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Martina Guiggi: “Sette anni a Pesaro. Rifarei tutto, e anche di più, se potessi!”

Il sole, di questo maggio un po’ così per i colori biancorossi, brilla nel cielo terso come una pietra preziosa incastonata in un anello; il mare a pochi metri… E’ questo lo sfondo a che fa da cornice all’appuntamento con Martina Guiggi, all’ora di pranzo, in un bar a pochi metri da casa sua.

Lei è il capitano della Scavolini, è a Pesaro da sette anni ed è la depositaria di molte verità. Chiaramente, il copione impone che non tutto può essere svelato ma la chiacchierata, davanti a una spremuta e a un succo di frutta, scorre via amabilmente come fra amici di vecchia data…

Facciamo il bilancio complessivo di questa stagione 2010/2011.

“E’ difficile parlare di anno positivo quando si conclude con una sconfitta però è stata una stagione lunga e intensa, vissuta sempre in bilico per tanti motivi… Nonostante ciò – riprende dopo un attimo di pausa – abbiamo vinto una Supercoppa, siamo arrivate terze a un punto dal primo posto e abbiamo raggiunto lo storico traguardo della final-four di Champions. Lo giudico, quindi, un anno non proprio negativo anche se, dopo le ultime tre stagioni, capisco chi fa fatica a vedere il bicchiere mezzo pieno”.

Dopo tre scudetti consecutivi, ti aspettavi un finale così?

“Se il buongiorno si vede dal mattino, i segnali non erano certo confortanti quindi non mi sono scandalizzata per il finale. La fuga della Hooker, la stessa Mari che è migrata verso altri lidi, le tante novità in squadra facevano presagire che si sarebbe trattato di un anno di transizione. Però, come gruppo, abbiamo sempre creduto di poter ottenere qualcosa di importante”.

Come ti spieghi questa incostanza che ha un po’ caratterizzato la vostra stagione?

“La partita è lo specchio dell’allenamento e quest’anno, a causa di un calendario schizofrenico, non ci siamo potute allenare a dovere. Inoltre, l’età media molto bassa della squadra esigeva un lavoro più certosino in palestra ma che, come detto, non si è potuto svolgere a causa delle tante partite, a ridosso l’una dell’altra, che non lo hanno permesso. E così, ecco spiegati errori, a volte banali, che hanno compromesso l’esito di alcune partite”.

Parlavi della Hooker, cosa ne pensi della sua fuga?

“C’è poco da dire: ha dimostrato quello che era e non intendo aggiungere altro…”. Ma il suo sguardo vale più di mille discorsi…

Come giudichi la stagione di Martina Guiggi?

“All’inizio ho dovuto faticare molto per entrare in forma e sinceramente, anche se l’intervento è stato innovativo e complesso nello stesso tempo, pensavo di raggiungere il top un po’ prima. Perché innovativo? Perché è stata usata una metodologia sperimentale che mi ha consentito di avere un ginocchio come nuovo ma avevo bisogno di tempi di recupero più lunghi. E sinceramente i vertici del volley dovrebbero tenere in considerazione anche la salute delle atlete perché è difficile non infortunarsi con questi ritmi; ed è ancor più difficile recuperare dopo, quando giochi ogni tre giorni. Così ho dovuto sempre inseguire la forma senza avere il tempo per raggiungerla come previsto dalla naturali tabelle di marcia. Tutto sommato, da metà stagione in poi, posso essere moderatamente soddisfatta del mio campionato anche se non posso negare di non aver inciso come avrei voluto, in generale. E’ vero che la squadra è cambiata molto ed è altrettanto vero che, oltre a prediligere il gioco sulle bande, la ricezione non ha aiutato un certo tipo di schema che coinvolgesse le centrali. Le uniche soddisfazioni le ho avute dalle percentuali a muro, buone anche in questa stagione strana ma è dall’ attacco che trai le soddisfazioni maggiori… E’ normale anche dopo tanti anni che si gioca insieme le cose non vengano alla perfezione, succede un po’ a tutti, ed e’ successo anche tra me e Francesca, dopo tanti cambiamenti nella squadra,nello staff e nella filosofia di gioco,certe dinamiche si perdono un pochino e per rimanere sempre su standard di intesa alti bisogna provare e allenarsi tanto tutti i giorni, cosa che per via della Champions e acciacchi vari non e’ sempre stato possibile. Nel mio caso specifico, c’era anche l’aggravante del dover recuperare da un infortunio”.

