Nicole Davis, californiana classe 1982, libero della Rebecchi Nordmeccanica Piacenza e della Nazionale USA, è una delle migliori interpreti del suo ruolo. Professionista seria fuori e dentro il campo da gioco, ha uno spirito da combattente incredibile e quando scende in campo ci mette davvero tanto cuore. L’abbiamo incontrata in un bar a Piacenza, vicino alla palestra pesi, poco prima di una seduta di allenamento alla vigilia di gara-2 dei quarti di finale contro Modena, per una chiacchierata a 360 gradi sulla sua carriera, sulle sue aspettative per i prossimi anni e per i prossimi eventi, primo tra tutti le Olimpiadi di Londra che scatteranno tra pochi mesi.
Quando hai deciso di giocare a pallavolo?
Quando ero piccola ho approcciato lo sport giocando a softball e praticando arti marziali (karate). Ho cominciato a giocare a pallavolo al tempo della High School (le nostre scuole superiori), quando avevo 14 anni; non conoscevo molto di questo gioco ma volevo praticare uno sport di squadra e ho scelto la pallavolo, that’s it!
Quando ti sei resa conto che poteva diventare un lavoro per te?
Negli Stati Uniti funziona in maniera diversa, rispetto ad altri Paesi; quando avevo 16 anni ho cominciato a pensare di essere brava abbastanza da poter ottenere una borsa di studio in una buona Università giocando a pallavolo. Al mio secondo anno di Università mi sono poi resa conto di avere la possibilità di poter giocare a pallavolo anche nella squadra Nazionale a livello professionale. Diciamo che attorno ai 20 anni ho capito che il volley poteva essere il mio futuro.
Quali sono, a tuo parere, le differenze maggiori tra la Serie A1 italiana, il College e le esperienze all’estero che hai avuto?
La Serie A1 italiana è uno dei campionati migliori al mondo; qualche tempo fa era anche più difficile, ma adesso ci sono alcuni Paesi (Russia, Azerbaijan, Turchia per esempio) che possono permettersi di pagare molto più di quanto possano i club italiani per le giocatrici migliori. Paragonando l’Italia all’Azerbaijan, dove ho giocato prima di arrivare qui, posso dire che le due migliori squadre del campionato, Azerrail Baku e Rabita Baku, sono davvero molto forti e possono giocarsela con le migliori squadre in Europa; ci sono altre tre o quattro squadre abbastanza competitive, ma in generale anche il campionato è molto disorganizzato (non sanno, al momento, nemmeno quando giocheranno le finali). Anche il metodo di allenamento è molto diverso, non c’è un ambiente stimolante e devi trovarti da sola le motivazioni per vincere, mentre in Italia c’è sempre pressione, quando ti alleni, quando giochi, in ogni aspetto del gioco, il livello è più alto, e questo è uno dei motivi per cui ho scelto di venire qui. Noi quest’anno abbiamo chiuso la regular season al quarto posto, ma abbiamo battuto Villa Cortese e Urbino, che hanno chiuso davanti a noi e giocano in Europa, e abbiamo perso con Parma all’andata che non si è qualificata ai playoff; mi riferisco a questo, quando parlo del livello del campionato: probabilmente una squadra che ha chiuso all’ottavo posto in Italia può battere una squadra che in Azerbaijan o in Francia ha chiuso molto più in alto in classifica. In Italia, non ci sono mai gare facili, a differenza di altri campionati europei.
Come mai hai scelto proprio Piacenza?
Giocare in Italia è sempre stato uno dei miei sogni, perchè come ho detto ritengo la serie A1 uno dei migliori tornei del mondo. Avevo il contratto in scadenza con la mia squadra in Azerbaijan e ho deciso di cogliere al volo questa opportunità. Il mio manager mi ha detto che ci sarebbe stata la possibilità di venire a giocare qui, il mio obiettivo per questa stagione era darmi la possibilità di giocarmi ancora il posto per le Olimpiadi, per questo sono venuta a giocare in Italia, volevo migliorare il mio stile di gioco ed ero convinta che l’Italia mi avrebbe aiutata in questo mio obiettivo.
