Carli Lloyd, classe 1989, palleggiatrice della Yamamay Busto Arsizio, è alla sua prima esperienza al di fuori degli States, dove ha giocato a livello di College nei California Golden Bears, conquistando nel 2010, suo anno da “senior”, la finale NCAA (persa contro Penn State) e il “AVCA Player of the Year”, il più prestigioso riconoscimento personale assegnato dagli allenatori del campionato universitario. All’esordio nel campionato italiano ha fin da subito impressionato per la qualità della sua regia e per il veloce adattamento al gioco della nostra serie A1, contribuendo con le sue giocate alla grande stagione delle Farfalle biancorosse. Conosciamo meglio questo nuovo talento della pallavolo.
Carli, parliamo della tua esperienza al College, dal punto di vista professionale e personale, partendo dai tuoi primi anni per arrivare agli anni come Senior…
Gli anni del College sono stati bellissimi per me, perchè puoi bilanciare studio e pallavolo e ti puoi anche divertire; la differenza, per esempio, rispetto alla mia esperienza in Italia, è che adesso la pallavolo è un lavoro. Ho giocato nella Cal per quattro anni, e a livello di squadra siamo cresciute stagione dopo stagione, raggiungendo la finale nel mio anno da senior. E’ sempre stato il mio obiettivo vincere il campionato, e anche se non è successo posso dire che la mia esperienza al College sia stata splendida; è motivante giocare e studiare con ragazze che vivono la tua stessa esperienza, che hanno la tua stessa età. Quegli anni mi hanno preparato per affrontare le sfide più grandi, con la Nazionale e anche con il campionato italiano; al College si gioca moltissimo, praticamente per tutto l’anno: entri al college in agosto, passando la pre-season facendo due allenamenti al giorno, ed esci a dicembre, poi a gennaio torni al College per ricominciare ad allenarti fino a maggio con pausa solo a giugno. Sono entrata al College (University of California, Berkeley) quando avevo 18 anni e ogni anno mi sono sentita sempre meglio a giocare con ragazze che provenivano da diverse parti degli Stati Uniti; nel mio ultimo anno ho sentito la pressione su di me, anche negli anni precedenti ero il leader in campo per il mio ruolo ma da senior avevo anche il compito di trasmettere alle compagne più giovani (solo un paio di loro avevano la mia età) la mia determinazione a conquistare il risultato, a raggiungere l’obiettivo finale. Questa è forse la più grande differenza tra l’ultimo anno e gli altri anni al College: volevo decisamente vincere, e volevo che tutte le mie compagne si convincessero che avevamo tutte le carte in regola per farcela; volevo essere una buona leader per loro, e lasciare il College avendo dato il massimo per questo traguardo: sono riuscita nel mio intento, e sono molto contenta di ciò.
Cosa ha significato per te vincere il “2010 AVCA Player of the Year”?
Beh, è il premio più importante che puoi ottenere durante la tua carriera al College e come palleggiatore non è così comune vincerlo; prima di me, l’ultima “setter” ad essere stata premiata è Misty May ma sono passati almeno dieci anni. E’ stata un’emozione indescrivibile,il giorno della premiazione ero seduta in platea e quando è stato pronunciato il mio nome ero come sotto shock! Non mi ero nemmeno preparata un discorso, una frase da dire… è sempre stato un sogno, ovviamente, ma non avrei mai pensato che potesse diventare realtà! E’ stata una delle sensazioni più belle che abbia mai provato, assolutamente.
Hai vestito la maglia della Nazionale USA in occasione dei Giochi PanAmericani, nel 2011. Quali sono state le emozioni che hai provato, rappresentando il tuo Paese?
L’esperienza con la Nazionale è stata molto importante per me, perchè devi lottare per il tuo posto in squadra, devi sempre allenarti con disciplina ed essere molto concentrata; quando la Nazionale ti chiama, devi farti trovare pronta e quando ho saputo di essere convocata nella squadra che avrebbe partecipato ai PanAmerican Games ero davvero onorata. Giocare per il mio Paese, vestire la maglia della Nazionale è un sogno per milioni di persone che solo pochi riescono a realizzare ed è stato per me un onore. Eravamo un gruppo molto giovane e molto motivato; mi giocavo il posto con Courtney Thompson, contro cui non ho mai giocato al College ma che ho sempre guardato con ammirazione, per il modo in cui si allena, per il suo essere una grande professionista e una grande compagna di squadra. Essere in squadra con lei mi ha insegnato molto. In generale, è stata un’esperienza molto importante per me, che mi ha dato la possibilità di giocare a livello internazionale e di essere pronta per venire qui e prendere il controllo della regia della squadra per provare a vincere il campionato. Per quanto riguarda le Olimpiadi, so che sarà molto dura riuscire a fare parte della squadra che andrà a Londra, ma è ovviamente un sogno e il mio obiettivo; possiamo vincere la medaglia d’oro, quest’anno, e vorrei dare anche il mio contributo per raggiungere l’obiettivo. Se non sarò presente, auguro comunque alla squadra di vincere e conquistare il titolo.
