Autore: Staff

  • Marco Polo Talks: Home sweet home!

    Marco Polo Talks: Home sweet home!

    Vi siete mai chiesti quanto sia importante per voi il comfort della vostra casa? O come reagireste se vi trovaste alle prese con un ambiente poco accogliente senza avere l’opportunità di cambiarlo? Ecco, immaginatevi questa situazione; è esattamente quello che è successo a me.

    Venendo in Cina senza alcun tipo di informazione riguardo al mio alloggio ho firmato un contratto senza saperne le condizioni, l’ho comprato a scatola chiusa, e oggi parliamo di alcune conseguenze di questo acquisto. Devo dire che le mie esperienze all’estero in diversi paesi mi hanno insegnato ad essere adattabile e a non spaventarmi facilmente davanti alle sfide, facili o difficili che siano. Ciononostante, quando ho visto la mia stanza nello studentato in Cina per la prima volta, ho avuto un sussulto. Di per sé, la camera non è poi così malaccio. Ovviamente si tratta di una doppia, che nel mio caso condivido con una mia compagna di viaggio dall’Olanda. Essendo mia amica già prima di partire, fortunatamente non ho dovuto scendere a compromessi con un coinquilino sconosciuto, magari sporco o pazzo (di storie bizzarre ne ho sentite). Tuttavia, il drastico cambiamento dalla propria confortevole cameretta in cui si ha libertà assoluta alla quotidiana condivisione della routine con un’altra persona è una componente che potrebbe risultare difficile per alcune persone. Ad ogni modo, una delle cose che mi hanno shockato maggiormente è stato il letto. Avrei dovuto dimenticarmi il mio comodo letto a una piazza e mezza da principessa in Olanda e rassegnarmi da un giorno all’altro ad un materasso spesso due dita, posto sopra un pannello di metallo. Per i più scettici che pensano stia esagerando allego una foto.

    Comunque, che ci crediate o no, e io stessa non ci credevo, a distanza di una settimana quel misero foglio A4 che avevano il coraggio di chiamare materasso non aveva più importanza. Ovvio, non dico che sia come stare in hotel; dopo esserci seduta per più di quindici minuti fa comunque male all’osso sacro, però, in Cina si crede che dormire su superfici dure sia un toccasana per la schiena. Chissà, forse hanno davvero ragione? La cosa che mi ha scandalizzato, piuttosto, è stata il bagno. Tutto sommato, i mobili della camera da letto erano nuovi, ma il bagno…innanzitutto, c’è un doccino di fronte al WC che credo debba rappresentare la doccia. Lo spazio per lavarsi è abbastanza limitato, e ogni volta che si utilizza questa “doccia” si allaga tutto il bagno. Inoltre, ci sono tre periodi della giornata in cui si ha a disposizione l’acqua calda. Il resto del bagno era così ammuffito e arrugginito che non so dirvi quanto era alto il rischio di contrarre il tetano (o peggio). Per me e la mia coinquilina, la situazione del bagno è stata difficile da accettare. Dopo una lunga pulizia e un po’ di tempo per rimuginarci su, siamo riuscite a reputarlo decente. Ma una cosa è certa: l’esperienza ancora non era iniziata e già si dimostrava non essere adatta per i più schizzinosi. Nonostante lo shock iniziale e le difficoltà ad accettare questo nuovo ambiente, ora la cameretta con quel bagno ammuffito e il letto da cella di prigione la chiamiamo casa. Questa settimana vi ho raccontato della mia stanza, ma il prossimo articolo riguarderà qualcosa di ben più grande: la città di Jinan.

    Volete scoprire se le conoscenze che avete sulla Terra di Mezzo sono accurate? Allora continuate a seguirmi nel mio viaggio!

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  • Marco Polo Talks: Landing in China

    Marco Polo Talks: Landing in China

    Ciao a tutti e benvenuti in Marco Polo Talks!