Hai trovato molte giocatrici statunitensi qui in Italia; le conosci? Hai rapporti di amicizia con loro?
E’ bello trovare molte giocatrici del mio Paese, qui. Credo che avere un grande numero di straniere di talento sia uno dei punti di forza del campionato italiano. Infatti non capisco come mai si stiano studiando delle regole che puntano a limitare il numero delle giocatrici straniere in Italia… In ogni caso, in questo momento gli Stati Uniti hanno molte giocatrici forti, le più giovani sono anche più forti a livello fisico. Le conosco praticamente tutte; ieri mi sono vista con Cinthia e Christa (ci siamo incontrati il giorno dopo gara 1 dei quarti, quando Piacenza ha ospitato Modena), che è una delle mie migliori amiche, poi mi vedo spesso con Lindsey Berg a Milano… insomma, posso quasi dire di sentirmi come se fossi a casa!
Quali sono state le difficoltà più grandi che hai incontrato approcciando la vita in Italia?
Beh, non moltissime difficoltà, a dire il vero. Per quanto riguarda la lingua, ho studiato spagnolo per 6 anni e sono venuta molte volte in Italia; capisco l’italiano abbastanza bene, la vera sfida è parlarlo! Perchè molte persone capiscono l’inglese qui, e spesso mi capita che loro mi parlino italiano e io risponda in inglese, quindi non ho mai occasione di allenare il mio italiano! La vostra lingua è davvero bella e mi piacerebbe davvero tanto imparare a parlarla, per me è una sfida divertente imparare una lingua nuova. Per quanto riguarda il cibo, beh la vera sfida qui è non mangiare troppo! Comunque andare in una squadra nuova è sempre sfidante, devi imparare i metodi di analisi della gara, di allenamento… il cambiamento è sempre una sfida.
A Piacenza hai trovato un grande gruppo. Vedendovi dal di fuori, sembrate una squadra molto unita…
Assolutamente, questa è la squadra con il gruppo più affiatato in cui abbia mai giocato, per quanto riguarda la “chimica” e il modo in cui ogni ragazza si relaziona con l’altra. Molto spesso ci capita di uscire insieme per una cena, o per l’aperitivo, è in assoluto il gruppo più legato in cui mi sia mai capitato di stare. Non ci sono problemi particolari, nessuno sparla dell’altra, è un ambiente davvero stimolante anche grazie all’atteggiamento della Società. Abbiamo perso due brutte partite (Parma è stata una di queste), di solito una società ti dice che avresti dovuto vincere, ma qui ci hanno detto che dobbiamo essere delle belle persone, che dobbiamo giocare ogni palla sempre concentrate. Certo dobbiamo vincere, ma se dai sempre il massimo, e poi capita di perdere, nello sport può capitare anche la sconfitta. E’ bello il messaggio che viene dalla Società; capita che un club ti dica che devi solo vincere, oppure che quella gara va vinta in 3 set, ho sentito molte storie di questo genere riguardo squadre italiane. Anche in Azerbaijan capita questo, che tu vinca ma che “non abbia vinto abbastanza bene”. Qui a Piacenza c’è un bellissimo ambiente, anche grazie ai tifosi che vengono alle partite, tutti ci vogliono bene e ci sostengono, e questa è una cosa splendida.
Parliamo della tua esperienza con la Nazionale USA. Cosa significa giocare in Nazionale, e giocarsi il posto con un libero come Stacy Sykora?
Io sono all’ottavo anno con la Nazionale; Stacy è uno dei migliori libero del mondo, e giocarsi lo spazio in squadra con lei è molto stimolante. Quando è tornata nel 2007 la nostra squadra aveva ottimi risultati con entrambe; era difficile per noi, perchè eravamo in due per un solo posto, ma era una grande cosa per l’intera squadra, avere due libero intercambiabili. Chiunque di noi avesse giocato, il coach non avrebbe fatto la scelta sbagliata. Io ho sempre detto che preferisco giocarmi il posto con uno dei migliori libero del mondo, piuttosto che non avere una rivale all’altezza, perchè a questo livello i miglioramenti sono molto, molto piccoli e se hai qualcuno che ti stimola continuamente puoi sperare di continuare a migliorare. Ci rispettiamo molto, e questo è davvero importante soprattutto in questo momento che abbiamo due squadre di livello altissimo, che possono entrambe vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi
Quindi il vostro obiettivo a Londra 2012 è solo la vittoria?