Passiamo alla tua esperienza in Italia. Come hai deciso di venire a giocare qui, e perchè hai scelto proprio la Yamamay?
In occasione della finale del campionato NCAA c’erano un paio di agenti italiani a vedermi; uno di loro, Carlo Bartocci (che è anche il mio manager, adesso) ha parlato con la mia famiglia dicendo che c’erano alcune squadre italiane interessate a me. Di solito la mia famiglia è un pò diffidente, ma si è fidata di Carlo e sono venuta in Italia a vedere le Final Four di Coppa Italia a Catania, lo scorso anno; mi ha parlato delle varie opzioni e al ritorno ho parlato con la mia famiglia. Non conoscevo molto delle squadre in Italia, mi sono dovuta fidare delle parole di Carlo; mi ha spiegato che Busto era molto interessata a me, che aveva una buona squadra, un ottimo staff e che stava lavorando per creare un team ancora più forte per la stagione successiva. Gli ho creduto, e ho deciso di giocare qui alla Yamamay. Giocare in Italia è sempre stato un sogno per me, ma non avrei mai immaginato di fare una stagione così fin dal primo anno; posso dire che è come se il sogno fosse diventato realtà. Adoro l’Italia; è la mia prima esperienza all’estero, lontana da casa, e per me è difficile stare lontana dalla mia famiglia cui sono molto legata. Tuttavia, credo che lo stile di vita in Italia si avvicini molto a quello americano, a differenza di molti altri Paesi stranieri. Il cibo qui è fantastico, poi! La lingua è difficile; capisco più di quello che riesco ad esprimere in italiano, soprattutto quanto legato alla pallavolo, ma vorrei un giorno poter parlare bene questa lingua che mi piace molto, se avrò la possibilità di stare qui per altri anni. Al momento è difficile per me imparare una nuova lingua ; non ho mai studiato una lingua straniera, perchè al College tra le varie opzioni ho scelto la lingua dei segni e forse è questo il motivo per cui a 22 anni faccio così fatica. Parlavo spagnolo quando avevo cinque anni, perchè la signora che aiutava in casa era messicana, ma l’ho completamente dimenticato. Ho qualche problema con la guida, perchè guidare qui è davvero una sfida continua! Mi piace molto abitare a Busto Arsizio, non mi è mai piaciuto vivere nelle grandi città; posso visitare Milano ma vivere qui, e per me è perfetto. Ho avuto la possibilità di conoscere altri posti in Italia, qui attorno come Como o il Lago Maggiore, oppure più lontani come Pesaro, e devo dire che l’Italia è davvero un bel Paese.
Sin dall’inizio della tua esperienza alla Yamamay, hai dato l’impressione di esserti ambientata benissimo. A cosa pensi sia dovuto questo fatto, ad una sorta di tua predisposizione oppure al grande lavoro in allenamento?
Penso che la chimica del gruppo sia uno degli elementi fondamentali nella pallavolo; ho sempre voluto stabilire con tutte le mie compagne buoni rapporti, così ci possiamo capire meglio in campo e fuori e creare un buon gruppo. Negli anni del College è stato più facile, ovviamente, anche solo per il fatto che si parlava la stessa lingua; qui è stato un pò più difficile, perchè molte ragazze vengono da altri Paesi, con storie differenti, ma devi trovare un modo per creare affiatamento. Quando ho accettato questa sfida, sapevo che sarebbe stata dura, ma mi sono convinta che avrei lavorato duro, in campo e in allenamento, per dimostrare alle mie compagne che ero una professionista seria, perchè credo che le azioni dicano più delle parole e per me questo era ancora più importante perchè avevo difficoltà con la lingua! Questo è stato il mio approccio con la squadra, ho cercato di conoscere le mie compagne il più possibile fin dai primi momenti, con la fortuna a mio parere che siamo tutte giovani e praticamente coetanee. Helena (Havelkova) e Christina (Bauer) parlano inglese e con loro sono più legata per questo motivo, ma anche con le altre ragazze ho uno splendido rapporto, posso dire che siamo davvero un gruppo fantastico.