    Mi chiamo Giulia, ma dove sono ora mi conoscono come 凤洁 (fèngjié). Ebbene si, al momento mi trovo in Cina, nella città di Jinan, per completare il mio Erasmus di un anno. Ho 23 anni e sono laureata in Sinologia, per capirci “Studi sulla Cina”, e sono appassionata a questa realtà sin dalle superiori. Per questo motivo, chi può rappresentare questo interesse se non Marco Polo?

    Prima di partire per questa avventura, il mio percorso accademico è stato molto diversificato in quanto io abbia frequentato la triennale a Vienna, in Austria, e il Master a Leiden, nei Paesi Bassi. Ho deciso di condividere le mie esperienze nella “Terra di Mezzo”, innanzitutto perché ci sono diversi aspetti e differenze culturali che alla maggior parte delle persone non sono noti e possono perciò rappresentare una fonte di interesse, inoltre, creando una maggiore consapevolezza delle tradizioni e degli stili di vita asiatici spero di poter svelare i taboo che velano la nostra visione della Cina. Alla fine, per quanto l’Asia possa sembrare lontana, sia in termini di spazio che di mentalità, esistono più aspetti in comune di quanto si possa pensare.

    Il 21 febbraio 2024 ho lasciato l’Olanda con molte incertezze riguardo a ciò che mi stava aspettando dall’altra parte del mondo. Dopo un volo di 14 ore, sono finalmente arrivata nella provincia di Shandong, dove avrei trascorso i seguenti 12 mesi. La prima impressione della città è stata molto forte per me. Se non siete mai stati nelle città cinesi più “piccole” (nonostante la modesta popolazione Jinan vanti di circa 8 milioni di abitanti), difficilmente potete immaginarvi la sensazione che sto per descrivervi. Appena usciti dall’aeroporto, la strada per arrivare allo studentato era tappezzata di palazzoni, tutti della stessa altezza e simili l’uno all’altro e diverse fabbriche con canne fumarie funzionanti. Un aspetto che già mi colpì in quel momento, ma che avrei realizzato più avanti è lo sviluppo eterogeneo che non solo caratterizza il Paese, ma si palesa anche nelle città e quartieri stessi. Ad esempio, non è strano vedere centri commerciale mozzafiato di sette piani dotati delle tecnologie più avanzate e a pochi passi da mercati o negozietti minuscoli e trasandati.

    Data la carente quantità di informazioni che mi erano state date dall’università in Olanda, non avevo assolutamente idea di che tipo di stanza mi aspettasse nello studentato, e il pensiero mi terrorizzava. Una volta arrivata nello studentato, la custode (o come la chiamiamo noi studenti阿姨 āyí, “zia”), che ovviamente non parlava una parola di inglese, spiegò le regole e istruzioni del dormitorio con una velocità che avrebbe fatto invidia ad Eminem e l’accento più forte che avessi mai sentito prima. Sebbene fossero diversi anni che studiavo cinese, sappiamo tutti quanto imparare una lingua sui libri sia diverso dalla lingua da sentirla parlare da un madrelingua. Con un sacco di dubbi su quello che avesse detto durante questo suo freestyle e un po’ scoraggiata dal mio primo contatto con la lingua, la “zia” mi portò alla mia stanza.

    Mi fermo qui. La voglia di continuare a scrivere è tanta, ma per oggi non voglio mettere troppa carne al fuoco, vi aspetto tra quindici giorni, 再见!

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  • Dennis Ranalter in Descendance: diverso è fantastico. Anche sugli sci

    Dennis Ranalter in Descendance: diverso è fantastico. Anche sugli sci

    [di Emanuela Macrì] Due sci incrociati fra loro e contro un cielo azzurrissimo. Un film dal titolo Descendance. Imprese e spettacolo sulla neve a cui ha sempre ceduto la parola, fatto parlare al posto suo. Ma questa volta è la sua volta. Questa volta D Ran, freeride tra i più noti al mondo, mette davanti alla macchina da presa Dennis Ranalter, sé stesso. Un ragazzo nato nella Stubaital, Austria, con lo sci nel sangue. Un sangue, però, misto: 50% austriaco e 50% ghanese.