Assolutamente sì. Però, parlando di sport, l’obiettivo è quello di dare il massimo sempre, di giocare una grande pallavolo e vincere, e se per una qualsiasi ragione non dovessimo vincere la medaglia d’oro, dormire sonni tranquilli perchè abbiamo fatto del nostro meglio. Negli ultimi tre anni abbiamo giocato così e se le cose non cambiano abbiamo davvero la possibilità di vincere perchè siamo una delle migliori squadre al mondo.
A parte gli Stati Uniti, chi sono le altre favorite per te per la medaglia d’oro?
La Russia sta diventando sempre più pericolosa; la scorsa estate ha perso due giocatrici per gravi infortuni che stanno rientrando dopo le operazioni subite e possono tornare la squadra che mi ha molto impressionato ai mondiali del 2010. Il Brasile, nonostante lo scorso anno abbia avuto qualche problema di troppo, è sempre una squadra temibile; hanno un buon allenatore, e se sapranno superare le difficoltà saranno in corsa per il titolo come sempre. Poi la Serbia, che sta giocando molto bene; se riesce a qualificarsi, sarà un avversario molto difficile. La Cina merita un discorso a parte; oltre a giocare bene, stanno diventando una squadra sempre più forte fisicamente, giocano una pallavolo molto veloce e possono mettere in difficoltà chiunque.
Cosa pensi dell’Italia?
Costagrande ha portato grande stabilità all’assetto dell’Italia; l’Italia è una grande squadra che potrà avere certamente delle chance di lottare per il titolo, ma per me le Olimpiadi si vincono con un gioco molto fisico, oltre che con la giusta dose di fortuna e con un gruppo che deve sentirsi fin da subito molto ben affiatato. Tuttavia, come detto, l’Italia è sempre stata un’ottima squadra al di là di chi scende in campo e si giocherà il titolo. Posso solo dire che mettere insieme un gruppo che si può giocare la medaglia d’oro è un’arte, non significa solo scegliere i migliori nel loro ruolo, ma creare anche le condizioni ideali perchè le 12 ragazze e l’intero staff siano assolutamente affiatati. Prendiamo l’NBA, per esempio; lì ci sono i migliori giocatori al mondo, ma se fossero tutti insieme nella stessa squadra sarebbe una catastrofe!
Parlando di head coach, quali sono state le più grandi differenze che hai riscontrato lavorando con Lang Ping e McHutcheon?
Il loro modo di lavorare è completamente diverso, dal punto di vista della tattica, del modo di gestire la squadra, dell’attitudine. A loro modo, sono davvero due grandi coach.
Con Lang Ping ero appena uscita dall’Università, ero molto giovane e mi ha insegnato moltissimo su come approcciare una gara; lavoravamo con tecniche “asiatiche”. Lei è stata una delle migliori giocatrici al mondo, era davvero brava a leggere la gara, la preparava al meglio prima e durante faceva i cambi giusti al momento giusto; questo è stato molto importante per noi, specie a Pechino.
Con McHutcheon e il suo staff, tutti professionisti al massimo livello, ho imparato molto su come leggere la gara; vedo la gara in maniera diversa, e sento che la mia conoscenza della pallavolo si è accresciuta moltissimo. Abbiamo anche cambiato la tecnica; adesso il nostro gioco è molto più simile a quello della nazionale maschile e vedo che questo ha favorito soprattutto le attaccanti, che vanno con più forza sui palloni e schiacciano con più violenza. Mi sento sempre più una grande giocatrice, quando mi ritrovo ad allenarmi in questo modo, sento che cresco seduta dopo seduta.
Facciamo un passo indietro. Torniamo al College: cosa ci puoi dire della tua esperienza?
