Incontrare Manuela Leggeri, parlare con lei di pallavolo, è un’esperienza davvero formativa per chiunque ami questo sport. “Manu”, infatti, ha scritto con la sua grande classe e professionalità alcune delle pagine più importanti della storia del volley, sia a livello di club, sia a livello di Nazionale. Basti ricordare che è stata il capitano dell’ Italia che, prima nella storia, ha partecipato alle Olimpiadi di Sydney.
Dalla stagione scorsa è capitano della Rebecchi Nordmeccanica Piacenza e, in riva al Po, ha saputo, con le sue compagne, creare un’alchimia che ha permesso ad un gruppo nuovo di togliersi delle grandi soddisfazioni. Una chiacchierata con una grande atleta, che ogni anno rinnova la sua passione per la pallavolo.
Manuela, per un’atleta della tua esperienza, lo sport, la pallavolo, può essere ancora un divertimento?
Per me di sicuro lo è, oltre alla passione la pallavolo è anche divertimento. Vado in palestra tutti i giorni, due volte al giorno, da quando avevo 15 anni e da questo punto di vista non è cambiato assolutamente nulla. Vedere lo sport come un lavoro implica, a mio parere, che manchi almeno in parte quella componente di passione che lo caratterizza. Ci metti la tecnica, la tattica, ma non il cuore: è quella la differenza, secondo me.
Cosa significa per te la pallavolo?
Un quarto di secolo della mia vita! (ride) Io ho iniziato a dodici anni e mezzo a giocare e a quindici anni ero già fuori casa. Questo che sta per iniziare è il mio ventunesimo anno in Serie A; la pallavolo ha occupato tutti questi anni ed è stata importante per me, sotto tutti i punti di vista. Il sogno di ogni atleta è quello di giocare nella massima serie del campionato, e quando vedi che le pallavoliste di riferimento – ai tempi posso dire Benelli, Bertini, Zambelli… – sono diventate tue compagne di squadra, beh, è davvero un bel traguardo. Io mi ritengo fortunata perchè la pallavolo mi ha dato tanto; dico sempre che sono andata, nella realtà, oltre il mio sogno. Ho iniziato sognando la Serie A, poi da lì ho raggiunto anche la Nazionale… ottenendo risultati sia nei club che in maglia azzurra. Mi ha dato tanto anche a livello di vita, fuori dal campo, perchè comunque uscire di casa molto giovane non è facile, ti ritrovi ad affrontare la vita da sola e per forza di cose maturi più in fretta rispetto ai tuoi coetanei. Incontri gente nuova, le esperienze sono necessariamente diverse, hai l’opportunità di girare il mondo… per questo dico di essere stata fortunata. Ad oggi, finchè mi divertirò, la pallavolo continuerà ad occupare una parte importante della mia vita.
Com’è cambiata la pallavolo in questi anni? Ti faccio l’esempio più banale: l’eliminazione del cambio palla…
Almeno non si vedono più i 15-0 di una volta! (ride ancora) Perchè a me è capitato una volta contro il Giappone… scherzi a parte, è cambiata tanto. Al di là delle regole di gioco e di punteggio, ho notato una grossa differenza da quando ho iniziato a giocare ad oggi. Ci sono stati degli anni, per esempio la stagione 1999/2000, dove la pallavolo in Italia era seguitissima, e il campionato italiano era il più forte in assoluto. Avevamo una vetrina di giocatrici incredibile, sia italiane sia straniere, come brasiliane, statunitensi, giapponesi, cinesi, cubane… A mio parere oggi il livello è calato, non so dirti onestamente se il fattore principale sia l’introduzione del numero minimo di italiane in campo. Io sono dell’idea che l’italiana, giovane o meno che sia, se vale il posto in squadra se lo conquista. Sempre. Questo cambiamento è andato incontro alle giovani da un lato, perchè trovano più spazio in campo, ma è un’arma a doppio taglio: il livello si è abbassato, perchè non abbiamo più le straniere forti da cui poter imparare. Faccio alcuni nomi: Ana Flavia, le cubana, Kirilova, Torres; poi Keba Phipps, per dieci anni chi aveva Keba in squadra vinceva il campionato… Quando andavo in palestra, per esempio nella mia esperienza a Modena, ero l’unica italiana in mezzo a giocatrici straniere; devo dire che imparavo anche solo guardando loro allenarsi. Questo di sicuro manca, oggi, anche se il nostro resta un buon campionato.