    Una composizione che regala alla sua pelle un colore che secondo alcuni mal si concilia con lo sport, la professione scelta. Perché si, c’è chi si sorprende (no, peggio, si permette commenti sgradevoli) nel vederlo in seggiovia. E chi, ancora di più, a prendere parte alle competizioni del circo bianco. Nel 2024? Sì, nel 2024.

    D Ran, dunque, toglie maschera e sci e affronta quello che, da un giorno all’altro, è diventato un problema: trovare la propria identità, il proprio posto nel mondo. Perché alla domanda “chi sono io?” non riesce a dare una risposta. Sente solo un dolore a volte acuto, lì in fondo allo stomaco E se per lungo tempo ha cercato di non dargli spazio beh, ora è arrivato il tempo di rimuoverlo.

    Con un viaggio nel cuore dell’Africa, ad Accra, nel Ghana più profondo: quello delle radici, sue e del razzismo. Nel luogo dove il padre ha deciso di tornare dopo aver abbandonato la famiglia che poi è lo stesso che è stato il centro della tratta degli esseri umani che qui prendevano, forzatamente, la via del mare, destinazione schiavitù. La visita al Castello degli Schiavi che nulla di fiabesco ricorda, sembra segnare un solco, marcare la distanza inconciliabile dello stesso con quei castelli austriaci di fiabesca concezione.

    Un’andata e ritorno, quella di Dennis, nei luoghi del cuore ma anche comuni, tra razzismi, dolori e rinascite. Come la sua. Come in questo film presentato al 72mo Trento Film Festival per la regia di Michael Haunschmidt, con le inquadrature immerse nel bianco e rotte solo da linee disegnate sullo schermo e una narrazione che gioca tanto con i formati, si passa dal 4:3 al panoramico, quanto con il punto di vista, alternando riprese in soggettiva a quelle oggettive.

    Una diversità grammaticale, cinematograficamente parlando, e una colonna sonora che da sola vale il prezzo del biglietto, per trattare di diversità. Di difficoltà di convivenza con la diversità che, invece, come imparerà Dennis “è da celebrare perché DIVERSO è fantastico.” Ne volete una prova? Eccola QUI

  • Nuptse: l’inaccessible absolu. Ossessione montagna

    Nuptse: l’inaccessible absolu. Ossessione montagna

    [di Emanuela Macrì] Quattro alpinisti che si conoscono durante una spedizione in Perù, diverranno amici e fonderanno la Banda dei Baffi, una sorta di Banda Bassotti, ladri di montagne. Quattro alpinisti che condivideranno un’ossessione: affrontare l’immensa parete sud del Nuptse, aprendo una nuova via di conquista della sua cima. Un’impresa a due passi dall’Everest, in Nepal, riuscita a pochi e letale per qualcuno.

    Una spedizione, la prima del 2014, fallimentare su tutta la linea, già dalla partenza che vedrà rinunciare due dei quattro che, invece, partiranno per la seconda volta nel 2016 in formazione tipo. Ma il risultato, seppur con qualche passo in più, sarà disastroso. E a meno di 350 metri dalla vetta, per le difficoltà incontrate – dovranno, addirittura, rinunciare all’equipaggiamento, per trovarsi nell’ultimo tratto senza rifornimenti, tenda e forze – e le pessime condizioni meteo, obbligheranno a decidere di tornare al campo base.

    Salvi ma sconfitti, portandosi dentro un’amarezza che una volta a casa sfiora la depressione. E si trasforma in tormento: il Nuptse diventa la loro ragione di vita, l’obiettivo, la conditio sine qua non per andare avanti. Quella per Himalaya, dunque, diviene l’unica strada capace di condurli fuori da un incubo.

    Nel 2017 la Banda dei Baffi, ridotta a tre elementi per la rinuncia di uno di loro, decide di ripartire. Dopo mesi di studio e l’ammissione di tutti gli sbagli commessi nelle precedenti spedizioni. Per un’avventura che parte dall’allenamento e arriva fino alle lacrime (di liberazione – cit.) che una volta in vetta segneranno tutti i venti minuti di permanenza a quota 7.742 mt.