Beh, la vita è molto diversa al College, perchè la tua priorità è lo studio piuttosto che la pallavolo, o almeno dovrebbe esserlo! Però, durante la stagione ci allenavamo 40 ore alla settimana, era un vero e proprio lavoro, ma in più dovevi studiare. La mia giornata era strutturata cosi: andavo a scuola dalle 8 alle 14, mi allenavo dalle 15 alle 16 (o alle 17) e poi dovevo studiare almeno per cinque ore. Giocavamo due partite ogni fine settimana, venerdì e domenica o venerdì e sabato. La cosa bella è che il assistant coach della Nazionale alle Olimpiadi di Atene del 2004 era la mia allenatrice all’Università, così ho potuto imparare fin da subito il metodo di lavoro della nazionale. A quei tempi mi allenavo per 4 ore e poi tornata a casa studiavo magari cinque libri, mentre adesso non avrei la giusta concentrazione per vivere ancora così. E’ stata dura, ma la cosa bella è che quando avrò finito con la pallavolo ho una laurea in una Università prestigiosa (University of Southern California, Los Angeles); poi, negli Stati Uniti le università più grandi ed importanti sono collegate tra loro a livello di città e di Nazione per quanto riguarda il comitato olimpico, c’è la possibilità se volessi rimanere nell’ambiente. Per esempio, se volessi allenare, ci sarebbero 365 squadre a livello universitario a disposizione! La cosa è interessante, ti lascia una possibilità, anche se sono consapevole che nella mia vita, nel quadro della vita, la pallavolo rappresenta pur sempre uno spazio piccolo e quando avrò finito con questo potrò sempre fare qualcosa che abbia un “significato” ancora maggiore e un impatto per le altre persone.
Parliamo un pò di te, dal punto di vista più personale…
Ho comprato da poco casa a Newport Beach, California, a due chilometri dalla spiaggia e vicino ad un campo da golf; il mio hobby in questo momento è progettare cambiamenti per la mia casa, sono “ossessionata” da questa cosa! E’ uno spazio davvero importante per me, mi piace stare lì perchè è un posto dove ritrovo la tranquillità. Mi piace molto anche stare con gli amici, che per la maggior parte sono giocatori di pallavolo, mi rilassa passare il mio tempo con loro. I miei nonni abitano a poca strada da casa mia, negli USA, così ogni fine settimana che sono là li vado a trovare e cerco di passare con la mia famiglia più tempo possibile; quando sono via, è molto più difficile, se pensi che nell’ultimo anno ho visto mia mamma solo per una settimana… ma anche quando sono negli States e sono impegnata con la Nazionale sono sempre in viaggio. Sto leggendo un bellissimo libro in questo momento, intitolato “Mastery”; parla del grande viaggio che è la vita di tutti noi, e degli sforzi che facciamo per migliorare in qualcosa in cui crediamo. Se penso alla pallavolo, tutti i giorni mi alleno facendo magari esercizi che sembrano essere sempre uguali, ma in quelli sta la possibilità di migliorarsi sempre. Poi, mi piace molto anche fare shopping, anche qui in Italia nei primi periodi, ma adesso pensando alla mia casa faccio più che altro un giro per guardare le vetrine! Qui in Italia il mio cibo preferito è senza dubbio la mozzarella di bufala, perchè negli USA è impossibile trovarla così buona, e la tagliata con rucola e grana.
Sei “tecnologica”?
Beh, ho la pagina Facebook ma non sono di quelle che va ad aggiornarla ogni cinque minuti, e poi pur essendo qualcosa di straordinario, che ti mette in contatto con persone lontane o con cui sei cresciuta, mi dà un pò fastidio mettere delle informazioni riservate in un posto che chiunque può vedere e che non si possono eliminare. Ho praticamente tutti i prodotti Apple, non ho il profilo su Twitter, ma sono molto grata a Skype! Non mi piace molto parlare con i miei migliori amici via email, e Skype è in assoluto un ottimo mezzo anche per risparmiare. Quando ero in Polonia, non avevo la connessione ad internet e non avevo nemmeno un cellulare con sim polacca; nel mio primo mese là, la mia bolletta telefonica sul conto americano è stata di milleottocento dollari! Non c’era altro modo di comunicare, era qualche anno fa…
Matteo Mangiarotti in collaborazione con Cristina Gatti. Foto Luca Pietro Santi, Riccardo Giuliani ed H.E. Ernesti Luchino.
