mentalità”. Si potrebbe anche aggiungere: allenatore personaggio o allenatore chioccia? Tutto questo dipende dagli obiettivi e dalla tipologia di sport che si intende analizzare. Si può passare da un Mourinho che accentra su di sé l’attenzione per evitare lo stress alla squadra ad un allenatore alla Castagnetti per cui l’unico scopo è (era) far rendere l’atleta al massimo negli appuntamenti che contano ed essere un “secondo padre”, come definito dalla stessa Pellegrini, che comprende, capisce e parla con l’atleta. Il ruolo dell’ allenatore nella profusione della “mentalità” è FONDAMENTALE.  In uno sport di squadra come in uno sport individuale, il coach è il punto di riferimento. A volte parafulmini, a volte l’elemento scatenante il successo. L’allenatore o coach (vedasi anche il nuovo ruolo aziendale del coaching ) è e dovrebbe essere colui che fa cambiare mentalità alla squadra. Colui che pone i principi base del successo della squadra indipendentemente dalla presenza o meno di talenti. Il talento può risolverti l’occasione, ma è la squadra che vince la partita. Posso avere il miglior palleggiatore al mondo o il miglior ricevitore al mondo in squadra ma se non ho un’intesa perfetta con degli attaccanti adeguati…

Allora l’allenatore cosa deve fare?

L’unica cosa che un allentatore deve fare per raggiungere i risultati, a parte essere tecnicamente preparato, è essere ANCHE uno psicologo del gruppo e dell’atleta. In una squadra di nuoto sono lo psicologo del singolo atleta, in una squadra di volley sono lo psicologo dell’atleta e della squadra, ancora più difficile. Tradotto in parole semplici il concetto di gestione psicologica di una squadra vuole essere questo: ci sono diversi modi per arrivare alla vittoria, al successo. Talvolta creare un gruppo con le dodici giocatrici più forti potrebbe indurre in tentazione, di avere la strada spianata per un successo facile, ma l’esempio più lampante di questa contraddizione ci arriva, ancora una volta, dagli USA. In NBA ci sono i migliori giocatori di basket del mondo attualmente in attività. Eppure, non ci sono squadre in cui ci siano più di un paio, forse tre fuoriclasse. Perché? Perchè altrimenti la squadra non avrebbe la sua stabilità. Servono i talenti ma anche il fiato dei “mediani”, di giocatori disposti al sacrificio. L’Inter di Mourinho ha vinto tutto perché era una grande squadra; ma era una grande squadra perché anche i cosiddetti “fenomeni” hanno accettato di sacrificarsi per il collettivo. Via Mourinho, i “fenomeni” non hanno più accettato di fare i gregari (esemplare è stato, in questo, l’atteggiamento di Samuel Eto’o) e quel gruppo, che ha vinto tutto, si è sfaldato, come neve al sole. Se si crea una squadra equilibrata, con la giusta alchimia tra tutte le componenti, è più alta la possibilità di creare un gruppo che vincerà a lungo. Una squadra di “fenomeni” può vincere nel breve periodo, ma quasi sicuramente non costruirà un gruppo con basi solide per un successo duraturo nel tempo. Qui deve lavorare l’allenatore, che allora diventa tecnico e psicologo per far uscire il meglio da ogni singola atleta talentuosa o meno che sia. Dobbiamo cambiare il modo di insegnare, di gestire e di approcciare allo sport…con il talento ma anche senza il talento. La comunicazione deve diventare parte integrante tra tutte le parti. E’ davvero importante sapere che i tuoi compagni capiscono quello che pensi. Ci deve essere onestà da tutti i membri della squadra, dal momento che “trattenere” la verità potrebbe danneggiare l’integrità della squadra. I membri del team dovrebbero sempre condividere le informazioni e quello che sentono tra loro. Questo permette di arrivare alla totale fiducia tra compagni. Indispensabile però è il ruolo di assoluto carisma e di leadership dell’allenatore: persona fondamentale per far crescere la mentalità (vincente) nel gruppo e per evitare ruoli predominanti all’interno del gruppo stesso degli atleti più talentuosi (vedasi diversi esempi nel calcio o nel nuoto) che a volte possono essere destabilizzanti a livello di gestione della squadra.

Nel rugby si riassume in maniera esemplare il concetto di “gioco di squadra”. Quindici giocatori, ognuno con il suo ruolo ben chiaro e molto difficilmente intercambiabile. Due reparti. Gli “avanti”, quelli più fisici, grossi, otto giocatori, tre linee. Fanno il lavoro “sporco”, portano il pallone quando si avanza, attaccano i raggruppamenti, placcano in fase difensiva. Giocano la mischia ordinata. Giocano nelle rimesse laterali. I “trequarti”, il fosforo della squadra. Sette elementi, veloci, rapidi con le gambe e con la testa. Fisici, come il rugby attuale richiede. Ma al contempo, atletici. Corrono sulle fasce, servono i compagni, organizzano il gioco, calciano tra i pali le punizioni. Ci sono allenatori specializzati per ogni reparto, con allenamenti specifici per ogni reparto. Tra questi due reparti, un’unica arma in comune: il dialogo e il sostegno. Parole chiaveDialogo: in un campo da rugby si parla tantissimo. Il Capitano parla, gli altri ascoltano; prima del fischio d’inizio, nei momenti di pausa, prima di una mischia, dopo aver subito una meta. Ci sono momenti morti, e vengono sfruttati per parlarsi. Ci si parla tra componenti di un reparto, ma nei momenti più importanti si coinvolge tutta la squadra. Sostegno. In attacco e in difesa, un giocatore non deve mai rimanere isolato. “Si attacca in quindici, si difende in quindici”, ha detto Andy Robinson, coach della Scozia, nella conferenza stampa pre-All Blacks. Quando si attacca, il portatore di palla deve sempre essere seguito dai compagni, cui può, se serve, passare la palla per andare in meta. Quando si difende, il difensore non può essere esposto all’inferiorità numerica, che sarebbe devastante. Si può vincere per la prodezza del singolo, per il talento, magari per il “piede” del calciatore. Ma le punizioni, le occasioni da cui scaturisce l’occasione per il singolo di mettersi in luce, sono create dal gioco di squadra. Questo però è il punto di partenza per capire se una squadra è in grado di vincere o meglio vincere sempre.

Chiosa finale: quello scritto non significa che questo modo di “pensare” sia il migliore.  Anche se l’ obiettivo primario è fare risultato, non significa che sia tutto rose e fiori fuori da casa nostra e che in Italia tutto sia negativo. Forse noi italiani non avremo radicata questa mentalità, ma se sono i risultati quello che conta, ci siamo arrivati pur senza questa filosofia di pensiero. E in molti sport, perché abbiamo dei grandi talenti e dei grandi allenatori che, comunicazione o no, condivisione o no, carisma o no, sono stati capaci di farli rendere al massimo. Comunque un cambio di mentalità non sarebbe male, insieme  ad una preparazione non solo a livello tecnico ma anche psicologico per gli allenatori del futuro. Certo, per fare questo bisogna affrontare un cammino lungo e difficile, senza aspettarsi i frutti se non prima di qualche anno.

 Cristina Gatti – Matteo Mangiarotti – Alberto Toneatto.