    Nuptse: l’inaccessible absolu diviene un film di suoni, dalle tempeste di ghiaccio ai respiri affannosi che sembrano far sentire la fatica anche a chi sta in sala. Un film di visioni, con i colori dell’Himalaya dall’alto e i campi larghi in notturna, in cui le lampade dei quattro prima e tre poi restituiscono perfettamente le dimensioni, montana e umana, al confronto diretto.

    Ottima la scelta del regista Hugo Clouzeau di trasformare le immagini di un incidente in parete (senza conseguenze) in una sequenza animata: l’impatto emotivo è maggiore perché l’attenzione è focalizzata sul racconto orale. Lo scampato pericolo, poi, viene segnalato dal ritorno delle immagini cinematografiche. Piace e convince!

  • Dalla Bosnia con stupore. Souvenirs of War al Trento Film Festival

    Dalla Bosnia con stupore. Souvenirs of War al Trento Film Festival

    [di Emanuela Macrì] Come si misura la distanza fra Memoria e Storia? E come si misura la differenza fra le memorie dei singoli? E ancora, può un evento devastante quanto solo una guerra lasciare nella memoria e sul territorio impronte tanto diverse tra loro? O, non lasciarne alcuna? Domande che risuonano nell’anima dopo la visione di Souvenirs of war, lavoro del regista tedesco Georg Manuel Zeller presentato nella sezione Orizzonti Vicini del 72mo Trento Film Festival.

    Un viaggio, il suo, compiuto su più gambe, visto da più occhi, angolazioni. Dallo sguardo del veterano di guerra a quello del turista guidato, per arrivare alle mani dell’imprenditore o del giocatore (??) di softair. Perché la Bosnia che esce dai fotogrammi è una terra sospesa tra le ferite mai rimarginate e una pelle nuova, intatta. Tra ciò che rimane di un massacro, che siano i ruderi degli edifici bombardati e poi abbandonati o un istituto di medicina legale che tenta di ricomporre destini attraverso i resti umani ritrovati, e ciò che di quella tragedia è stato rimosso, coperto, cancellato.

    Un’opera che trova nel documentario la sua forma migliore, ottimale. Con le voci a raccontare. Del dolore per la scomparsa di un padre di cui non si è ancora conosciuto il destino, di una vita in cui le conseguenze della sindrome da stress post traumatico hanno rotto ogni rapporto affogandolo in alcool e droghe, delle generazioni sfiorate dal macello che cercano l’adrenalina della guerra simulata nei luoghi dove nessun dramma è stato finto.

    Storie così diverse e distanti, eppure così vicine geograficamente. Distanze che colpiscono. E che pongono l’interrogativo sulla gestione della memoria, sulle modalità di affrontare un passato tanto prossimo che non può subire un processo di rimozione. Ma nemmeno ingabbiare.

  • Trento Film Festival 2024: Contadini di confine. Sì, ma quale?

    Trento Film Festival 2024: Contadini di confine. Sì, ma quale?

    [di Emanuela Macrì] Una prossimità geografica che diviene baratro amministrativo. Lembi di terra divisi da limiti burocratici. Realtà di un confine, quello che separa il Trentino dell’alta Val di Non e della Val di Fiemme dall’Alto Adige, che dalle parole di chi ci abita risulta una linea immaginaria e, forse solo, immaginata. Contadini di confine, il nuovo lavoro di Michele Trentini presentato al 72 Trento Film Festival  – Premio Dolomiti Patrimonio Mondiale, istituito dalla Fondazione Dolomiti UNESCO e dalla SAT Società Alpinisti Tridentini – narra proprio questo.

    Lasciando il racconto nelle mani delle persone che ci abitano, lavorano, che hanno scelto di rimanere in luogo di quell’ideale divisione vinta, sconfessata da un’esperienza di cooperazione lavorativa capace di superare ogni confine, soprattutto mentale: un caseificio che nella collaborazione di attività che entro e oltre quel confine, da qualsivoglia punto lo si guardi, ha trovato la sua prerogativa.