Sei il capitano che ha scritto la storia di questa Società: che bilancio fai di questi sette anni? Rifaresti tutto quello che hai fatto o cambieresti qualcosa?

“Sono stati sette anni stupendi! – afferma convinta – Sono arrivata ragazzina e, insieme alla Società, siamo cresciute tantissimo. E’ stato un onore, fino a oggi, essere il capitano di questa squadra anche perché i risultati ci hanno dato ragione e mi sono sentita parte integrante di questo progetto. Rifarei tutto, e anche di più, se potessi!”

Proviamo a rompere questo idillio… La Scavolini ha vinto tanto ma sei sicura che non potevate ottenere di più?

“Sì, sono sicura! Se solo ci soffermiamo sulla storia recente della pallavolo, non troviamo nessuna squadra che si è fregiata tre  volte consecutive del titolo nazionale o che ha vinto 42 partite di fila. In Italia è praticamente impossibile ottenere quanto fatto da noi in questi ultimi tempi”.

A Pesaro sei cresciuta come donna e come atleta. Cosa ti è piaciuto e cosa ti ha infastidito?

“Come detto, non ho niente di cui lamentarmi. A partire dalla Società, con cui ho un rapporto che oserei dire familiare; poi la città a misura d’uomo, con il mare e con bella gente. E poi, come non ricordare i primi tempi a Montecchio quando eravamo letteralmente coccolate dai tifosi. Ecco, se c’è un aspetto che critico è proprio l’assenza di una struttura dove giocare. Non è possibile che una Società plurivincente come la Scavolini non abbia una fissa dimora. Montecchio, Campanara, il vecchio Palas… Mi ha molto infastidito questa scarsa sensibilità nei nostri confronti: se penso al freddo patito o agli infortuni che, più o meno, hanno interessato un po’ tutte, c’è rammarico misto a rabbia. Mi sembra che non ci sia volontà per perseguire un progetto serio che dia una casa definitiva a questa squadra che da’ lustro anche alla città”.

Capitolo tifosi. Hai avuto anche tu la sensazione che, nel corso degli anni, ci sia stato un po’ si scollamento fra la squadra e la frangia più calda del pubblico?

“Pesaro si è sempre distinta per un tifo improntato sulla famiglia. Le esperienze in altre città di alcune di noi ci hanno fatto apprezzare, ancor di più, il nostro pubblico fatto di gente che ha sempre pronto un sorriso o una parola di conforto. Per questo, alcune di noi, si sono stupite per i fischi con Novara…

E’ vero – conclude – che il tifoso, in generale, vorrebbe avere un rapporto più stretto con le proprie beniamine ma questo, al di là di qualche cena, è difficile che si possa realizzare e, sinceramente, non saprei neanche spiegarne il motivo anche se restano la stima e l’affetto”.

Capitolo Nazionale: dopo l’assenza legata all’infortunio, presto si riannoderà il filo interrotto. Che aspettativa hai in vista di Londra 2012?

“Quest’anno sarà molto importante per giocarsi una maglia azzurra: la concorrenza è agguerrita e io devo recuperare il terreno perduto. Proprio per questo, nella prima fase del ritiro, dovrò pensare alla parte fisica per tornare al top della forma. L’Olimpiade è veramente un’esperienza indescrivibile e non mi dispiacerebbe bissare Pechino 2008 e, per farlo, sono disposta a qualsiasi sacrificio”.

Cala il sipario, anche il sole non splende più con la stessa intensità.

Il futuro, per Martina, è già oggi perché la Nazionale è dietro l’angolo. Per il resto, chi vivrà, vedrà…

Fabrizio Bontà – Foto Max Marini e Gabriele Rescaldani

 

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