Il ruolo del centrale è un ruolo chiave nella pallavolo, un ruolo che richiede sacrificio, intesa con l’alzatore, concentrazione sia in attacco sia in difesa. A tuo parere, le ragazze di oggi come interpretano questo ruolo? Sono ancora pronte a sacrificarsi in “una vita da mediano”, in un’epoca del “tuttto e subito”?
Al di là del ruolo, e mi spiace davvero tanto dirlo, i giovani d’oggi si sentono arrivati ancora prima di dimostrare il loro valore. Questo è davvero un peccato, perchè lo sport è bello e va vissuto con il giusto agonismo, l’agonismo sano, puro, genuino, aver la voglia di andare in palestra e sudare per raggiungere un obiettivo. Ogni giorno c’è un obiettivo da porsi. Io ho 36 anni, gioco da una vita, però non ho mai smesso di pormi degli obiettivi. Spesso, purtroppo, noto negli atteggiamenti di alcuni giovani che si sentono arrivati. Purtroppo, è una realtà che trascende la pallavolo, lo sport, ma che è radicata nella società in cui viviamo. Un giovane d’oggi, quando trova lavoro, per prima cosa pensa ai giorni liberi, alle ferie e allo stipendio. E questa mentalità si ritrova, a volte, anche nello sport.
Comunque, in Italia, un ruolo dove non mancano giocatrici forti è proprio quello del centrale. Partendo dalle ragazze della Nazionale alle Olimpiadi, Gioli, Barazza, Arrighetti, passando per Guiggi, Crisanti, Garzaro, Anzanello, Calloni…siamo ampiamente coperti! Purtroppo, invece, negli altri ruoli siamo un pò scoperti. Speriamo che le ragazze delle giovanili e della Juniores si facciano grandi in fretta.
Cosa ha significato, per te, essere capitano della Nazionale? Due Olimpiadi, tanti successi…
Si fa davvero fatica ad esprimere a parole le emozioni che si provano giocando per la Nazionale. A me mancano due cose, tra tantissime, di più in assoluto: indossare la maglia e ascoltare l’inno. Essere capitano è un onore, ovviamente, però per quanto riguarda me, io sono la stessa persona e la stessa giocatrice, con o senza la fascetta sotto il numero. E’ il fatto di rappresentare la tua Nazione, che di per sè è il più grande onore e la più grande emozione. Ci sono stati alti e bassi, dal punto di vista dei risultati, momenti in cui eravamo considerate “le belle ma non brave”, le “veline”… diciamo che io ho vissuto davvero diversi momenti, a partire da Motta per arrivare a Bonitta, ne ho viste e sentite tante. Comunque le emozioni che mi ricordo di più sono il Mondiale vinto, con la coppa che ti viene incontro, tu la stai aspettando, sai che sarai la prima a prenderla in mano…in un palazzetto, a Berlino, pieno di italiani, ma sopra a tutte la prima Olimpiade. Lo spirito, l’aria che si respira nel villaggio olimpico è veramente difficile da spiegare. Da fuori ti fai un’idea, ma essere lì fa venire i brividi… noi avevamo le stanze davanti alla mensa e tutti passavano sotto la nostra finestra…sportivi che vedevi solo alla televisione…fantastico…poi un’altra cosa di cui ti rendi conto solo in quel contesto, è che non esiste più pallavolo, basket, nuoto…non c’è più divisione tra sport, lì sei un tutt’uno, sei “Italia”. Ci trovavamo in lavanderia, il luogo dove c’era la TV, tutti a tifare per i ragazzi della lotta, della pallavolo maschile, la canoa…questo è lo spirito che si vive solo nel villaggio olimpico, che non puoi vivere da nessun’altra parte. Sono emozioni che vanno vissute, è praticamente impossibile spiegarle… Noi siamo arrivate a Sydney una settimana prima e il villaggio olimpico era ancora vuoto. Pian piano, arrivavano tutti gli altri atleti. Si riempiva sotto ai nostri occhi. Splendido. Poi, la cerimonia d’apertura. Ricordo ogni minimo particolare, con lo staff della scherma, alla sesta olimpiade, che davano indicazioni a tutti gli altri su dove stare… E’ stato incredibile, perchè per noi era già un grande successo essere arrivate, alle Olimpiadi, per la prima volta nella storia della pallavolo femminile italiana.