    Un prodotto di qualità, quel formaggio che qui viene prodotto dal latte conferito dagli allevatori del luogo, che va oltre il gusto e le proprietà organolettiche, perché è il risultato di quelle realtà quotidiane, del lavoro e delle scelte delle persone che lavorano, portano avanti tradizioni, non si arrendono a una burocrazia spesso scoraggiante. Un lavoro indispensabile per un territorio che senza di esso subirebbe modifiche capaci di comprometterne l’esistenza.

    Un formaggio che meglio di ogni altra cosa racconta di quel confine e della sua inconsistenza se vista dai prati durante il periodo della fienagione, dai pascoli e dalle stalle. Un confine con cui si fanno i conti solo sulla carta. Nemmeno la differenza idiomatica, e culturale, possono prevalere su una realtà di condivisione. Una linea di divisione che nella realtà non è tale.

  • Vittoria piena per Chieri, ma non tutto semplice, a Trento

    Vittoria piena per Chieri, ma non tutto semplice, a Trento

    [di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] Una Itas Trentino in cerca di segnali di ripresa contro una Reale Mutua Fenera Chieri ’76 con un quinto posto blindato in classifica ma con la missione di accorciare le distanze su Savino Del Bene Scandicci, impegnata nell’anticipo del sabato nella partita casalinga, vinta in tre set su Cuneo. La stessa Cuneo che nel turno scorso subiva una sconfitta casalinga, la prima e unica – ad oggi – vittoria di Trento. Per arrivare a questa ottava giornata di ritorno del Campionato di Serie A1 di pallavolo femminile con Chieri che alla fine ha la meglio sulle padrone di casa dell’Itas Trentino, in un match dall’esito incerto.

    La gallery fotografica di Riccardo Giuliani QUI

    Incerto fin dal primo set, quello in cui la compagine trentina si trova in vantaggio da subito e per quasi tutto il parziale, mentre Chieri in debito d’ossigeno ogni tanto alza la testa. Trento è gasata e concentrata anche dal 19-13 muro di Michieletto e replica 20-13 fino al vantaggio massimo +8 sul 22-14. Poi, però, si distrae e Chieri torna a farsi sentire con un break che la porta 22-20 mentre Camilla Weitzel riapre con un ace e Avery Skinner rimette in equilibrio (23-23) un set poi chiuso ai vantaggi 27-29.

    Il secondo parziale parte con Chieri sul 3-7 e Davide Mazzanti a chiedere il primo out, poco efficace rispetto al secondo (sul 12-15) che segnerà il passaggio da un mini break trentino (14-15) al pareggio dei conti con l’ace di Giulia Marconato e poi il 20-18 al termine di uno scambio lungo con attacco da seconda linea di Roslandy Acosta. A chiudere ci pensa, poi, Michieletto in attacco per il 25-21.

    Terza frazione di gioco con Trento che si fa subito avanti e sul 5-2 Chieri chiede il tempo. Per innestare la marcia e raggiungere le padrone di casa sul 5-5 e rimanere lì ad un passo. Fino alla svolta di metà set, di un set in cui sarà il muro a far da padrone (e saranno 7 i punti realizzati in questo fondamentale – 3 di Katerina Zakchaiou e 4 di Weitzel poi MVP del match) per 20-25 senza discussioni.

    E un quarto set mai in discussione. Con Trento senza più energie mentali – ma in assetto e atteggiamento nuovo e tanto di buono visto in campo – e Chieri con un vantaggio in continua crescita. Dal +4 del 4-8 al +9 del finale e definitivo 14-25 che chiude una partita a bottino pieno per le ospiti, che vincono anche a muro con 17 punti contro i 9 di Trento.

    Itas Trentino – Reale Mutua Fenera Chieri ’76  1-3 (27-29; 25-21; 20-25; 14-25)

  • Coppa Italia Frecciarossa 2024: Conegliano, ancora tu!

    Coppa Italia Frecciarossa 2024: Conegliano, ancora tu!