Com’è lavorare con Carlo Parisi?
Adoro lavorare con Carlo. E’ una persona molto seria, e a volte può sembrare che ti intimidisca con il suo modo di fare così professionale. Parla tantissimo con me, ci mette tantissima passione nel darmi indicazioni che ritengo davvero molto utili; io lo rispetto al 100% e cerco sempre di mettere in pratica tutto quello che lui mi consiglia di fare. Penso che siamo molto fortunate ad avere uno staff così, con Carlo, Mariela e Marco che ci sostengono in ogni momento; poi, personalmente, il coach mi lascia giocare come so, mi dice di scendere in campo e di fare le giocate che servono in quel preciso momento, quelle che io ritengo giuste. In qualche situazione devo apportare dei cambiamenti, ma sostanzialmente sono libera di decidere le giocate.
Parliamo un pò di te, dal punto di vista più personale. Come riesci a colmare la distanza che ti separa dalla famiglia e dai tuoi amici?
Sono molto legata alla mia famiglia, come dicevo, e uso Skype ogni giorno, per parlare con mia mamma, mio zio, mia sorella, mio fratello e i miei nonni! Ho un contatto Skype con ognuno di loro, compreso il mio ragazzo che sta ancora studiando al College in California; è dura stare migliaia di chilometri lontana da tutti loro, ma mi ritengo molto fortunata perchè so di avere il loro sostegno. Il mio ragazzo segue le mie gare in streaming ed è venuto qui un paio di settimane per stare con me, mentre mio zio, che è sempre stato anche il mio allenatore fin da quando ero piccola, mi dice ancora come e dove migliorare, guardando anche lui le gare sul computer. Insomma, è stata dura lasciare casa, ma sto facendo quello che mi piace e loro mi stanno sempre molto vicini. Per quanto riguarda gli amici, mi tengo in contatto con loro via Facebook o via Skype, dipende; non mi piace Twitter, non mi piace “parlare con il mondo”, per questo preferisco sempre una comunicazione diretta. Poi, al termine della stagione tornerò negli USA e potrò rivedere tutti!
Qual è la cosa che ti piace di più della pallavolo?
Gosh, è una domanda difficile perchè mi piacciono molte parti del gioco. Mi piace alzare la palla, ovviamente, e vedere la mia attaccante che la schiaccia a terra e mette a segno il punto. Mi piace mettere in condizione le mie compagne di fare bene, ma in generale posso dire che mi piace il fatto che la pallavolo sia uno sport di squadra; non puoi vincere una gara senza tutte queste parti che lavorano insieme: quando vedi una grande squadra, vedi un grande libero, un grande palleggiatore, un grande attacco e una grande difesa e tutte queste cose insieme. Mi piace lo sport, in se stesso, in tutte le sue componenti: mi piace alzare, difendere, battere, attaccare, mi piace sperimentare le regole nuove, i cambiamenti, vivere la pallavolo e migliorare nei fondamentali, è tutto davvero così interessante!
Chi è la compagna di squadra con cui ti trovi meglio in campo, qui alla Yamamay? Non vale dire tutta la squadra!!
Helena Havelkova, prima di tutto perchè è la mia attaccante e lavoro moltissimo con lei in campo; poi, ha dimostrato una grande attenzione nei miei confronti, per esempio con la lingua: quando guardiamo un video, mi aiuta con la traduzione, quando si parla in italiano, mi scrive messaggi in inglese per aiutarmi a capire. Senza di lei, non mi sarei integrata così velocemente; abbiamo bisogno l’una dell’altra in campo, ma anche fuori mi ha aiutata tantissimo. Mi piace il suo modo di lavorare, la sua grinta, a volte ci capita magari di discutere ma entrambe vogliamo il meglio per la squadra e sono davvero fortunata ad averla come compagna. Adoro tutte le mie compagne, ho citato lei perchè è quella che mi ha aiutato maggiormente. E’ un grande capitano.
Qual è la migliore giocatrice nel tuo ruolo, secondo te?
Lindsey Berg, a mio parere; è davvero una grande leader, si mette a disposizione della squadra e mi piace moltissimo il suo modo di giocare, mai scontato, è precisa, trova sempre la giocata giusta per le sue attaccanti; solo guardandola giocare, imparo moltissimo sul modo in cui mi piacerebbe gestire le gare. Mette a disposizione la sua intelligenza per la squadra; semplicemente, adoro il suo modo di giocare!
Matteo Mangiarotti – Cristina Gatti (13 aprile 2012)