Altri ricordi, ovviamente, come detto legati al Mondiale, all’Europeo con Bonitta chiuso al secondo posto; ho un ricordo bellissimo della Nazionale, perchè ho vissuto i momenti belli e quelli brutti, ma in nessun caso non abbiamo mai mollato. Questo è lo spirito di sacrificio, di adattamento, la voglia di non mollare mai, anche dopo un risultato negativo. Quando ti alleni e un gesto tecnico ti esce una volta, due… devi pretendere che ti venga sempre. E, per far sì che succeda, devi perseverare.
Hai scelto di rimanere sempre nel campionato italiano. Come mai? Non eri attratta da un’esperienza all’estero?
E’ una domanda che mi è stata fatta molte volte, nel corso della carriera. Ho avuto la possibilità di andare all’estero e non nego che anche dal punto di vista economico c’era una bella differenza. Io, però, sono molto legata alla mia famiglia e ai miei cari, alle persone che amo. Devo stare bene fuori dal campo, per giocare al meglio. I soldi ti aiutano, ma non ti danno la tranquillità; io devo avere la possibilità, a qualunque ora del giorno, se ricevo una chiamata, di prendere ed andare dalle persone cui voglio bene. Ho avuto offerte dal Giappone, dalla Russia, dall’Azerbaijan (anche l’anno scorso…), dalla Francia. In Francia non sono mai andata per il livello del campionato, inferiore a quello italiano, anche se è il Paese più vicino. Per quanto riguarda le altre esperienze, la lontananza ha fatto la differenza nella scelta.
Piacenza. Lo scorso anno avete creato una chimica incredibile, raggiungendo dei grandi traguardi, la semifinale scudetto e la qualificazione in Europa. Quest’anno ci sono ancora le basi per ripetersi?
L’anno scorso s’è creato un gruppo favoloso. E’ difficile ripetersi ogni anno, anche se il nostro, pur essendo un gruppo nuovo, sta lavorando bene in palestra e si trova bene. Le aspettative di quest’anno sono diverse da quelle della stagione scorsa, dove eravamo senza pressione. Speriamo di ricreare quella chimica, perchè bastava uno sguardo e ci si capiva al volo, c’erano dei meccanismi che venivano in automatico senza parlarsi. In un’azione, una palla, la voglia di lottare tutti per un obiettivo. E le soddisfazioni sono state tante. Dopo la partita persa a Parma, in malo modo, ci siamo guardate negli occhi e ci siamo dette: “O ci svegliamo, o non andiamo da nessuna parte”. Le partite da ricordare sono tante, la vittoria a Modena nei playoff, gara-3 sempre con Modena al PalaAnguissola al tie-break 15-13, la vittoria contro la Yamamay proprio qui al PalaBanca in gara-2 di semifinale, che per noi è stato quasi come vincere il titolo… con un palazzetto pieno, un muro di gente che non mi era mai capitato di vedere… spero davvero di poter ricreare quell’atmosfera, anche perchè quest’anno giocheremo proprio al PalaBanca e magari ci porta bene… poi abbiamo un angelo in più, che ci guarda dal cielo e che qui ha dato tanto (indica la foto di Bovolenta sul poster in sala stampa) chissà che non possa darci una mano…
Matteo Mangiarotti – Cristina Gatti. Foto Luca Pietro Santi

La nostra tigre…con giocatrici cosi , per piu di 10 anni ne abbiam tirate fuori un bel po , non aver vinto mai una medaglia olimpica è un reato perseguibile per mancato uso del buon senso. I due ultimi CT hanno avuto la possibilità di selezionare per molto tempo la miglior squadra del pianeta…eppure ne han fatte di tutti i colori!
Vero! Le italiane che si allenani fra di loro non diverrano mai forti! Manu dice cose sante e giuste!