    [di Emanuela Macrìfoto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] “Domani si ricomincia da zero” diceva Marco Gaspari al termine della semifinale di sabato, dopo aver strappato uno dei due pass per la finale di Coppa Italia Frecciarossa 2024. Dopo che la sua Allianz Vero Volley Milano era riuscita ad aver la meglio, al termine del quinto set, sulla Savino Del Bene Scandicci guidata da Massimo Barbolini. Vita migliore, invece, per Daniele Santarelli e la sua Prosecco Doc Imoco Conegliano che chiudevano la pratica in tre comodi set, mai in discussione, ai danni della Reale Mutua Fenera Chieri. Ma domani è oggi, il PalaTrieste è sold out con 6.743 presenti e si ricomincia da zero sì, ma si arriva a cinque, set. Quelli necessari a Santarelli, Wolosz MVP e compagne per avere la meglio sulle avversarie e avere, di nuovo e per la sesta volta, la Coppa Italia tra le mani e in bacheca.

    Fotogallery di Riccardo Giuliani per Get Sport Media festa Imoco QUI e della finale QUI

    Le video interviste post gara di Daniele Santarelli QUI Alessia Gennari QUI Monica De Gennaro QUI

    Prosecco Doc Imoco ConeglianoAllianz Vero Volley Milano 3-2 (25-21; 22-25; 25-19; 15-11)

    Primo set – Milano sbaglia, Imoco no

    Inizia con un servizio in rete di Alessia Orro il match e con Conegliano subito avanti. Le lombarde rincorrono per tutto il parziale ma le venete si tengono a una distanza di sicurezza, incrementando un vantaggio che dal 10-6 (e chiamata di time out di Gaspari) arriva al +8 (19-11). A pesare sono i tanti errori di Milano e non basta una super Brenda Castillo perché Imoco difende tutto e recupera di più. Ma quando tutto sembra scritto Milano torna (in sé) accorcia le distanze e da 20-12 si porta a 21-19 per il time out di Santarelli. Ma poi Egonu e compagne si distraggono e il set ball è di Sarah Fahr.

    Secondo set – Inversione di tendenza

    Avvio di parziale con qualche inciampo Conegliano e Milano ne approfitta. Mantenendo un vantaggio che, però, non supera mai il +3. Imoco però si riprende e riprende quota, il pari 16 è di Sarah Fahr e il sorpasso 17-16 di Isabelle Haak ma Paola Egonu riporta la parità. Ci si gioca tutto dal 20 pari con Milano che spinge e il 21-23 è una parallela perfetta di Egonu (la migliore delle sue con 9 punti personali) che replica con un pallone a terra all’incrocio delle linee di fondo campo. Il set ball (22-25) di Milano, invece, è un servizio in rete di Marina Lubian.

    Terzo set – Imoco senza appello

    Break veneto per iniziare (4-0) a segnare un vantaggio che poi viene mantenuto e incrementato (14-7). Qualche errore al servizio per Milano che poi cerca di riagganciare le avversarie (20-16). Il set ball (25-19) è un mani fuori di Robinson Cook che beneficia, però, di un recupero a fondo campo di Monica De Gennaro.

    Quarto set – Milano ci crede (e fa bene)

    Milano entra in campo e alza subito la voce (6-9) e Conegliano chiede tempo. Per riflettere, rimettere in ordine gioco e idee. Ma se il muro 11-7 di Raphaela Folie sembra dare una certa piega al set, una parallela di Robinson Cook (16-15) sembra portate la barra del timone in verso contrario. Ma Egonu mura Plummer (20-16) e poi firma un ace (22-17) che vale un set, il quarto poi vinto 19-25 con un muro con urlo di Miriam Sylla. E il quinto, chiamato al verdetto definitivo.

    Quinto set – Tanta Conegliano

    Dopo un avvio punto a punto il 4-5 è un muro, il secondo del set di Folie. Ma il sorpasso veneto non si fa attendere ed è Alessia Gennari (7-6), “un coniglio estratto dal cilindro” come dirà poi Santarelli, a firmarlo. Da qui l’accelerazione delle venete, aiutate da qualche errore di troppo nella metà campo lombarda. Fino all’ultimo errore, quel che segna 15-11 sul tabellone, la fine della partita che assegna la Coppa Italia Frecciarossa 2024 e l’inizio della festa gialloblu.

  • Coppa Italia Frecciarossa 2024. La finale sarà Conegliano vs Milano

    Coppa Italia Frecciarossa 2024. La finale sarà Conegliano vs Milano

    [di Emanuela Macrì – Foto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] Sono Prosecco Doc Imoco Conegliano e Allianz Vero Volley Milano a guadagnarsi un posto nella finale di Coppa Italia Frecciarossa 2024 in programma domenica 18 febbraio al Pala Trieste. Una finale conquistata con l’acceleratore a metà gas per Conegliano che risolve, facile, in tre set mentre Milano a corrente alternata deve passare per il tie break. Due partite di verso opposto, dunque. Due partite così:

    Pomeriggio che apre con Prosecco Doc Imoco Conegliano – Reale Mutua Fenera Chieri 3 -0 (25-18; 25-16; 25-12) e un match che inizia con Chieri a bomba prima con un break 4-1 in virtù di due ace di Kaja Grobelna (che sarà la migliore delle sue con 11 punti a fine gara) poi mantenendo il vantaggio per qualche scambio. Fino al muro di Isabelle Haak che rimette in equilibrio il risultato (10-10) e segna l’inizio di una cavalcata, inarrestabile, delle ragazze di coach Daniele Santarelli che si ferma solo con il muro di Kathryn Plummer per la chiusura del set 25-18. Il secondo parziale che nelle prime battute vede una palla in confermata al check per Chieri rimane in un sostanziale equilibrio tra le due formazioni in avvio. Ma poi c’è Sarah Fahr che 10-9 porta avanti Conegliano e il discorso: il set è ancora di Imoco nonostante Chieri chieda il tempo sul 14-10 e continui a lottare senza riuscire, però, nell’impresa. E un errore di Chieri sotto rete per il 15-11 per Conegliano decreta, forse, la fine di un set in cui le venete beneficiano anche di una super Plummer che firma 6 punti, uno meno di Haak, ma difende con 100% e attacca con l’85%. Il terzo set? Avanti tutta di Fahr (MVP della semifinale con 16 punti) e compagne che chiudono la pratica con un punteggio-sentenza: 25-12.

    Secondo pass per la finale staccato, come detto in apertura da Milano per 3-2 su Savino Del Bene Scandicci (21-25; 25-16; 25-17; 14-25; 15-10) con un avvio di gara col botto (2 muri e 1 ace nei primi 6 punti a referto) e subito Scandicci si porta in vantaggio mentre Milano insegue, raggiunge e supera e si fa ripassare dalle ragazze di coach Massimo Barbolini. Il 20-17 di Ekaterina Antropova, un attacco vincente dopo un pallone di recupero al limite fa scattare l’allarme in casa Milano (e Marco Gaspari chiede time out) ma, soprattutto, mette il set sul binario di Scandicci: è proprio Antropova a chiudere 25-21 mettendo a terra il suo pallone numero 11. Secondo set con Milano a cercare riscatto da subito. E a trovarlo, da subito: l’attacco del sorpasso firmato da Paola Egonu (5-4) e poi gli ace su 7-4 e sul 10-4, sempre a cura dell’opposta di Milano, parlano da soli. A dire il resto ci pensano l’attacco 23-14 di Miriam Sylla e il primo tempo (sesto punto nel parziale, come Egonu) di Rapha Folie per il 25-14. La terza frazione di gara si apre con Milano sugli scudi e in progressione (fino al +8 un murone di Nika Daalderop per il 25-17) mentre Scandicci perde quota e smalto. Nel quarto set il muro di Antropova 6-3 mette in chiaro che Scandicci non ha intenzione di rendere facile la vita a Milano che, infatti, sull’11-7 ferma il gioco ma non le avversarie e sul 19-11 primo tempo di Nwakalor, Gaspari cambia la diagonale ma non l’andamento. L’accesso alla finale merita il tiebreak. Scandicci lo reclama e lo ottiene chiudendo 25-14 con il muro di Ana Carolina da Silva. Ma ad avere l’ultima parola con l’ultimo set a disposizione è la Milano di Gaspari e Folie, MPV con 18 punti di cui 5 a muro. Uno di questi è quello che chiude il match. E scrive A DOMANI sul tabellone.

  • Perugia lotta, vuole e conquista la Del Monte Coppa Italia 2024

    Perugia lotta, vuole e conquista la Del Monte Coppa Italia 2024

    [di Emanuela Macrì – foto Riccardo Giuliani per Get Sport Media] Dieci set del sabato pomeriggio per dire che la Finale di Del Monte Coppa Italia edizione 2024 sarebbe stata quella tra Perugia e Monza. E quattro, quelli di domenica, per mettere la Coppa sul bus direzione Perugia. La formazione di coach Angelo Lorenzetti, infatti, lotta e non ha vita facile contro una Monza che non lascia nulla di intentato e ben poco ha da rimproverarsi, ma alla fine trova il matchball nelle mani di Flavio Resende. E l’Allianz Arena di Bologna, già calda, caldissima, si fa incandescente. Per un nuovo trofeo appena conquistato, per il suo MVP Oleh Plotnytskyi e una formazione che nonostante tutto non si è fatta travolgere dai tanti nonostante. E scrive il suo nome nell’albo d’oro della Coppa Italia di pallavolo maschile. Così:

    Tutte le foto di Riccardo Giuliani per Get Sport Media QUI

    Le video interviste post gara di Emanuela Macrì ad Angelo Lorenzetti QUI e Gianluca Galassi QUI

    Sir Susa Vim Perugia Mint Vero Volley Monza 3-1 (22-25; 25-21; 25-15; 25-23)

    Primo set- quanta Monza. Danze aperte da un muro di Arthur Szwarc, protagonista di un inizio set con il piede pesante sull’acceleratore insieme a tutta una Monza che riesce a mettere in difficoltà Perugia. E Lorenzetti sul 9-13 chiama un time out che fa riprendere i suoi: dal massimo svantaggio di – 5 (11-16) si rimettono quasi in parità. Notevole il 18-19 ottenuto con un’alzata in volo di Simone Giannelli per una diagonale imprendibile di Oleh Plotnytskyi ma se tanto costruisce, è una Perugia che poi tanto distrugge. Con un errore al servizio di Giannelli non riesce a raggiungere Monza 22-22 mentre un altro errore in battuta, di Plotnytskyi, consegna una palla set che Gianluca Galassi trasforma, con un ace, nel punto numero 25.

    Secondo set: Perugia revolution. Rientro in campo ed è subito 3-0 per gli umbri. Ed è subito time out per i lombardi che rientrati con due muri (Szwarc e Galassi) si portano -1. Perugia tiene botta e vantaggio e trova nel muro di Wassim Ben Tara (14-11) il punto di non ritorno.  E se sul 16-12 segna il suo vantaggio maggiore è con l’attacco da seconda linea di Giannelli (20-16) che chiude idealmente un set (poi risolto ancora da ben Tara 25-21).

    Terzo set: la finale inizia qui. E si vede. Da un inizio punto a punto e spettacolo – il 5-5 è uno scambio lungo, tra recuperi sulla linea, difese di piede e tuffi –  a un vantaggio di un paio di lunghezze segnato da un attacco di potenza di Semeniuk per una Perugia in corsia di sorpasso: il 14-7 il primo tempo di potenza di Solè ha il sapore di una sentenza. E l’ace 17-8 di Ben Tara è la conferma. Il resto è una marcia, trionfante, degli umbri che chiudono grazie a un errore sotto rete degli avversari, 25-15.

    Quarto set: Perugia è tricolore. Monza parte bene, e gestisce un vantaggio che arriva a quota + 4 (8-12). Ma è proprio sul distacco maggiore che Perugia torna e con break di 4 punti – chiuso dall’ace di Solè – si porta prima sul 12-12 poi con Plotnytskyi sul 13-12 riporta il timone di set e partita dalla sua parte. Ma giusto il tempo di qualche scambio. Monza è lì (15-15 muro di Gabriele Di Martino) e la situazione non si sblocca fino al 20-20 mentre la tensione sale. Come l’energia immessa da Perugia che con un primo tempo di Resende chiude set, partita e manifestazione 25-23.